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3 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Le cose davvero importanti da sapere sulla guerra in Iran – 3/3/2026

Il conflitto fra Usa/Israele e Iran entra nel quarto giorno e si allarga al Libano; analisi di possibili evoluzioni, ripercussioni energetiche e riflessioni etico-politiche.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Quando mi viene chiesto come faccio a scegliere le notizie per Io non mi rassegno, che criteri utilizzo, rispondo raccontando tutti i miei dubbi esistenziali di fronte all’agenda dei media. Tuttavia, ci sono giornate, come le ultime 2-3, in cui gli eventi del mondo là fuori sono talmente totalizzanti che quelle domande vengono meno, e anche io sento il dovere e la necessità di parlare di quello di cui parlano tutti.

La guerra che Usa e Israele stanno conducendo contro l’Iran è uno di questi momenti. Anche in questi casi però, non mancano le domande da porsi. La domanda principale cambia, non è più “di cosa parlo oggi”, ma “come ne parlo”. E non è che sia meno importante.

Tutto questo preambolo per dirvi che mi sembra una cosa saggia non rincorrere gli aggiornamenti minuto per minuto, ma provare a darvi delle letture più ampie e generali. Questo per due ragioni: gli aggiornamenti puntuali invecchiano molto presto, quando i fatti corrono così velocemente, e poi spesso sono pieni di errori. Ad esempio domenica si è diffusa per qualche ora la notizia che nel primo raid sarebbe morto l’ex Presidente Ahmadinejad. Notizia che si è dimostrata nel giro di qualche ora non verificata né verificabile. 

Le letture più generali invece servono a dare alle persone gli strumenti per interpretare le notizie in cui comunque, volenti o nolenti, si imbatteranno. 

Quindi, io mi limito a riportare i fatti più grandi e macroscopici e poi vi do qualche lettura, su diversi piani.

I fatti più grandi e macroscopici di ieri sono: innanzitutto che la guerra si sta allargando. Siamo entrati nel quarto giorno di conflitto e ieri per la prima volta è stato attaccato anche il Libano, mentre sono proseguiti i bombardamenti contro l’Iran, che a sua volta ha risposto lanciando missili e droni contro Israele e i paesi del Golfo.

Leggo sul Post: “Oltre a proseguire i bombardamenti sull’Iran insieme agli Stati Uniti, nella notte tra domenica e lunedì Israele ha iniziato a bombardare diverse zone del Libano, fra cui la capitale Beirut, e ha ordinato l’evacuazione di decine di città. Ha detto di aver colpito obiettivi del gruppo radicale Hezbollah (alleato dell’Iran) in risposta ad alcuni attacchi compiuti da quest’ultimo verso il suo territorio. 

Sono continuati anche gli attacchi iraniani contro Israele e contro diversi paesi del Golfo, fra cui in particolare uno contro la più importante raffineria di petrolio dell’Arabia Saudita e uno contro due impianti energetici in Qatar.

Sul tema dell’energia ci voglio tornare fra poco, perché è un tema molto trattato dai giornali, spesso male. Prima però restando sul quadro generale, è necessario continuare a domandarsi come potrebbe andare a finire questa storia. 

Secondo il politologo Aldo Giannuli, che ha fatto una delle sue dirette quotidiane su questo tema in compagnia dell’esperto di Iran Alessandro Cassanmagnago, ci sono due variabili da tenere d’occhio. la prima è la durata: in pratica più dura il conflitto, più diventa probabile un suo allargamento. Trump ieri ha dato una deadline di 4 settimane, ma sappiamo che un conto sono i piani un conto è la realtà. Se il conflitto, dice Giannuli, dovesse protrarsi per due mesi, allora le probabilità di un suo allargamento aumenterebbero sensibilmente. 

L’altra variabile da tenere d’occhio sono le possibili interferenze di questa guerra con un’altra guerra di cui non si sta parlando praticamente per niente, perché è stata completamente oscurata da questa, che è quella fra Pakistan e Afghanistan. Una guerra atipica, anche perché, come dice sempre Giannuli, è uno scontro fra gli estremisti sunniti alla guida del Pakistan e gli ancora più estremisti sunniti alla guida dell’Afghanistan, ovvero i talebani. 

Per riassumervi un po’ anche questa situazione, nei giorni scorsi c’è stata una vera escalation militare fra i due paesi, dopo una serie di attacchi in Pakistan da parte di un gruppo jihadista noto come TTO o talebani pakistani, che il governo del Pakistan sostiene siano protetti dai talebani al potere in Afghanistan. 

L’esercito pakistano ha quindi reagito con raid e bombardamenti oltreconfine dicendo di colpire basi di militanti; il governo talebano sostiene che invece vengono centrati anche obiettivi civili e parla di violazione della sovranità, e intanto lungo la frontiera si sono moltiplicati scontri e chiusure dei valichi. Vedete che la guerra è sempre abbastanza simile a se stessa, ha dinamiche standard e una retorica ricorrente.

Proseguiamo con le analisi. Uno dei temi collaterali a questo conflitto più trattati è certamente la questione energetica. Infatti sia gli attacchi ad alcune infrastrutture energetiche, sia l’incertezza percepita dal settore, stanno avendo impatti giganti sulla fornitura e sul prezzo del petrolio e in parte del gas. E questo a cascata genera altre conseguenze.

Oltre ai danni veri e propri, come vi dicevo, pesa molto la percezione di insicurezza. Percezione di insicurezza legata in particolare a un luogo specifico che ha una rilevanza gigantesca nei flussi mondiali di petrolio e che forse vi sarà capitato di sentir nominare: lo stretto di Hormuz. Lo stretto di Hormuz è il collo di bottiglia tra Golfo Persiano e l’oceano e separa l’Iran dalla Penisola arabica.

Attraverso questa stretta lingua di mare passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota molto rilevante del gas (LNG) trasportato via mare. Lo stretto al momento è agibile, ma ai mercati basta temere che possa chiudere o anche solo diventare più pericoloso per far schizzare alle stesse le quotazioni del petrolio.

Ora, se osserviamo la questione da un punto di vista ambientale e climatico, viene da chiedersi: ok ma questa cosa è un bene o un male? Spingerà i paesi a produrre più o meno petrolio? Eh, bella domanda. la mia sensazione è che dipenderà molto dalla lungimiranza dei governi. 

Nel breve periodo potrebbe spingere a estrarne di più, proprio perché c’è una percezione di scarsità e di incertezza nella fornitura, chi ce l’ha probabilmente lo sfrutterà al massimo, anche per sfruttare i prezzi alti dei mercati. 

Al tempo stesso è sempre più chiaro che il petrolio, così come il nucleare, così come il gas sono sia infrastrutture critiche che potrebbero essere attaccate, sia mezzi di ricatto e dipendenza. E quindi qualche governo lungimirante potrebbe anche spingere nel medio periodo ancora più rapidamente verso l’elettrificazione dei consumi e le rinnovabili. Vedremo.

Ok, voglio mettere un ultimo tassello, perché c’è il rischio quando parliamo di guerra, di affrontarla solo da un punto di vista tecnico-strategico, che intendiamoci, è necessario ed essenziale, ma se la osserviamo solo da quel punti di vista, quindi molto nel dettaglio, rischiamo di perdere di vista il quadro generale, ovvero la totale assurdità di questa roba qua. 

A ricordarcelo, come spesso accade, è il giornalista e saggista statunitense Charles Eisenstein, che dal suo canale Substack fa una serie di riflessioni interessanti. È una prospettiva statunitense, ma facilmente estendibile anche ai paesi occiudentali. Ve ne leggo alcuni estratti:

“Ho appena letto che oggi sessanta bambine sono morte in un bombardamento aereo statunitense o israeliano su una scuola elementare femminile nel sud dell’Iran, senza contare quelle che sono ancora sepolte sotto le macerie. [in realtà sarebbero almeno il doppio].

Chi lo sa se USA/Israele abbiano bombardato la scuola intenzionalmente o se sia stata colpita per sbaglio. Forse qualcuno dirà che sopra c’erano tunnel pieni di terroristi o un deposito di armi (la scusa per bombardare praticamente ogni scuola e ospedale a Gaza), oppure che siano stati gli iraniani stessi a farla saltare in aria per suscitare simpatia. Forse qualcuno spiegherà che è uno di quegli sfortunati incidenti di guerra, “danni collaterali”, e quindi la colpa sarebbe del governo iraniano per non essersi arreso agli Stati Uniti. Probabilmente, la maggior parte degli americani non ne sentirà parlare affatto.

Il dibattito politico nelle settimane che hanno preceduto la guerra — almeno nel mio Paese — si è concentrato soprattutto sulle conseguenze per noi stessi: soldati americani che muoiono, ritorsioni terroristiche, benzina che quadruplica di prezzo, la guerra che diventa un pantano che prosciuga sangue e denaro americani. Tutto questo potrebbe accadere, ma argomentare in questi termini concede implicitamente l’assunto che questa sia la conversazione che dovremmo avere. È come dire che, se potessimo evitare tutte quelle conseguenze, allora sì: certo che dovremmo procedere con il cambio di regime.

E le bambine della scuola elementare? E i neonati nelle famiglie della leadership iraniana presi di mira per assassinii mirati? Che cosa succede quando affermiamo, attraverso l’omicidio, la nostra fedeltà al principio: “Fai ciò che è nel tuo interesse finché riesci a farla franca”? Che mondo dichiariamo così di far esistere? Che preghiera rivolgono a Dio queste azioni?

Epstein e i suoi compari, e tutto il mondo del traffico di esseri umani, operano esattamente su quel principio: “Fai ciò che è nel tuo interesse finché riesci a farla franca”. Chi è inorridito dall’élite pedofila e dai sistemi che la proteggono dovrebbe essere altrettanto inorridito da questa espressione geopolitica della stessa logica. È un’altra versione del principio del dominio totale. È un’altra espressione dell’ignoranza di una verità fondamentale della non-separazione: ciò che facciamo all’altro, in qualche forma lo facciamo anche a noi stessi.

Anche se gli USA riuscissero a prevenire ritorsioni violente con un sistema di difesa missilistica impenetrabile; anche se riuscissero a soffocare per sempre il contraccolpo terroristico con un regime globale di sorveglianza, blindato e alimentato dall’IA; anche se riuscissero a tenere basso il prezzo della benzina prendendosi i giacimenti di petrolio… le conseguenze penetrerebbero comunque le mura della fortezza. La violenza civile e domestica rispecchierà la violenza all’estero. Il suicidio rispecchierà l’omicidio. La depressione rispecchierà l’oppressione. L’inaridimento della vita interiore rispecchierà l’estinzione della vita fuori di noi. Chi vive “al sicuro” dietro i muri vive comunque dietro i muri, e lentamente soffoca. Chi si intorpidisce per compiere i mali della guerra deve vivere intorpidito. Non può sfuggire alla sofferenza che infligge alle sue vittime.

Voglio dire che con questo abbiamo chiuso. E ho qualche motivo per pensarlo. La guerra in Iraq dei primi anni 2000 godeva di un ampio sostegno popolare, frutto di una vigorosa campagna di propaganda per “fabbricare il consenso”. Quella campagna poteva funzionare solo perché la coscienza dominante era ricettiva. Questa guerra è diversa. Una piccola minoranza del pubblico americano la sostiene. L’amministrazione Trump l’ha iniziata comunque, senza nemmeno provare a ingegnerizzare il consenso dei governati, in una dimostrazione di potere nudo e crudo. Solo l’abitudine del pubblico all’apatia e alla passività permette alla guerra di andare avanti.

Mi piacerebbe pensare che l’apatia svanirà rapidamente quando le conseguenze arriveranno “a casa”. Tuttavia, quelle conseguenze potrebbero non essere ciò che la gente teme: attentati, caduti, benzina alle stelle. Potrebbero non essere visibilmente collegate alla guerra, e presentarsi invece come un’erosione accelerata del benessere sociale, familiare e personale. Perciò dovremo far nascere un movimento per la pace da qualcosa di diverso dal pragmatismo convenzionale.

Alla fine, la fonte di una coscienza di pace non è la paura delle cose brutte che potrebbero capitare a noi se facciamo del male agli altri. Il mondo più bello che il nostro cuore sa possibile si costruisce sull’amore. Quando amo qualcuno — mio figlio, per dire — non penso: “Spero che viva a lungo e felice così mi sosterrà nella vecchiaia.” Non penso: “Spero che sia felice o la gente penserà che sono un cattivo genitore.” E se è dipendente o depresso, nessuno può consolarmi dicendo: “Cambia serratura e blocca il suo numero, non deve per forza influenzarti.” Io voglio la sua felicità per lui, non per me. Eppure, paradossalmente, la sua felicità è la mia felicità. Il suo dolore è il mio dolore. Non siamo separati. Siamo interconnessi, co-esistenti. L’amore è la realizzazione sentita di questa verità.

Alto tutta la parte centrale e vado verso la fine: “Fino a oggi, il potere americano era drappeggiato di idealismo: libertà, democrazia. Ma uno sguardo dietro i drappi mostrava sempre altri disegni, diventati sempre più evidenti dalla Seconda guerra mondiale in poi. Ora i drappi sono caduti del tutto e rivelano la nuda verità del potere. Quando la vera natura del potere viene esposta al nostro sguardo (come sta accadendo anche con i file Epstein), abbiamo l’opportunità di sapere chiaramente che cosa stiamo scegliendo. Non possiamo più fingere di servire qualcosa che non sia il potere, se sosteniamo le guerre all’estero del presidente Trump.

Segnatevi quello che dico: ci sarà un contraccolpo da questa guerra. Potrebbe non prendere la forma della benzina più cara o di attentati. Potrebbe essere semplicemente un rispecchiamento più profondo, in patria, del danno inflitto all’estero. Alcuni prevedono tempi tumultuosi quest’anno e il prossimo. Tendo a essere d’accordo, ma il tumulto potrebbe essere tanto o più sul piano del significato, della storia, dell’identità, quanto su quello dei conflitti civili e dei sommovimenti economici. La ricchezza o la fortuna possono proteggerci dai secondi, ma dai primi non c’è scampo”.

Mi sento di condividere appieno questa analisi, che tira in ballo anche l’identità delle persone negli Usa, una identità che si sta sgretolando nelle loro mani e che avrà ripercussioni giganti. E lo stesso processo mette in luce anche le nostre immense contraddizioni, di europei che si sono sempre fatto scudo della protezione statunitense, e che in cambio hanno avallato le loro scelte guerrafondaie addolcendole con la retorica della democrazia. Adesso, quella retorica è evaporata anche per noi, per la nostra classe dirigente, per le persone. 

In un passaggio del suo articolo Eisenstein immagina la nascita di un nuovo movimento pacifista, profondamente diverso nelle modalità. Non so se questa cosa accadrà realtmente, negli Usa. Ci spero, così come spero che accada in Europa. Anche perché penso che se l’Europa vuole continuare o ricominciare a giocare un ruolo nel mondo, questo è il momento in cui questa cosa debba accadere da noi. Ho solo qualche dubbio anagrafico. Siamo un po’ anziani. Ma mai dire mai. 

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