Abbonati. Sostieni l'informazione indipendente


Cose da sapere

Articoli fondamentali per comprendere problemi e soluzioni dell'Italia (e del mondo) che Cambia, cose importanti, cose da sapere.

I temi che trattiamo
In evidenza
Ambiente

Ambiente

Podcast

La redazione affronta e sviscera problemi e soluzioni del mondo contemporaneo, cercando di comprendere e interpretare la realtà in modo onesto e approfondito.

Ascolta
In evidenza
Soluscions

Soluscions

Ispirazioni

Storie, esempi, riflessioni stimolanti e replicabili per cambiare la propria vita e il mondo, per realizzare i propri sognie e apprezzare frammenti concreti di Italia che Cambia.

Leggi
In evidenza
Calabria sarai Tu

Calabria sarai Tu

Guide al cambiamento

Vuoi sapere tutto, ma proprio tutto su un determinato tema? Con le nostre guide al cambiamento puoi farlo scegliendo quanto e quando approfondire.

Leggi
In evidenza
Animali come noi: guida al benessere animale

Animali come noi: guida al benessere animale

Focus

Inchieste, reportage, approfondimenti verticali che - tra articoli, video, podcast e libri - ci aiutano a mettere a "focus" la realtà.

Leggi
In evidenza
Guerre nel mondo

Guerre nel mondo

La guerra è una guerra, è UNA guerra, è una guerra

Territori

Il giornalismo, quello vero, si fa consumandosi le suole delle scarpe per andare nei territori e toccare con mano problemi e soluzioni.

I portali territoriali
In evidenza

Sardegna


Gli strumenti del cambiamento

Bacheca cerco/offro

Per mettere insieme la domanda e l'offerta di cambiamento e costruire insieme il mondo che sogniamo.

Mappa delle realtà del cambiamento

Scopri le realtà incontrate durante i viaggi o segnalate dalla community ritenute etiche e in linea con la nostra visione.


Scopri italia che cambia
12 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

La crisi del petrolio avrà conseguenze lunghe e profonde: cosa possiamo fare – 12/3/2026

Dalla nuova crisi globale del petrolio alle possibili risposte europee; la prima auto elettrica fatta in Burkina Faso; i 5000 impianti fotovoltaici regalati dalla Cina a Cuba.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
Cover Rassegna Home 1130 x 752 px 41

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

Guardalo ora

Trascrizione episodio

La crisi del petrolio che è iniziata con l’attacco Statunitense e israeliano all’Iran rischia di avere conseguenze a cascata molto molto durature.

Leggo sul Post: “La prospettiva che la guerra duri ancora per molto e quindi che il mondo debba continuare a fare a meno della materia prima che viene da qui ha fatto arrivare il prezzo del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, un livello che non si vedeva dal 2022, quando iniziò la guerra in Ucraina e un’altra crisi energetica.

Questa volta però tra gli economisti e gli analisti c’è abbastanza consenso sul fatto che le cose siano più gravi di allora per quel che riguarda il petrolio, e che questa possa diventare una crisi energetica di portata ancora più ampia di quelle degli anni Settanta, note per aver avuto effetti disastrosi sull’economia mondiale”.

Il problema principale, spiega l’articolo è che la guerra ha di fatto bloccato lo stretto di Hormuz, l’unico canale da cui il petrolio, come le altre merci, può uscire dal golfo Persico via nave e da cui passa circa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo. 

Il traffico non è bloccato perché l’Iran, che controlla una sponda dello stretto lo abbia completamente bloccato come si legge a volte, ma perché le imbarcazioni non si azzardano a passare. “Questo ha generato un secondo problema: i magazzini delle società petrolifere locali si sono riempiti, e molte di queste hanno dovuto interrompere il processo di estrazione e raffinazione perché non sapevano più dove stipare il petrolio. La produzione poi era già compromessa perché molti impianti erano stati obiettivi di attacchi da parte dell’Iran. La prima azienda a sospendere parte della produzione è stata la più importante società energetica del Qatar, seguita poi da altre in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Secondo le stime più recenti, la produzione dell’area si è ormai ridotta di circa un quarto.

Interrompere la produzione, oltre al commercio, aggrava di molto la situazione: mentre per riattivare il traffico non serve tutto sommato granché, basta che ripartano le navi, non è immediato riavviare produzioni interrotte, magari anche di impianti danneggiati dagli attacchi. Anche a guerra finita, le produzioni energetiche avranno tempi tecnici di ripartenza da rispettare. Secondo alcune analisi il prezzo del petrolio non tornerà ai livelli di prima della guerra prima del prossimo anno.

I primi paesi colpiti dall’interruzione delle forniture sono quelli che più dipendono dal petrolio che arriva dal golfo Persico. Il 75 per cento del petrolio che passa di qui è diretto verso le grandi economie del continente asiatico, cioè Cina, India, Corea del Sud e Giappone: la Cina da sola ne importa il 38 per cento. I paesi europei e gli Stati Uniti ne importano poco, ma questo non vuol dire che non risentiranno della crisi.

I rischi per le forniture infatti hanno fatto aumentare notevolmente il prezzo del petrolio, che è lo stesso per tutto il mondo, a prescindere che se ne importi dai paesi del Golfo o no. Il mercato del petrolio è globale e al di là della questione delle forniture, pur alla base di tutta la crisi, quello che genera problemi è l’enorme rincaro della materia prima, che danneggia l’economia globale in vari modi.

Il primo è l’aumento del prezzo dei carburanti, che non riguarda solo chi ha una macchina. Costa di più fare rifornimento anche per i camion, cosa che fa aumentare il costo dei trasporti, e costano di più anche i carburanti a uso industriale, condizione che potrebbe far aumentare il costo di produrre la merce in sé: molte aziende si stanno già trovando davanti alla scelta di ridurre i loro servizi o le loro produzioni. Come si è visto con la guerra in Ucraina l’aumento del costo dell’energia produce a cascata un aumento generale del costo della vita, quindi genera inflazione (problema da cui peraltro non siamo ancora del tutto usciti).

E l’effetto sui prezzi sarà più consistente quanto più un paese è ancora dipendente dal petrolio per la sua economia. 

Gli Stati Uniti sono ancora molto, molto dipendenti dal petrolio, e la guerra rischia dunque di fare molto male alla loro economia. Nonostante la minore dipendenza dal petrolio, rischia comunque molto anche l’Unione Europea, che risente ancora della crisi energetica della guerra in Ucraina e ora deve affrontarne una seconda dopo quattro anni: peraltro i paesi europei rischiano anche di restare senza il gas dal Qatar.

Il secondo modo in cui una crisi petrolifera può far danni all’economia è una diretta conseguenza del primo, perché se aumentano i prezzi delle cose qualcuno se ne deve occupare: lo fanno le banche centrali, che manovrano i tassi di interesse per tenere sotto controllo i prezzi. L’ipotesi è che si verifichi di nuovo quello che è successo a causa della pandemia e della guerra in Ucraina, quando le banche centrali aumentarono moltissimo i tassi per contenere l’inflazione, rendendo più cari i mutui e in generale qualsiasi tipo di prestito.

Il terzo modo è di nuovo una conseguenza dei primi due, che hanno effetti nefasti per la vita delle persone, le quali vedono aumentare il costo di tutto, dalla benzina alla spesa al prestito per comprare una casa. Si crea dunque un clima di incertezza e timore per il futuro, che di solito spinge a cercare di ridurre i consumi e gli investimenti, col rischio di arrivare fino a una recessione dell’economia. Questa eventualità non si è verificata con la crisi energetica del 2022, ma non è detto che non si verifichi adesso per via dello stato attuale dell’economia.

Oggi le persone sono ancora assai segnate dal grande aumento del costo della vita degli ultimi anni: molte ancora non hanno recuperato lo stesso potere di acquisto di prima della guerra in Ucraina, soprattutto nei paesi europei e in Italia, e ora hanno a disposizione meno soldi per affrontare una nuova ondata di rincari.

Questa situazione rischia di essere ancora peggiore delle crisi petrolifere degli anni Settanta, che portarono a un’inflazione a doppia cifra e a severi razionamenti dell’energia. 

Insomma, anche se da un lato potrebbe sembrarci una cosa positiva dal punto di vista ambientale il fatto che ci sia meno petrolio in circolo, in realtà il fatto che questa diminuzione dipenda da un crollo dell’offerta e non da una scelta consapevole e controllata genererà presumibilmente tutta una serie di effetti a cascata negativi, le cui conseguenze saranno pagate soprattutto dalle fasce più povere della popolazione. E come abbiamo visto anche con la pandemia, poi quando le cose si sbloccano c’è un effetto rimbalzo che va a recuperare facilmente le emissioni risparmiate.

Tutto ciò, però, con un importante se. Prendiamo il caso dell’Europa. Nel 2022, quando la Russia attaccò l’Ucraina dando origine alla prima grossa crisi energetica recente, incentrata sul gas in quel caso, l’Europa scelse di sostituire il gas Russo con altro gas, un po’ Usa, un po’ dal Qatar, fra l’altro GNL, più caro e più inquinante di quello che arrivava con i gasdotti dalla Russia. Se in quella situazione avessimo scelto invece di puntare tutto sulle rinnovabili, probabilmente le cose sarebbero diverse oggi.

Tuttavia c’è un famoso detto, forse cinese, che recita all’incirca “Il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso”. Per le rinnovabili vale circa lo stesso. Il miglior momento sarebbe stato 4 anni fa, il secondo miglior momento è adesso.

E in effetti questa volta, forse, l’Ue prova a fare qualcosa di sensato. Almeno di parzialmente sensato. Martedì la Commissione ha approvato un pacchetto sull’energia, che prevede 3 iniziative: la Clean Energy Investment Strategy, il Citizens Energy Package e la Strategy for Small Modular Reactors. 

La prima, detta semplice, è il modo con cui si trovano i soldi, il pezzo finanziario della strategia, che tralascio per concentrarmi sulle altre due che sono quelle più di contenuto. 

Il Citizens Energy Package è un pacchetto pensato per incentivare una transizione energetica accessibile. Dentro ci sono misure sulla povertà energetica, accesso a energia pulita e conveniente, sportelli unici per l’efficienza energetica, autoproduzione, autoconsumo e soprattutto c’è l’idea di tornare a spingere sulle comunità energetiche. Secondo la Commissione le comunità energetiche, se davvero sostenute, potrebbero aumentare fino a dieci volte la capacità rinnovabile installata entro il 2030 e contribuire ad alimentare 25-30 milioni di famiglie in Europa. Che sono a spanne circa il 15% delle famiglie europee. Poi, chiaro, c’è l’industria, ci sono i trasporti, però capite che se cresce la percentuale di famiglie che si alimenta con energia rinnovabile locale, questo diventa un elemento di resilienza importante del sistema.

Poi c’è l’altra parte del pacchetto, che invece è più controversa. Ovvero la Strategy for Small Modular Reactors ovvero il capitolo sul nucleare cosiddetto di nuova generazione. La Commissione l’ha presentata sempre per accelerare lo sviluppo e la diffusione degli SMR e degli AMR in Europa, con l’obiettivo di portare i primi reattori online nei primi anni Trenta. 

Bruxelles li descrive come una tecnologia che potrebbe contribuire alla neutralità climatica, alla sicurezza energetica e alla competitività industriale, anche per servire nuova domanda elettrica come quella dei data center. Che però è una strategia abbastanza rischiosa perché parliamo di tecnologie ancora del tutto immature, nemmeno in commercio, di cui si parla da decenni e che nessuno è riuscito mai a immettere sul mercato, senza considerare comunque i soliti problemi del nucleare, incluso anche il fatto che di Uranio, in Europa, ce n’è ben poco, e quindi si tratterebbe di sostituire una dipendenza con un’altra, di nuovo.

Un esempio interessante di, chiamiamola emancipazione energetica ci viene dal Burkina Faso. Leggo su L’Indipendente: “Una linea di auto elettriche prodotte localmente per rappresentare il riscatto industriale e tecnologico: accade in Burkina Faso, nel cuore del Sahel, mentre il Paese affronta una guerra contro i gruppi jihadisti e una fase politica guidata dalla giunta militare guidata da Ibrahim Traoré”.

ITAOUA è stato presentato nel gennaio 2026 come il primo marchio nazionale di mobilità elettrica, con la presentazione di due modelli, Native e Sahel, 100% elettrici e con autonomia compresa fra 200 e 330 chilometri. 

Più avanti l’articolo rivela che tuttavia “Diverse fonti vicine all’iniziativa – in particolare media cinesi e portali specializzati nel mercato automobilistico africano – suggeriscono che i primi modelli presentati deriverebbero da auto elettriche prodotte in Cina, successivamente adattate e assemblate localmente. Non si tratta dunque di vetture progettata interamente da zero in Burkina Faso, ma di un’operazione industriale più comune nei mercati emergenti: l’avvio di una filiera locale attraverso assemblaggio e adattamento tecnologico di modelli esistenti”. Una fase che però potrebbe essere propedeutica allo sviluppo di una vera industria automobilistica elettrica nazionale. Interessante.

Così come interessante è il fatto che in risposta alla crisi energetica cubana e le minacce Usa sempre la Cina abbia donato all’isola 5mila impianti fotovoltaici. 

Siamo sempre sull’Indipendente, stavolta a scrivere è Salvatore Toscano. “Nel frattempo dalla Cina arriva una risposta concreta all’embargo USA, con la donazione di 5mila sistemi fotovoltaici che le autorità cubane stanno installando per mitigare gli effetti della crisi energetica.

Va avanti il lavoro di diversificazione energetica intrapreso dall’Avana per aumentare la resistenza alle minacce esterne. L’anno scorso è stato inaugurato, sempre grazie all’alleanza commerciale con Pechino, il primo dei 92 parchi solari che entro il 2028 forniranno oltre 2mila megaWatt di elettricità. Agli impianti già esistenti, che oggi coprono circa il 10-15% del fabbisogno nazionale, si andranno ad aggiungere i nuovi 5mila sistemi fotovoltaici da 2kW donati dalla Cina. Più della metà contribuiranno all’alimentazione dei servizi essenziali nei centri urbani, come ambulatori, centri per anziani, filiali bancarie. Si tratta di impianti autonomi, non connessi cioè al sistema elettrico nazionale, il che li rende operativi anche in caso di blackout.

L’intervento cinese è un primo passo verso il miglioramento delle condizioni di vita a Cuba, messe a dura prova dall’embargo USA e dal suo recente inasprimento. Il suo popolo resiste come può, ricorrendo all’ingegno e alla creatività, oltre che al radicato sentimento anti-imperialista. Nel frattempo la Nuestra América Flotilla si prepara a rompere l’assedio americano, portando cibo, medicinali e altri beni di prima necessità a Cuba. Il convoglio umanitario raggiungerà l’Avana il 21 marzo. 4 giorni prima la spedizione europea partirà alla volta dei Caraibi, per unirsi agli altri attivisti: «In un mondo dove infuriano sempre più i venti di guerra, la solidarietà internazionale tra i popoli deve tornare a essere la nostra stella polare», ha dichiarato l’eurodeputata Ilaria Salis, presente per l’Italia insieme a Mimmo Lucano e ai portuali di Genova”.

In chiusura vi segnalo che è uscita anche la nuova puntata di padre mio, che parla di alchimia interiore.

Segnala una notizia

Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.

Commenta l'articolo

Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi

Registrati

Sei già registrato?

Accedi

Ultime news

Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara BrughittaCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa FerreliFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta SerraDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica

Italia che Cambia

L’informazione ecologica dal 2004

Italia che Cambia è il giornale web che racconta di ambiente, transizione energetica e innovazione sociale in Italia. Raccontiamo storie che ispirano e spieghiamo i problemi con approccio costruttivo. Offriamo strumenti concreti per chiunque voglia essere parte attiva di questa trasformazione. È il punto di riferimento per chi cerca esempi di sostenibilità, etica imprenditoriale e iniziative civiche che dimostrano che un altro mondo non solo è possibile, ma è già in costruzione.

Abbonati Registrati
Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara BrughittaCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa FerreliFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta SerraDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica