Il decreto bollette voluto da governo ha un elemento molto problematico – 24/2/2026
Il decreto bollette contiene una misura sul gas che potrebbe impattare ETS e mercato elettrico europeo; aggiornamenti sulla violenza in Messico dopo l’uccisione di El Mencho e uno studio sul rinverdimento del deserto del Taklamakan in Cina.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#DecretoBollette
Il Fatto Quotidiano – Decreto bollette, il Coordinamento Free resta scettico: “Alcune misure sono incoerenti con la decarbonizzazione”
#Messico
Associated Press – At least 73 people died in Mexico’s attempt to capture the notorious leader of the Jalisco New Generation Cartel and the violent aftermath of his death, authorities said Monday
Il Post – Le violenze in Messico dopo l’uccisione di “El Mencho”
#Cina
Green Matters – Mass Tree Planting in China Turns One of the World’s Driest Deserts into a Green Carbon Sink
Trascrizione episodio
Sabato, il 21 febbraio, è entrato in vigore quello che i giornali stanno chiamando “decreto bollette”. Ovvero un decreto-legge contenente “Misure urgenti per la riduzione del costo dell’energia elettrica e del gas in favore delle famiglie e delle imprese, per la competitività delle imprese e per la decarbonizzazione delle industrie, nonché disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche e di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico”.
Direi che possiamo serenamente chiamarlo decreto bollette. Essendo un decreto-legge, significa che lo ha scritto il governo bypassando il parlamento per motivi (almeno presunti) di urgenza, entra subito in vigore, ma deve essere convertito in legge dal parlamento entro 60 giorni.
Che cosa prevede? L’aspetto più raccontato dai giornali è l’aiuto alle famiglie vulnerabili. Il decreto viene presentato principalmente come un aiuto economico a chi è in difficoltà con il pagamento delle bollette. Ma in realtà dentro c’è una roba che sta passando del tutto in sordina ma è potenzialmente molto rischiosa.
Ma andiamo con ordine, partiamo dall’inizio, ovvero dagli sgravi per le famiglie. In pratica le famiglie che già percepiscono il bonus sociale elettrico, che è già uno sgravio delle bollette, dipendente dall’ISEE, viene riconosciuto un contributo aggiuntivo di 115 euro all’anno, che porta il beneficio complessivo a 315 euro l’anno. Insomma, se fino a ieri, per via del tuo isee, avevi uno sconto in bolletta di 200 euro, questo sconto diventa di 315€. Inoltre è previsto un contributo fino a 60 euro per le famiglie con ISEE inferiore a 25.000 euro, che non rientravano nel bonus sociale, applicato su base volontaria dai venditori di energia, quindi vuol dire che bisogna informarsi se il proprio gestore lo applica oppure no.
Poi c’è un pezzetto del decreto che riguarda le imprese, perché il decreto vuole abbattere le bollette anche per le imprese. Lo fa andando a eliminare alcuni oneri di sistema. Cioè: in bolletta non paghi solo “l’energia” che consumi, ci sono anche i cosiddetti oneri generali di sistema, cioè una specie di “cassetto” di componenti che finanziano varie cose di sistema (incentivi, regimi tariffari, ecc.). Alle imprese vengono abbassati gli oneri di sistema.
Solo che visto che poi alla fine i conti devono quadrare, e se abbassi un costo da una parte devi aumentarlo dall’altra, per compensare questo sgravio, aumentano di due punti percentuali una tassa, l’IRAP, alle aziende che producono energia. Ora, su questo c’è un aspetto che non mi è chiaro, perché i giornali parlano di aumento dell’IRAP per “alcune aziende del settore energetico”. Per un attimo ho sperato che fosse solo per aziende inquinanti, che quindi questo non valesse per chi produce da rinnovabili, ma poi guardando meglio il decreto, vedo che la legge individua i codici Ateco, e mi pare che quegli ateco comprendano un po’ tutti, indipendentemente dal tipo di energia che produci, insomma che coinvolga tanto chi produce da rinnovabili che ci brucia gas o petrolio. Peccato, un’occasione sprecata.
C’è in realtà anche una parte interessante all’articolo 4, dove il decreto incentiva i contratti pluriennali per comprare e vendere energia rinnovabile a un prezzo concordato, invece di comprarla “a spot” giorno per giorno in borsa elettrica. Sono contratti che danno all’impresa più stabilità, meno volatilità in bolletta e a chi produce rinnovabili entrate prevedibili, quindi più facilità nel farsi finanziare l’impianto.
Il tasto dolente di tutta la faccenda, però, è un altro, praticamente ignorato, ma che potrebbe avere ripercussioni gigantesche. E ringrazio Giovanni Ludovico Montagnani, ingegnere espertissimo in materia e fondatore della comunità energetica Vergante rinnovabile, per averlo fatto presente in un video sui suoi profili social.
È un aspetto che, a detta di Montagnani stesso, potrebbe distruggere il mercato elettrico europeo. Ora vi faccio spiegare direttamente da lui come stanno le cose, mostrandovi con il suo consenso, il video che ha pubblicato sui suoi canali. A te Giovanni:
Contributo disponibile all’interno del podcast
Insomma, una roba potenzialmente molto pesante. Il decreto sulla carta si propone di tagliare artificialmente una voce di costo alla fonte più cara, che è quella che determina il prezzo dell’energia sul mercato, ovvero il gas. Solo che così facendo di fatto rompe il sistema ets, su cui si basano i piani climatici europei, incentiva una fonte inquinante come il gas, e rischia di drogare tutto il sistema europeo.
“Più di 1.000 persone sono rimaste bloccate durante la notte nello zoo di Guadalajara, dove hanno dormito sugli autobus. Lunedì mattina, madri avvolte nelle coperte portavano fuori i loro bambini piccoli per una necessaria pausa bagno, mentre camion della polizia sorvegliavano l’area.
Luis Soto Rendón, direttore dello zoo, ha detto che molti erano intrappolati lì da domenica mattina, quando le violenze sono esplose in Jalisco e negli stati circostanti. Le famiglie hanno capito che non potevano rientrare a casa, in stati vicini come Zacatecas e Michoacán.
“Abbiamo deciso di far restare le persone dentro lo zoo per la loro sicurezza”, ha detto Soto. “Ci sono bambini piccoli e anziani”.
José Luis Ramírez, un terapeuta di 54 anni, era in una lunga fila fuori da una farmacia, una delle poche attività aperte lunedì a Guadalajara. Le famiglie compravano cibo, medicine, acqua, pannolini e latte artificiale, che i farmacisti passavano attraverso una porta chiusa con catena.
Per Ramírez era la prima volta che usciva di casa da quando la violenza era esplosa nel weekend, ma ha mantenuto un tono fiducioso, dicendo che nonostante il sangue versato i civili dovevano andare avanti.
Queste istantanee abbastanza vivide sono descritte da Maria Verza in un articolo su Associated Press News. Per capire che ci facevano oltre mille persone stipate in uno zoo a Guadalajara, una delle principali città del Messico, però, dobbiamo fare qualche passo indietro.
Tra domenica e lunedì l’esercito messicano ha dato il via a una grossa operazione contro i narcos. L’obiettivo era quello di catturare una delle persone più ricercate del paese: Nemesio Oseguera Cervantes, detto “El Mencho”, il capo del Cartello Jalisco Nueva Generación, una delle reti criminali in più rapida crescita in Messico, nota per il traffico di fentanil, metanfetamina e cocaina verso gli Stati Uniti e per aver condotto attacchi aperti contro funzionari del governo messicano.
Almeno 73 persone sono morte nell’operazione dei militari, secondo le autorità messicane. è morto dopo uno scontro a fuoco nel suo stato natale, Jalisco, mentre i militari messicani cercavano di catturarlo. Il segretario alla Difesa messicano, Ricardo Trevilla, ha detto lunedì che le autorità avevano seguito una delle partner sentimentali di Oseguera Cervantes fino al suo nascondiglio a Tapalpa.
Il capo del cartello e due guardie del corpo sono fuggiti in una zona boscosa, dove sono rimasti gravemente feriti in una sparatoria. Sono stati presi in custodia e sono morti durante il trasferimento verso Città del Messico, ha detto Trevilla. “El Mencho”
L’organizzazione ha risposto alla sua morte con violenze diffuse, tra cui blocchi stradali e incendi di veicoli. In un’altra località del Jalisco, i soldati hanno ucciso anche un altro membro di alto rango del cartello che — secondo Trevilla — stava coordinando le violenze e offriva oltre 1.000 dollari per ogni soldato ucciso.
Tra i morti ci sono 25 membri della Guardia Nazionale messicana, uccisi in sei attacchi distinti, ha dichiarato il segretario alla Sicurezza Omar García Harfuch.
In tutto ciò, c’è lo zampino degli Usa. La Casa Bianca ha confermato che gli Stati Uniti hanno fornito supporto di intelligence all’operazione per catturare il leader del cartello e ha elogiato l’esercito messicano per aver eliminato un uomo che era tra i criminali più ricercati in entrambi i Paesi.
Il governo messicano non ha fatto mistero di aver avviato l’operazione per compiacere l’amministrazione Usa. Sperava che la morte del più grande trafficante di fentanil al mondo avrebbe allentato la pressione dell’amministrazione Trump, che chiede di fare di più contro i cartelli, per bloccare l’ingresso del fentanyl nel suo paese..
Come riporta l’articolo di AP news però, l’operazione potrebbe anche aprire la strada a più violenza, mentre gruppi criminali rivali approfittano del colpo inferto all’organizzazione di El Mencho. Come ha detto David Mora, analista del Messico per l’International Crisis Group, “Questo potrebbe essere un momento in cui gli altri gruppi vedono che il cartello è indebolito e vogliono cogliere l’occasione per espandere il loro controllo e prendere spazio negli stati in cui operava il Cartello Jalisco”.
Nel cuore del bacino del Tarim, nel nord-ovest della Cina, si apriva quello che sembrava un enorme varco spalancato, riempito solo di sabbie in continuo movimento, con come uniche compagne pochi salici, pioppi o altri arbusti resistenti, diventati ormai talmente temprati da non “desiderare” più acqua. Stretta tra le braccia dei monti Pamir e Kunlun, il deserto del Taklamakan (detto anche Taklimakan o Takla Makan) era quasi diventato un luogo senza speranza: un pezzo di mondo fatto di cose morte, mute e secche. Nel 1978, funzionari del governo cinese decisero di mettere piede in quelle sabbie abbandonate e provare a ridare vita al deserto.
E oggi, ecco, il deserto è lontanissimo dall’essere “senza speranza”. Anzi: è pieno di una vitalità quasi incredibile con 66 miliardi di alberi (66 miliardi, non so se realizzate quanti sono). In un nuovo studio pubblicato in questi giorni su PNAS, gli scienziati hanno documentato la trasformazione spettacolare di questo paesaggio arido e sterile in una sorta di oasi rigogliosa. Oggi, notano i ricercatori, si sarebbe trasformato in una brillante “spugna” di carbonio della biosfera, capace di sottrarre enormi quantità di carbonio dall’atmosfera.
Grande più o meno quanto la Grande Barriera Corallina, l’area del Taklamakan — circa 130.000 miglia quadrate — è circondata da montagne così alte che, negli ultimi anni, hanno bloccato gran parte dell’aria umida, mantenendo il deserto desolato e sottoposto a condizioni estreme. Qui piante e fiori non riuscivano a germogliare: l’ambiente era troppo duro per sopravvivere. Nella maggior parte dei giorni, le sabbie roventi e senza freni si sollevavano e sferzavano le città circostanti con violente tempeste di sabbia. Però una decisione ha cambiato tutto: un progetto di piantumazione di massa ha trasformato questo “vuoto biologico” in qualcosa che oggi contribuisce a proteggere il pianeta dalle emissioni di gas serra.
Il programma, chiamato Three-North Shelterbelt Program o “Grande Muraglia Verde”, è stato celebrato come un progetto di ingegneria ecologica di livello mondiale pensato per rallentare la desertificazione. L’obiettivo era piantare miliardi di alberi lungo i margini dei deserti del Taklamakan e del Gobi entro il 2050. Solo di recente, però, gli scienziati hanno iniziato a cogliere davvero la scala della crescita a cui il programma ha contribuito da quando è stato avviato.
Il team ha utilizzato alcuni sofisticati sistemi satellitari per monitorare le concentrazioni di anidride carbonica e l’intensità del “verde” che, lentamente, ha iniziato a stendersi sul deserto. Le osservazioni hanno rivelato una sorprendente diminuzione stagionale della CO₂. La copertura vegetale è aumentata in modo drastico e mostrava segnali di una forte attività fotosintetica.
Nel complesso, questa iniziativa di riforestazione ha mostrato due principali segnali positivi: primo, un calo della CO₂ atmosferica; secondo, un aumento della fluorescenza indotta dal Sole, la luce emessa durante la fotosintesi. Come ha detto uno degli autori dello studio, questo dimostra il “potenziale di trasformare un deserto in un pozzo di assorbimento del carbonio e fermare completamente la desertificazione”.Le motivazioni della Cina dietro questo programma erano sia ambientali che politiche. Se da un lato l’espansione incontrollata del deserto minacciava i terreni agricoli circostanti, dall’altro l’instabilità nelle regioni occidentali alimentava scontri tra gruppi etnici e l’allora leadership Han. Che siano state ragioni ambientali, politiche o entrambe, il caso offre un raro studio su come “rinverdire” un deserto sul campo e su come, col tempo, la riforestazione possa davvero cambiare il volto di un deserto.
Segnala una notizia
Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.






Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi