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16 Febbraio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Le prime elezioni in Bangladesh dopo le grandi rivolte del 2024 hanno funzionato – 16/2/2026

Elezioni e referendum in Bangladesh dopo le rivolte del 2024. In Italia chiusa l’inchiesta sul cantiere Esselunga di Firenze. Tensioni Usa-Ue e nuove mosse dell’amministrazione Trump su clima e Venezuela.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
elezioni bangladesh

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Giovedì scorso, 12 febbraio, si è votato in Bangladesh per formare il nuovo governo e parlamento dopo che la storica leader del Paese era stata deposta dalle gigantesche manifestazioni soprattutto giovanili del 2024, e dopo che la guida ad interim del Paese era stata affidata a un Premio Nobel per la pace e inventore del microcredito. 

Erano elezioni molto importanti per tante ragioni differenti, anche perché il Bangladesh è uno di quei paesi di cui sappiamo poco ma che per diverse ragioni ha un ruolo centrale a livello internazionale. 

Quindi partiamo proprio da qui, da capire un attimo il contesto, poi vi racconto come è andata. Il Bangladesh è un paese piuttosto piccolo, grande meno della metà dell’Italia, ma in cui vivono circa il triplo degli abitanti, quasi 180 milioni di persone, quindi è l’ottavo paese più popoloso al mondo, con una densità altissima.

È un paese mediamente povero, in cui circa un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Ma è anche uno dei grandi hub mondiali della produzione soprattutto di abbigliamento, un settore che impiega milioni di lavoratrici e lavoratori con un sacco di aspetti sorprendenti e contraddizioni. 

Ad esempio, come raccontava qualche giorno fa un articolo di Claudia Vago su Valori, 

Diciotto delle venti fabbriche più “green” del Pianeta si trovano in Bangladesh. Tuttavia questa storia di successo, che comunque non è una roba da poco, è al tempo stesso un po’ una vetrina per le aziende occidentali, che producono in quelle fabbriche. Che sono impeccabili dall’esterno dal punto di vista delle emissioni, di come sono realizzati gli edifici, ma che all’interno continuano a portare avanti le vecchie logiche della fast fashion: con compressione al minimo dei costi, tempi strettissimi, produzione just-in-time, e quindi ritmi sempre più alti, straordinari spinti, pressione dei supervisori.

Ok questo è il contesto generale. In questo contesto, segnato – come spesso avviene nei paesi che l’Occidente ricco sceglie per produrre sottocosto – da disuguaglianze e corruzione, aveva governato per molti anni Sheikh Hasina, leader storica dell’Awami League (il principale partito “laico-nazionalista” del Bangladesh) figlia di colui che viene considerato il fondatore della patria. 

Hasina è stata una figura potentissima e molto divisiva: inizialmente sembrava colei che avrebbe portato stabilità e sviluppo nel paese, ma soprattutto negli ultimi anni ha guidato una progressiva stretta autoritaria contro le opposizioni e la società civile. 

Finché nel 2024 una serie gigantesca di rivolte, guidate soprattutto dai giovani, hanno portato alla caduta di Hasina. Le proteste sono esplose inizialmente fra gli studenti, ed erano legate all’accesso ai posti pubblici. I posti pubblici in un paese in cui il lavoro è spesso precario e sottopagato sono un privilegio a cui però accedere è complicatissimo, a meno di non appartenere a una rete privilegiata, legata alla politica. 

Le proteste erano stata gestite col pugno di ferro dalla premier, con scontri, vittime arresti, restrizioni pesanti (anche sull’informazione e sui social), ma a quel punto avevano alzato il tiro chiedendo la fine del governo sempre più autoritario, quindi ad Hasina di andarsene. 

Il tutto era culminato nel luglio 2024, quando le manifestazioni erano diventate gigantesche, si parla di 1400 manifestanti uccisi, ma alla fine i manifestanti avevano avuto la meglio, a un certo punto l’esercito si rifiuta di aprire il fuoco sui manifestanti e Hasina fugge all’estero, poi incriminata e condannata a morte in contumacia.

A quel punto la guida del Paese, su proposta degli stessi manifestanti, è stata affidata a Muhammad Yunus, per un governo ad interim. Yunus è un Nobel per la pace e economista bengalese famoso per aver reso mondiale il modello del microcredito, cioè piccoli prestiti alle persone povere per avviare attività e uscire dalla miseria.

E venerdì si votava per la prima volta dopo la rivolta del 2024. E c’erano parecchi punti interrogativi e timori. Innanzitutto il partito di Sheikh Hasina, la Awami League, era stato escluso dalle elezioni proprio dall’amministrazione Yunus, e c’era timore che questa scelta causasse scontri e proteste e facesse percepire queste elezioni come illegittime a una parte della popolazione.  

Dall’altro lato, c’era il tema della – chiamiamola – deriva islamista. Il Bangladesh è un paese a maggioranza musulmana, negli anni è cresciuta la parte più intransigente, islamista appunto, che ha avuto un ruolo – anche se non preponderante – anche dentro le proteste. Questa corrente è rappresentata dal partito Jamaat-e-Islami, che era vietato durante il “regno” di Hasina e che ha posizioni molto radicali: racconta il Post che il partito “punta a introdurre la sharia, l’insieme di princìpi morali e giuridici islamici, il suo leader Shafiqur Rahman nega l’esistenza dello stupro coniugale, il partito non ha candidato alcuna donna e propone di ridurre il loro orario di lavoro da otto a cinque ore, in modo che possano trascorrere più tempo a casa, con una sovvenzione pubblica per le ore di lavoro perse”.


Comunque, come è andata a finire? Prendo spunto da un articolo di Domani. In pratica non ha vinto il partito islamista, ma ha vinto l’altro partito più crreditato, e ha vinto in maniera molto netta. Ovvero il partito nazionalista del Bangladesh, guidato da Tarique Rahman. 

Il BNP (Bangladesh Nationalist Party) è uno dei due grandi partiti “storici” del Bangladesh, l’altro è – o era – l’Awami League di Sheikh Hasina, che però era stato escluso. È un partito nazionalista, considerato di centro-centrodestra, anche se è difficile inquadrare la politica bangladese con gli occhiali occidentali. 

Ad esempio considerate che il concetto di nazionalismo in Bangladesh, soprattutto etnico-religioso, cioé l’idea che ci sia un’identità forte nell’essere bengalese, è abbastanza trasversale e risale a quando, dopo la fine del colonialismo britannico, il Paese di fatto era parte del Pakistan, trattato un po’ come una colonia interna, con pochi soldi, poca autonomia, e soprattutto l’imposizione dell’urdu come lingua “nazionale”. 

Quindi, dicevamo, Il BNP di Tarique Rahman ha vinto nettamente, con una maggioranza di circa due terzi dei seggi in parlamento. Oltre a questo, diversi osservatori internazionali hanno descritto il voto come il più libero degli ultimi vent’anni, per come si sono svolte, pacificamente, le elezioni. L’articolo di Domani, di Giuliano Battiston, descrive un clima di festa nel paese. 

Ovviamente ci sono dei timori. Rahman, il futuro premier, è una figura non esente da controversie. Leggo sul Post che “Tarique Rahman, che molto probabilmente sarà il nuovo primo ministro, è il figlio dell’ex prima ministra bangladese Khaleda Zia, che fu a lungo la principale rivale politica di Hasina. Ha meno seguito e meno carisma della madre, ma è stato avvantaggiato dal fatto che negli ultimi anni Zia era diventata per molti un simbolo di democrazia e resistenza al governo sempre più autoritario di Hasina”. 

È stato per molti anni in esilio autoimposto a Londra, è tornato solo dopo la fuga di Hasina e poco prima della morte della madre. C’è chi teme che, con il ritorno del BNP al potere, rientrino anche vecchie reti di potere e oligarchie, visto che Rahman porta con sé anche un bagaglio di accuse e polemiche del passato, legate alla corruzione (che lui le respinge). 

Nel suo discorso dopo le elezioni Rahman ha puntato su rilancio dell’economia e lavoro, promettendo “10 milioni di posti di lavoro in cinque anni”. Vedremo.

Altra cosa interessante è che assieme alle elezioni politiche si votava anche per un referendum, promosso dal governo ad interim di Yunus, che praticamente aveva raccolto alcune delle richiesta di modifica della Costituzione arrivate dalle piazze, che erano confluite nella “July National Charter”, appunto un pacchetto di riforme costituzionali.

Gli elettori anche qui con una maggioranza ampia attorno al 70% hanno detto “sì” a queste modifiche che puntano a limitare il potere dell’esecutivo e rendere il sistema più “anti-autoritario”, per esempio con un limite di due mandati per il primo ministro, in più ci sono misure per rafforzare l’indipendenza della magistratura e un aumento della rappresentanza femminile. 

Il referendum non cambia automaticamente la Costituzione, ma sostanzialmente impegna, anche se non formalmente, ma idealmente il nuovo Parlamento a scrivere e approvare quelle riforme. In questo senso, vedere se ci sarà un seguito a questo voto sarà anche un banco di prova della reale svolta democratica del paese.

Non so se ricordate ma due anni fa, a Firenze c’era stato un incidente in un cantiere  per la costruzione del centro commerciale Esselunga, che provocò la morte di 5 persone. 

A distanza di due anni esatti dalla tragedia, racconta l’Indipendente, la Procura di Firenze ha chiuso l’inchiesta, concludendo che il disastro sarebbe avvenuto a causa di «gravi errori di progettazione per inseguire la massimizzazione del profitto». Agli indagati sono contestati a vario titolo i reati di omicidio colposo, lesioni personali, disastro doloso e numerose violazioni delle norme di sicurezza sul lavoro.

Leggo: “A causare la tragedia fu l’errore di progettazione di una trave, realizzata da Rdb, che cedette provocando il collasso dei solai. Secondo la Procura, Rdb Ita e Italprefabbicati avrebbero «omesso di adottare un modello di organizzazione e gestione idoneo a prevenire i reati della specie di quelli verificati», così come «una una mappatura dei rischi connessi alle attività svolte e un’indicazione delle regole comportamentali». Non avrebbero poi predisposto un piano «per evitare che la progettazione e l’esecuzione dei prefabbricati venisse reiteratamente eseguita frettolosamente e con gravi, palesi errori di progettazione ed esecuzione». Un bilancio pesantissimo che, se confermato in sede giudiziaria, non lascerebbe margine a giustificazioni di sorta”.

I pm ritengono che tali inazioni siano state finalizzate a perseguire «un risparmio di spesa ottenuto con il mancato affidamento della progettazione a professionisti esterni e con impiego di personale numericamente inadeguato, nonostante le numerose e reiterate sollecitazioni provenienti dalla committenza e dall’appaltatore e nonostante la particolare difficoltà dell’opera da realizzare». La Procura evidenzia come siano stati utilizzati «quantitativi di ferro inferiori a quello a quello che sarebbe stato necessario per la produzione dei prefabbricati», spiegando che Attività Edilizie Pavesi avrebbe «risparmiato sulle spese relativi ai costi da sostenere per effettuare le verifiche necessarie sui prefabbricati prodotti dai subappaltatori».

Insomma, abbiamo parlato di Bangladesh, un luogo dove la massimizzazione dei profitti da sempre cozza con le misure di sicurezza delle aziende e con la tutela di chi lavora. Ma è un meccanismo globale, da cui nessuno esente, anche se in forme e misure diverse.

Alcune notizie veloci. Si è parlato molto dello scontro fra leader europei e Usa alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco – che è un appuntamento annuale in cui a Monaco di Baviera si ritrovano capi di governo, ministri, diplomatici, militari, aziende e think tank di mezzo mondo per parlare di sicurezza internazionale.

In particolare i giornali hanno parlato molto delle dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz che l’ha messa giù piuttosto dura dicendo che Europa e Usa hanno ormai visioni diverse, ha detto ad esempio “la lotta culturale del movimento Maga non è la nostra”, e che l’Europa dovrebbe pensare a difendersi da sola perché non può contare più sugli Usa. 

Al contrario – e ribaltando un po’ la dinamica dello scorso anno – Marco Rubio, segretario di Stato Usa, ha usato un tono più morbido e conciliante dicendo che Usa ed Europa sono interdipendenti, che gli americani sono “figli dell’Europa” e che Washington non ha intenzione di abbandonare il rapporto transatlantico. 

Le dichiarazioni di Rubio fanno forse match con una linea stranamente più morbida e conciliante che l’amministrazione Trump sta adottando negli ultimi giorni, forse anche in seguito a un crollo della sua popolarità interna. Ad esempio l’ICE si è di fatto ritirata da Minneapolis dopo le proteste, e come racconta il direttore del Post Francesco Costa nella sua newsletter sugli Usa Da Costa a Costa, molti politici repubblicani si sono distanziati in maniera abbastanza forte e inedita da alcune sue recenti sparate, tipo il video di Barak e Michelle Obama in versione scimmie che ha postato sui suoi canali social. 

Dove le politiche trumpiano sono rimaste uguali è il fronte climatico. La scorsa settimana l’amministrazione Usa ha dato due “licenze generali” che riaprono di fatto le porte del petrolio e del gas venezuelano a cinque big Oil: Chevron, BP, Shell e Repsol e l’italiana Eni. Poi un giorno approfondiamo con quale autorità gli Usa possano di fatto autorizzare un’azienda italiana a operare in un paese sudamericano, ma non oggi perché è una roba un po’ complessa.

E poi Trump ha continuato a smontare pezzi di architettura climatica federale. In particolare il 12 febbraio Trump e il capo dell’Agenzia ambientale Usa Lee Zeldin hanno annunciato la revoca dell’“endangerment finding” del 2009, ovvero di quella conclusione dell’EPA che diceva, in sostanza, “i gas serra mettono a rischio salute e benessere”, e che per più di 15 anni è stata la base legale per regolamenti su CO₂, metano e standard sulle emissioni dei veicoli.

Ultima cosa al volo, sabato è uscita la puntata mensile di INMR+ dedicata alla situazione nel Kurdistan siriano.

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