Flotilla: quindi come è andata a finire? – 3/10/2025
Aggiornamenti sulla flottiglia per Gaza, il piano di pace di Trump modificato da Netanyahu, il caso Leonardo-Israele e un nuovo approfondimento da Auroville.
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Fonti
#Gaza / Global Sumud Flotilla
il Post – La flottiglia verso Gaza è stata fermata da Israele
#Israele / Governo Netanyahu
il Post – L’accordo di tregua proposto da Netanyahu scontenta Smotrich e Ben Gvir
New York Post – Israeli minister threatens to resign, collapse Netanyahu government if hostage deal goes through
#Leonardo / Armi italiane a Israele
Altreconomia – Leonardo ammette l’export di armi in Israele e fa cadere la maschera del governo
la Repubblica – Tajani a Porta a Porta: “Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto”
Trascrizione episodio
Ci siamo lasciati ieri mattina con le navi della Global Sumud Flotilla che venivano intercettate e bloccate una dopo l’altra dall’esercito israeliano. Direi che riprendiamo da lì, per capire come è andata a finire.
La Sumud Flotilla è questa flotta di imbarcazioni partita da vari porti europei con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari a Gaza, e di rompere simbolicamente — e fisicamente — il blocco imposto da Israele. Ieri, quando le barche si trovavano a poche decine di miglia dalla costa di Gaza, una ad una sono iniziate ad essere abbordate da militari israeliani che, non ci sono andati per il sottile.
Israele non ha mandato “ufficiali navali civili” come la polizia portuale, ha usato navi militari, unità d’élite, droni. Che hanno circondato la flottiglia, sparato cannoni d’acqua, usato granate stordenti, interferito con le comunicazioni, ordinato via radio di cambiare rotta. Quando gli attivisti non hanno obbedito, sono saliti a bordo e hanno preso il controllo. Insomma, un’operazione militare in piena regola.
Che poi, in piena regola: mica tanto. Ci sono grossi dubbi sul fatto che questa operazione sia in qualche modo legittima. L’abbordaggio infatti è avvenuto in acque internazionali, quindi fuori dalla zona di competenza territoriale israeliana. Una imbarcazione in acque internazionali risponde allo stato di bandiera, e l’attacco israeliano è considerato dai più del tutto illegittimo, un crimine di guerra.
Ci sono solo dei casi di estremo pericolo e urgenza in cui un paese può dichiarare un blocco e pretendere di farlo rispettare anche in acque internazionali, ma quel blocco deve essere legittimo, proporzionato e non discriminatorio. Ecco, molti esperti e organizzazioni come Amnesty International dicono che il blocco di Gaza non rispetta questi criteri, e che quindi l’intervento contro la flottiglia è da considerarsi illegittimo. E infatti anche il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani, a porta a porta, lo ha detto: “Secondo me il blocco è una violazione del diritto”. Solo che poi ha aggiunto: “Comunque quello che dice il diritto è importante fino a un certo punto”. Ah, bene.
Comunque, l’altra domanda a cui ieri non sapevamo dare una risposta, e a cui oggi possiamo darne una almeno parziale è: che fine hanno fatto le persone che erano a bordo? La stragrande maggioranza delle persone è stata arrestata e portata nel porto israeliano di Ashdod. Il Washington Post parla di circa 200 attivisti fermati che si trovano in stato di detenzione in attesa di essere espulsi verso i rispettivi paesi d’origine.
Però, i numeri non tornano perché i partecipanti erano circa 500 all’inizio, secondo diverse fonti. È vero che alcuni attivisti hanno scelto a un certo punto di fermarsi a Cipro e tornare indietro, ma difficile immaginare che fossero più della metà. Però su questo, ad esempio, non ho trovato niente al momento.
Poi c’è un altro mistero interessante: una delle imbarcazioni, la Mikeno, secondo il tracciamento sembrava essere riuscita a sfuggire al blocco e ad avvicinarsi alla costa di Gaza. Non è chiaro se sia davvero riuscita a passare, o se Israele l’abbia intercettata e fatta proseguire senza a bordo gli attivisti. Secondo il governo israeliano, nessuna nave è arrivata a Gaza. Però il dubbio rimane.
E questa è un po’ la situazione. Nelle prossime ore sapremo meglio anche se tutti gli attivisti a bordo saranno stati arrestati e deportati oppure se ci saranno episodi diversi.
Nel frattempo, ne approfitto per fare un rapido aggiornamento sul fronte diplomatico e politico della vicenda. Dove si stanno muovendo un po’ di cose. mentre l’esercito israeliano continua con la sua operazione militare e a mietere vittime civili, si lavora a un piano di pace proposto da Trump, modificato da Netanyahu, che però sta facendo traballare il governo israeliano.
Il piano iniziale di Trump, in 20 punti, prevedeva – ve la faccio brevissima – una tregua immediata, il rilascio degli ostaggi da parte di Hamas e una gestione temporanea di Gaza, una sorta di governo tecnico senza Hamas ma anche senza occupazione israeliana, con la ricostruzione e la gestione affidata ad una forte presenza internazionale. Netanyahu, in un colloquio con Trump, ha ottenuto delle modifiche per mantenere comunque un po’ di controllo militare e più margine di manovra.
Il fatto che però Netanyahu abbia anche solo pensato a un piano per un cessate il fuoco ha fatto infuriare l’estrema destra sua alleata di governo, che lo accusa di essere troppo morbido. Il ministro per la sicurezza nazionale, Ben-Gvir, ha minacciato di togliere il sostegno al governo se Bibi accetterà.
Il governo rischia quindi seriamente la crisi. E secondo alcune fonti a salvare Netanyahu potrebbe essere, pensate un po’, persino la sinistra, che potrebbe — in teoria — appoggiare il governo dall’esterno per evitare il caos e le elezioni anticipate. Insomma, anche oggi, un discreto groviglio.
Leonardo è la principale azienda bellica italiana, controllata dallo Stato. Leonardo storicamente è stata uno dei tanti fornitori di armi a Israele. Storicamente. Perché poi a un certo punto, dopo il 7 ottobre 2023, il governo italiano ha ufficialmente bloccato ogni esportazioni di armi verso Israele. In teoria.
Ora, che questo blocco non fosse poi così relae lo si era intuito da un pezzo, ma la cosa interessante è che 3 giorni fa a confessarlo pubblicamente è stato niente meno che L’AD di leonardo. Che risponde al nome, rullo di tamburi, di Roberto Cingolani.
Ora, se siete nuovi ascoltatori di INMR questa vi suonerà un po’ come un inside joke, però c’è stato un tempo in cui Cingolani era ministro della transizione ecologica nel governo Draghi ed era diventato un po’ lo zimbello di INMR. Lo ammetto, facevo dello spudorato Minister shaming.
Comunque fatto sta che il buon Cingolani, probabilmente uno dei peggiori ministri di sempre, è finito dopo l’esperienza governativa a fare l’AD di Leonardo, fra l’altro diventando un simbolo potente di un processo che qui abbiamo denunciato: il processo che sta trasformando il green deal in un piano di conversione bellica dell’economia, qui lo abbiamo visto incarnato da un ministro della transizione ecologica che è diventato il manager della prima azienda italiana produttrice di armi. E vabbé.
Comunque, il buon vecchio Cingolani comunque anche se adesso è armato fino ai denti, resta quel personaggio un po’ goffo di sempre e il 30 settembre 2025 ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui cerca di rispondere a quelle che lui definisce “accuse di complicità nel genocidio”.
Ecco, considerate che in questa intervista, come ha analizzato in un articolo molto dettagliato il direttore di Altreconomia Duccio Facchini, Cingolani ammette candidamente, e senza volerlo, che l’Italia ha continuato a esportare armi e materiali militari verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023.
E lo ha fatto in forza di autorizzazioni rilasciate prima di quella data, autorizzazioni che — è bene chiarirlo — il governo avrebbe potuto sospendere o revocare, in base alla legge 185 del 1990, che regolamenta appunto l’export di armi.
Questa legge, all’articolo 15, prevede la possibilità di bloccare le esportazioni anche solo per armi da caccia, fumogeni, persino fuochi d’artificio. Figurarsi, quindi, per i materiali che servono a far volare i caccia che poi bombardano Gaza. Eppure niente: il governo Meloni non ha mai sospeso quelle autorizzazioni.
Cingolani nell’intervista la fa un po’ tragica, dice che Leonardo era quasi “costretta” a continuare, perché altrimenti avrebbe violato i contratti e si sarebbe esposta a contenziosi legali. Ma è una difesa molto traballante, perché anche gli accordi internazionali — come la Convenzione di Vienna — danno la possibilità, anzi l’obbligo, di sospendere i contratti in caso di violazioni gravi del diritto umanitario. E in questo caso parliamo di bombardamenti su civili, ospedali, infrastrutture: tutto documentato e denunciato da organismi internazionali.
E in questa intervista Cingolani fa anche un’altra cosa: chiama in causa direttamente il governo, dice testualmente che per fortuna ora la Farnesina sta “valutando se sia possibile trovare un provvedimento” per sospendere le vecchie licenze. Peccato – fa notare ancora Facchini – che quel provvedimento il governo avrebbe potuto prenderlo in qualsiasi momento, anzi più volte Tajani ha fatto intendere che fosse già stato firmato un decreto del genere.
E nel dicembre 2023, quando Altreconomia ha chiesto conto alla Farnesina con un accesso civico per verificare se quel decreto esistesse o no, il ministero ha risposto che non poteva dirlo, per non turbare le relazioni internazionali. Ovviamente non esisteva.
Nel frattempo, Tajani continuava a dire in pubblico che “è tutto bloccato”. Meloni, in Senato, arrivava a dire, un anno fa, che le esportazioni in Israele erano solo componentistica che veniva assemblata lì ma era destinata agli Stati Uniti, quindi senza alcun rischio che venisse usata a Gaza. Oggi Cingolani, invece, ci racconta che continuiamo a onorare due contratti attivi, ma che tranquilli, si tratta solo della “manutenzione per elicotteri e aeroplani da addestramento non armati”, o come dice più avanti “quattro tecnici che abbiamo mandato in Israele per la manutenzione”.
In realtà Leonardo, come aveva ammesso l’azienda stessa a fine 2024, ha fornito assistenza tecnica da remoto, riparazione materiali e ricambi per un valore di 7 milioni di euro, cifra che nel 2025 è salita ma non è stata comunicata. E quindi no, non sono solo quattro tecnici. E no, non è tutto bloccato.
Quello che sta emergendo è un balletto di mezze verità, omissioni e dichiarazioni contraddittorie, il tutto mentre vengono documentate e denunciate, da 2 anni, gravi violazioni dei diritti umani. Uno scaricabarile goffo in cui però la verità emerge grazie alle versioni che si contraddicono, senza che nessuno abbia il coraggio di parlare.
Torniamo con la nostra rubrica Aurocrisis, in cui raccontiamo la crisi che sta attraversando Auroville. Auroville è questa città sperimentale e internazionale fondata nel 1968 in India con l’obiettivo di realizzare un modello di convivenza umana armoniosa, oltre le divisioni politiche, religiose e culturali, basata su valori spirituali, cooperazione e sostenibilità.
Che però, in maniera paradossale, è attraversata ormai da qualche anno da conflitti e spaccature. Il conflitto nasce perché il governo indiano – Auroville è formalmente sotto la giurisdizione del governo Indiano, che la amministra attraverso una fondazione, in teoria concordando le decisioni con i residenti – vuole sviluppare infrastrutture (strade, edifici, piano regolatore) secondo una visione più “centralizzata”, trasformandola quasi in un resort e favorendo i residenti indiani, mentre molti residenti difendono l’autogestione comunitaria e un approccio più ecologico e partecipativo, accusando Nuova Delhi di voler snaturare lo spirito originario di Auroville.
Come abbiamo deto altre volte, la vicenda di Auroville ci racconta non solo di un liuogo simbolo, non solo dell’India attuale, ma è un piccolo specchio del mondo. Nelle scorse puntate abbiamo parlato dei visti, delle dispute territoriali, oggi vedrete che affrontiamo un tema anche questo di grande attualità, e molto legato alla puntata odierna. Perciò passo la parola al nostro residente aurovilliano di riferimento, Marco Saroldi, ideatore e curatore di questa rubrica.
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