Da Gaza a Minneapolis, passando per Nuuk, fra “board di pace” e proteste – 26/1/2026
Piano di pace per Gaza e nascita del “Board of Peace”, ipotesi di accordo Usa-Nato sulla Groenlandia, primi contatti trilaterali Usa-Ucraina-Russia; in chiusura, escalation negli Usa e lancio di una newsletter sull’abitare.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Gaza / Board of Peace
ISPI – Il ‘Board of Peace’ di Trump: la pace come club privato
il manifesto – Il Board of Peace è la nuova faccia dell’occupazione
#Groenlandia
Italia che Cambia – Groenlandia: tutti i motivi per cui gli Usa la vogliono e la reazione di Nuuk – Io non mi rassegno + #35
BBC News – What we know about Trump’s ‘framework of future deal’ over Greenland
#USA / ICE / Minneapolis
Il Post – Un’altra persona è stata uccisa dagli agenti federali a Minneapolis
il manifesto – Minnesota in «sciopero generale» contro l’occupazione violenta
il manifesto – Minneapolis si ferma contro l’Ice
#Abitare / Newsletter
Substack – HUBitare oltre le mura
Trascrizione episodio
Il World Economic Forum di Davos, che si è tenuto la settimana scorsa, quest’anno ha avuto tanti strascichi, perché è stato la cornice di una serie di avvicendamenti importanti e concitati dell’incasinatissimo scenario internazionale. Come spesso accade il mattatore della situazione è stato il Presidente Usa Donald Trump, che durante la sua breve presenza ha buttato là le sue idee, spesso a mo’ di diktat, di ricatto, su 3 delle questioni che hanno agitqto di più l’occidente negli ultimi mesi e anni. Ovvero il piano di Pace a Gaza, la pace in Ucraina e la questione della Groenlandia.
A bocce un po’ più ferme, direi che oggi proviamo a capirci qualcosa su che cosa è successo e su quali sono le prospettive e gli scenari su questi 3 fronti caldissimi.
Partiamo dal piano di Pace per Gaza. Siamo entrati da qualche giorno nella cosiddetta fase due, delle tre fasi previste dal piano varato dall’amministrazione Usa. La prima fase era quella del cessate il fuoco, dell’ingresso degli aiuti umanitari e dello scambio di progionieri e ostaggi. In teoria era la più semplice, ma molte ong e giornalisti hanno denunciato ripetute violazioni soprattutto da parte dell’esercito israeliano, che invece di ritirarsi ha continuato ad avanzare, ha spesso impedito o ritardato l’ingresso degli aiuti umanitari, facnedone un utilizzo ricattatorio, ha impedito la ricostruzione di ospedali e infrastrutture vitali.
Nella fase due la difficoltà si alza. È la fase del ritiro dell’esercito israeliano e dell’esautorazione di Hamas, che a sua volta dovrebbe riaprire la strada alla fase 3 che sarebbe quella della ricostruzione e della normalizzazione definitiva della situazione.
Comunque, in questa fase 2 sta prendendo via via più importanza la creazione di un Board of Peace, una sorta di cabina di regia internazionale voluta dagli USA per sovrintendere l’attuazione dell’accordo. Che però, secondo molti analisti – ma poi, al di là degli analisti basta ascoltare un discorso di Trump, nelle mire di Trump è qualcosa di più.
Leggo su ISPI: “C’è un presidente a vita con diritto di veto, una quota di ingresso di un miliardo di dollari e un mandato vago, ma che si estende ben oltre i confini della Striscia di Gaza: il ‘Board of peace’ (Bop) presentato a Davos da Donald Trump assomiglia, di fatto, più ad un esclusivo club privato che a un organismo multilaterale tradizionale. Trump ha scelto la cornice del World Economic Forum (Wef) per firmarne la carta istitutiva definendolo “il perno” della sua strategia per “portare la pace nel mondo”.
“Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero fantastico. Le persone che vivono così male vivranno così bene”, ha detto Trump dopo che il genero Jared Kushner aveva mostrato mappe e diapositive di ‘New Gaza’ e ‘New Khan Younis’, che mostrano città futuristiche piene di grattacieli simili a Dubai e Doha. Il presidente americano ha rivendicato per sé la presidenza permanente del board, anche oltre la fine del suo mandato, e ha parlato di un organismo capace di “fare qualunque cosa”, operando “in congiunzione con le Nazioni Unite”.
Una formulazione che ha alimentato perplessità diffuse tra gli alleati occidentali degli Stati Uniti, timorosi che possa rivelarsi un forum ‘anti-Onu’ modellato su equilibri politici favorevoli a Washington e non vincolato ai principi della Carta delle Nazioni Unite.
Accanto a Trump sul palco erano presenti i rappresentanti dei Paesi fondatori: Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Mongolia, oltre a leader come il presidente argentino Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orbán. “Ci sono i paesi che sono qui, sono tutti miei amici, un paio mi piacciono, un paio no. Ma quelli che sono qui mi piacciono tutti, sono grandi leader, grandi personaggi”, ha detto Trump.
Mancavano però, in modo evidente, delegazioni delle altre grandi potenze globali e dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, con l’eccezione degli Stati Uniti. La Cina non ha ancora preso posizione, la Russia ha fatto sapere di essere in fase di ‘consultazione’, mentre i paesi europei invitati – Francia, Italia e Regno Unito tra gli altri – hanno declinato l’invito esprimendo, in alcuni casi, profonde riserve sul mandato e sulla governance del board nel quale, alla fine, potrebbe rientrare Vladimir Putin.
Nei giorni successivi hanno dichiarato che faranno parte dell’organismo anche il leader israeliano Netanyahu, che si era detto inizialmente contrario, e Trump ha detto che ci sarà anche Putin, che non ha ancora confermato.
E il BoP sembra configurato per durare nel tempo e una volta risolta, in qualche modo, la situazione di Gaza, per occuparsi della Pace nel mondo.
Bisogna riconoscere a Trump di avere una gigantesca capacità di condizionare l’immaginario mondiale. In peggio, indubbiamente, ma è qualcosa forse da analizzare e da cui prendere spunto. La forza di Trump, con le sue sparate, è anche quella di settare l’immaginario delle persone e creare nuove narrazioni, funzionali a quello che vuole ottenere.
L’idea di pace di Trump è un’idea molto distante da una pace ideale. La sua idea, quella per cui pretende il Nobel, non è una pace dei diritti e dell’equità, è una pace in cui poche persone molto potenti si accordano privatamente, un po’ come pare a loro, e con vantaggi proporzionali alla propria forza e potere. Non è una narrazione che piace a molti, ma piace a coloro a cui deve piacere, ovvero i regnanti, gli autocrati, buona parte delle persone potenti.
L’idea di una Gaza futuristica e piena di grattacieli è chiaro che è una roba che passa sopra, coi bulldozer, a processi storici delicatissimi, possibili lente riconciliazioni, equilibri fragilissimi – e a milioni di persone. Ma è una narrazione visionaria che funziona per coloro con cui deve funzionare: palazzinari, regimi, fondi speculativi.
Dico questo non perché voglia riconoscere un qualche valore a Trump, della serie anche lui ha fatto cose buone. Ma piuttosto per prenderne spunto, perché noto che all’avanzare delle visioni distopiche è andato di pari passo una retrocessione della capacità collettiva di immaginare un mondo più equo, giusto. E che invece è urgente recuperare. È chiaro che è molto più difficile immaginare un processo di pace vero per Gaza, rispetto a costruire dei grattacieli. Ma è proprio il tipo di sforzo collettivo a cui non dovremmo rinunciare.
Sempre Davos è stato teatro di un incontro a porte chiuse fra Trump e il Segretario Generale della Nato Mark Rutte, sul tema della Groenlandia. Incontro da cui, secondo Trump, sarebbe emersa una bozza di accordo. Di cui a essere onesti non si sa granché.
Trump è uscito dall’incontro dicendo “abbiamo un framework”, una cornice, ma non spiega cosa contiene. Dice anche che in virtù di questo accordo non è più intenzionato a usare la forza per prendere l’isola. Rutte non dice molto di più, e anzi ammette di non aver discusso la questione chiave: la sovranità danese. Altri leader di paesi Nato sostengono anche che Rutte non avesse alcun mandato per negoziare con Trump, mentre i premier di Danimarca e Groenlandia hanno ribadito più volte di non essere disposti a negoziare sul tema della sovranità.
L’ipotesi che circola, ripresa da giornali come NYT e WP è di “sovranità a pezzetti”. Con la Danimarca dovrebbe cedere la sovranità su piccole aree per basi militari USA, un modello stile Cipro con le basi UK. Gli Usa hanno già la base militare di Pituffik, l’idea sarebbe forse di estendere e rinforzare la presenza militare. Trump ha nominato più volte anche il Golden Dome, lo scudo antimissilistico che vuole costruire negli Usa, in cui non si capisce che ruolo avrebbe la Groenlandia. E poi c’è il nodo delle risorse, che non vengono mai nominate ma che probabilmente Trump vorrà mettere in qualsiasi accordo.
Ora, voglio farvi ascoltare qualcosa. Sabato è uscita la nuova puntata di INMR+ dedicata proprio alla Groenlandia. Ho intervistato Gabriele Catania, analista specializzato in paesi nordici, baltici e Artico, e cofondatore di una società di analisi e Barbara Schiavulli, giornalista e inviata di guerra, direttrice responsabile di Radio Bullets, in collegamento da Nuuk. Con loro abbiamo parlato di tutti i motivi per cui gli Usa voglio l’isola e anche di come stanno reagendo le persone lì, del tipo di cultura degli inuit, insomma un sacco di cosa. Ve ne faccio sentire giusto un estratto.
Contributo disponibile all’interno del podcast
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Venerdì e sabato c’è stato anche il primo incontro trilaterale dall’inizio del conflitto fra negoziatori di Usa, Ucraina e Russia. Non è emergo granché e resta irrisolto il nodo principale ovvero le concessioni territoriali che Putin vorrebbe dall’Ucraina.
Intanto la situazione negli Usa assomiglia sempre di più a quella in Iran o in altri regimi autoritari. Dopo Renee Good, c’è stata una seconda vittima dei raid dell’Ice, gli agenti federali dell’immigrazione. Questa volta a morire è stato un uomo di 37 anni, Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva, anche lui tra i manifestanti scesi in piazza contro la repressione dell’immigrazione voluta da Donald Trump e ucciso con vari colpi di pistola. Anche in questo caso la versione degli agenti, ovvero di aver sparato all’uomo perché pericoloso e armato, è smentita da vari video che mostrano l’uomo armato solo di uno smartphone.
Fra i tanti video e articoli che ho letto sul caso mi ha colpito soprattutto un’intervista al vicino di Pretti, che rende molto l’idea del clima che si respira. Quando la giornalista gli chiede che tipo era, che ricordi ha di lui, dice:
“Alex era mio vicino. Mi ricordo Alex che portava a spasso il cane passando davanti a casa mia, ma l’Alex che voglio che il mondo ricordi era in strada ieri, insieme a 50.000 persone, in uno sciopero generale e in una grande protesta nonviolenta. Era un infermiere di terapia intensiva. Era un lavoratore, come me. Era parte del tessuto della mia comunità, insieme agli immigrati e a tante altre persone che rappresentano il nostro quartiere. Le persone che stanno distruggendo il nostro quartiere sono questi agenti dell’ICE che girano fuori controllo, che non hanno fatto nulla per rendere la mia vita più sicura, nulla per rendere la mia vita migliore”.
La giornalista allora chiede: “Greg Bravino, uno dei comandanti dell’ICE (una delle persone più esposte mediaticamente un personaggio che gira vestito simil ss) ha fatto queste dichiarazioni su Alex dopo che è stato ucciso, ha detto che era venuto qui per massacrare gli agenti delle forze dell’ordine. Ti sembra credibile?
È lo stesso Greg Bravino che sta supervisionando il massacro dei miei vicini: che ha attraversato il mio quartiere con un corteo lanciando lacrimogeni, e poi si è messo al riparo quando le persone lo hanno interrotto in modo nonviolento. Tutto quello che dicono dei miei vicini è una bugia. Sono persone normali che stanno cercando di tenere insieme il loro quartiere, di restare uniti. E per questo, secondo me, il prossimo passo è fare una grande marcia nonviolenta.
Ci serve un altro sciopero generale per bloccare il flusso di profitti verso Trump e i suoi alleati miliardari, perché è questo che servirà per vincere.
Quando parli di Alex, qui c’è tutto un apparato, no? Le persone si scrivono tra loro, si avvisano su quello che succede e usano i fischietti. Se vedono l’ICE nel quartiere… lui faceva parte di questo? Era qui perché voleva protestare e chiedere all’ICE di andarsene dalla comunità?
A questo punto, ne fa parte chiunque. Tutti hanno un fischietto e in ogni negozio c’è una formazione sui diritti, tipo “conosci i tuoi diritti”. L’intera comunità sta in piedi, unita, contro questa occupazione dell’ICE, che è parte di una tattica di “dividi e comanda” che il regime di Trump sta spingendo su di noi, perché non ha risposte ai veri problemi che la classe lavoratrice affronta.
Le mie spese sanitarie non diminuiranno per queste deportazioni. Non troverò un lavoro per queste deportazioni. La mia vita non migliorerà — e non la rende migliore — tutto questo. Questo è “dividi e comanda” ed è terrorismo contro le persone. E questa occupazione serve a questo.
Ed è per questo che Alex stava lottando, filmando qualcuno che veniva rapito. Ed è per questo che lo hanno ucciso. Ecco perché io voglio che la gente ricordi Alex come parte di una resistenza comunitaria di massa, nonviolenta. E dobbiamo farlo di nuovo. Ma stavolta dobbiamo farlo più grande e più forte, finché non se ne vanno. E non solo che se ne vadano da Minneapolis: che se ne vadano ovunque.
Io non voglio che si spostino dalla mia città a un’altra città. Voglio che finisca per sempre”.
Ecco, io penso che in fin dei conti i regimi autoritari – o anche le democrazie autoritarie, o qualsiasi nome vogliamo dare a questa roba, facciano sempre lo stesso errore. Ovvero pensano di poter reprimere le idee diverse attraverso l’uso della forza e della violenza. Ma in realtà così facendo alimentano la nascita di contronarrazioni, di contromovimenti che prima o poi ne determinano la fine.
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