Il ciclone Harry ha fatto 400 vittime di cui non sappiamo niente – 29/1/2026
Centinaia di morti ignorati, regolarizzazione di 500mila migranti in Spagna, epurazioni ai vertici dell’esercito cinese, Pasdaran inseriti nella lista Ue delle organizzazioni terroristiche.
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Fonti
#Mediterraneo
Avvenire – «Migranti, 8 barche travolte e 380 morti». Ma la denuncia dell’Ong cade nel silenzio
Vita.it – Quei 380 dispersi nel Mediterraneo, e Piantedosi celebra il calo degli sbarchi
il manifesto – Migranti, nel Mediterraneo si temono centinaia di morti
#Spagna
Il Post – Il governo spagnolo continua a distinguersi sull’immigrazione
Facebook – Video (link)
#Cina
Eterocromia (Substack) – Il soldato decapitato: ipotesi
#Iran
Il Post – L’Unione Europea ha inserito i Guardiani della rivoluzione …
#Torino
Italia che Cambia – Community Land Trust: un palazzo comprato dalla comunità per garantire il diritto all’abitare. Il video reportage
Il ciclone Harry non ha fatto solo molti danni in Sicilia, Calabria e Sardegna. Ha anch causato la morte di centinaia, probabilmente attorno alle 400, persone. Di cui nessuno o quasi si occupa. Parliamo anche delle politiche contro tendenza della Spagna, che sceglie di regolarizzare mezzo milione di persone migranti, della misteriosa purga interna all’esercito cinese, della decisione dell’Ue di inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniani tra le organizzazioni terroristiche, e infine di un meccanismo molto interessante per sottrarre un immobile alla speculazione.
I venti forti e le onde alte generate dal ciclone Harry non hanno fatto solo danni a infrastrutture, ristoranti e interi paesi. Ha causato anche decine, probabilmente centinaia di vittime. Solo che se già si parla poco dell’impatto in Sicilia, Calabria e Sardegna, di questi morti non si parla quasi per niente.
Non sono morti in un paese specifico, sono morti nel mezzo del Mediterraneo travolti dalla forza del ciclone, mentre lasciavano la Tunisia per raggiungere altri paesi.
Leggo su Avvenire: “Il primo allarme risale al 18 gennaio e parla di tre barche in pericolo per circa 50 persone a rischio. Ma come spesso accade, gli allarmi lanciati sui social da Alarm Phone cadono nel vuoto. Lo stesso giorno è la Ong Mediterranea a lanciare un avviso di allerta maltempo con venti fino a 100 km/h e onde fino a 8/9 metri d’altezza. Sarà pericoloso mettersi in mare, avvisano dalla Ong che naviga il Mediterraneo in lungo e in largo per salvare migranti, soprattutto quelli che salpano dalla Tunisia e dalla Libia.
Gli allarmi proseguono anche nei giorni successivi. Il 20 gennaio a preoccupare sono quei 51 migranti a rischio nel Mediterraneo centrale. Sono partiti dalla Tunisia ma di loro non si hanno più notizie. «Abbiamo informato Italia e Tunisia che hanno bisogno di un soccorso immediato!» scrivono sui social da Alarm Phone. Il 23 gennaio il numero delle vite a rischio nel Mediterraneo centrale sale a 150: si tratta di almeno tre barche partite dalla Tunisia e di cui si sono perse le tracce. «Le condizioni meteorologiche sono pessime, le loro vite sono a rischio! Italia e Tunisia sono informati» ripete senza sosta il numero di emergenza auto-organizzato per migranti in difficoltà nel Mar Mediterraneo.
Dopo 24 ore la prima drammatica conferma: a darla, è l’unico sopravvissuto di un naufragio che ha provocato la morte di almeno 50 persone. Erano partiti dalla Tunisia 24 ore prima. L’uomo è stato soccorso dalla motonave Star che lo ha sbarcato a Malta. È stato lui a raccontare l’ennesima tragedia in mare. In una settimana il ciclone Harry non ha solo devastato la Sicilia ma si è portato via nel silenzio assordante almeno 400 persone che stavano attraversando il Mediterraneo per raggiungere l’Italia e l’Europa.
«Sarebbero almeno 380 le persone disperse nel Mar Mediterraneo centrale nei giorni del ciclone Harry» lancia l’allarme la Ong Sos Mediterranée. In un post su X ed elenca: si tratta di «8 barche partite dalla Tunisia e mai arrivate. Tra cui quella di venerdì con 51 persone di cui 1 solo sopravvissuto in gravissime condizioni».”
Sul manifesto Giansandro Merli accusa duramente il governo italiano per non far niente. Scrive: “Di fronte a un dramma di questa portata la maggioranza ha scelto la strategia del silenzio. Domenica, in una sfortunata tempistica di poco precedente alla notizia del naufragio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva celebrato il calo degli sbarchi rispetto al gennaio dell’anno precedente. Poi più nulla.
L’OIM (L’Organizzazione internazionale per le migrazioni) punta il dito contro i trafficanti: «Il traffico di migranti su imbarcazioni inadatte alla navigazione e sovraffollate è un atto criminale. Organizzare partenze mentre una violenta tempesta colpisce la regione rende questa condotta ancora più riprovevole». Per l’agenzia Onu c’è «l’urgente necessità che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi per smantellare queste reti criminali e prevenire ulteriori perdite di vite umane». Uno sforzo già in campo a tutti i livelli, guidato in Europa dall’esecutivo italiano.
Mentre continua a mancare qualsiasi impegno serio sul soccorso nel Mediterraneo centrale. Gli assetti italiani operano solo nella propria area Sar (search and rescue), le ong devono affrontare ostacoli istituzionali sempre più grandi. Nel comunicato dell’Oim questo tema è confinato all’ultima riga e non ha soggetto: «È essenziale rafforzare gli sforzi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale per salvare vite umane e garantire uno sbarco sicuro».
A PRENDERE POSIZIONE è rimasta la chiesa. «Ancora morti in mare nel disinteresse dell’Europa. Le vittime potrebbero essere 400», ha dichiarato l’arcivescovo Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes. Perego ha sollecitato l’intervento dell’Ue, chiedendo quando si avvierà finalmente «un’operazione condivisa di soccorso in mare da parte di tutti i 27 Stati membri». «Non possiamo rassegnarci alla logica della morte», ha ammonito il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei”.
Il problema – o perlomeno uno dei problemi – è che il tema dell’immigrazione sembra essere del tutto sparito dalle agente dei governi progressisti, che hanno di fatto rinunciato sa mettere degli argini alle destre xenofobe. Con l’immigrazione – questo almeno sembra essere la convinzione della classe politica – si vincono le elezioni solo se si propongono politiche dure e respingimenti. Non con politiche di accoglienza e integrazione. Perciò le sinistre europee oscillano fra l’evitare l’argomento o rincorrerlo a destra. Con una eccezione, che però è abbastanza clamorosa: la Spagna.
Leggo sul Post: “Martedì il governo spagnolo del primo ministro Socialista Pedro Sánchez ha approvato un decreto che dà la possibilità a moltissime persone immigrate, arrivate in Spagna in modo irregolare prima dello scorso 31 dicembre, di ottenere un permesso di residenza della durata iniziale di un anno. La procedura dovrebbe cominciare ad aprile e secondo le stime del governo potrebbe interessare fino a 500mila persone. Chi farà domanda otterrà un documento che permetterà di lavorare regolarmente da subito, senza attendere l’esito, e potranno partecipare anche i richiedenti asilo.
La regolarizzazione è notevole anche perché è stata approvata a partire da un’iniziativa di legge popolare, che negli anni scorsi aveva chiesto la regolarizzazione straordinaria degli immigrati irregolari per assicurare loro condizioni di vita e di lavoro migliori. L’iniziativa era stata sostenuta da più di 700mila persone, da diversi sindacati e dalla Chiesa cattolica.
Ma come fa la Spagna a fare queste cose, viene da chiedersi? Un pezzo della risposta ce la da il giornalista Lorenzo Tecleme, che in Spagna ci ha vissuto e lavorato, e che dal suo profilo Facebook scrive una cosa interessante:
“Vista dall’Italia la Spagna sembra veramente un’isola felice – e per molti versi lo è. Regolarizzare mezzo milione di migranti mentre negli Stati Uniti l’ICE fa raid strada per strada è la definizione di andare in controtendenza. Ma quello che vediamo meno è che la Spagna ci assomiglia: anche qui l’estrema destra cresce spaventosamente, anche qui il centro-sinistra ha tutti i limiti del nostro, anche qui i media spargono messaggi razzisti ogni giorno. La differenza sta nell’organizzazione. La regolarizzazione arriva grazie ad anni di lotta di un movimento migrante che ha proporzioni da noi sconosciute, e grazie a partiti come Podemos che – pur fuori dalla maggioranza – sanno come si negoziano politiche progressiste.
Fare come la Spagna, come spesso diciamo nella sinistra italiana, vuol dire questo: tornare a organizzarsi”.
Aggiungo solo che il fatto che questa cosa venga da una legge di iniziativa popolare ci dice che forse, un sostegno dal basso a queste politiche c’è, o perlomeno potrebbe esserci. Penso che mentre l’ICE terrorizza la popolazione Usa, sia importante ricominciare a parlare di questo tema al livello sociale. Perché con l’avanzata della crisi climatica le migrazioni saranno sempre più forzate, e ci sono solo due soluzioni, due scenari possibili: o costruire delle società che riescono o perlomeno provano a mettere assieme pacificamente culture e provenienze diverse, oppure costruire città fortificate per super ricchi con eserciti privati all’esterno. E chi resta fuori si arrangia.
Solo che devo darvi una brutta notizia: a occhio e croce né io né voi staremmo dentro.
In Cina stanno succedendo dei fatti curiosi, di cui la stampa occidentale non si occupa ma che ci potrebbero dare indicazioni importanti sul futuro politico di uno dei paesi più influenti al mondo. Prendo la notizia dal canale Substack di Gabriele Battaglia, giornalista esperto di Cina. Che racconta, in un articolo, delle ultime “decapitazioni” eccellenti nell’Esercito Popolare di Liberazione, ovvero il siluramento dei generali Zhang Youxia e Liu Zhenli.
Sono due pezzi grossi, l’accusa formale è quella di corruzione, ma non sta granché in piedi, E poi arriva dopo una serie di eventi simili. Leggo: “È come se si assistesse a un’accelerazione della repressione all’interno dell’Esercito Popolare di Liberazione, cominciata in realtà con la campagna anticorruzione lanciata da Xi appena salito al potere, nel 2013, ma mai finita, a differenza di quella che ha colpito i funzionari civili.
È da anni evidente – continua Battaglia – l’intento di riportare l’esercito sotto lo stretto controllo del Partito comunista. All’inizio dell’era di Xi Jinping c’era abbastanza consenso nel ritenere l’Epl un crogiolo di corruzione e un enorme apparato inefficiente semi-autonomo, probabilmente incapace di vincere qualsiasi guerra. Alla graduale ricentralizzazione del controllo da parte della politica (il Partito) si è così accompagnato un rinnovamento della dottrina strategica (Libro bianco sulla strategia militare, 2015) in tre direzioni: riduzione degli effettivi (fine dell’esercito “di massa”); operazioni congiunte tra le diverse forze armate (lianhe zuozhan, che riprende alla lettera il concetto statunitense di jointness); aumento della componente tecnologica attraverso il “doppio uso” militare-civile.
Tuttavia, oggi stiamo assistendo alla rimozione di figure militari (e politiche) promosse in passato dallo stesso Xi Jinping; quelli che fino a ieri erano considerati “fedelissimi”.
Quindi, perché? Qui il giornalista fa 3 ipotesi:
Resta l’ipotesi che Xi Jinping voglia molto semplicemente eliminare la vecchia generazione di leader militari per sostituirli con una prima linea completamente nuova, più giovane e soprattutto completamente subordinata al suo comando, senza figure sufficientemente “familiari” da poterlo condizionare (oltre ad avere con lui rapporti che risalgono ai rispettivi padri, Zhang Youxia è anche più vecchio di tre anni, in Cina può contare).
Se invece Xi scegliesse un futuro “alla Deng” (che conservò la leadership della Cmc dopo aver lasciato tutte le altre cariche e in tale veste ordinò la repressione del movimento di piazza Tian’anmen), una Cmc completamente sotto il suo comando gli consentirebbe di lasciare presidenza della Repubblica Popolare e segreteria del Partito, mantenendo comunque l’ultima voce in capitolo.
Altra ipotesi – forse la più accreditata – è che Xi non abbia nessuna intenzione di cedere lo scettro – né nel 2027 né nel 2032 – e che una nuova generazione di leader militari a lui completamente subordinati sia la garanzia perché ciò non avvenga.
Al momento, mi sembrano queste le tre ipotesi più plausibili se si osserva il continuo giro di vite all’interno dell’Epl dal punto di vista dei giochi di potere. C’è un’altra ipotesi che riguarda (ovviamente e direi scontatamente) Taiwan: all’interno dell’esercito ci sarebbero resistenze all’invasione dell’isola che Xi Jinping starebbe gradualmente smantellando, perché vorrebbe compiere la riconquista entro la fine della propria leadership.
Mentre Trump continua a minacciare l’Iran e 10 navi militari Usa sembrano trovarsi nei pressi del Paese, ieri i ministri degli Esteri dei paesi dell’Unione Europea hanno inserito i Guardiani della rivoluzione, un’importante forza militare dell’Iran, tra le organizzazioni terroristiche, come risposta alla repressione delle proteste in Iran. Ciò è avvenuto, su impulso del governo italiano e con sostegno di Germania e Francia.
È una scelta che non è solo simbolica ma ha diverse conseguenze, fra cui il divieto di viaggio per i membri del gruppo nei Paesi UE, il congelamento dei loro beni e blocco di finanziamenti o transazioni economiche.
Inoltre è anche un segnale, su questo, di allineamento con gli USA (che li designano terroristi dal 2019), e un segnale politico forte contro il regime iraniano.
Ieri abbiamo pubblicato su ICC un articolo + videostoria molto interessante su un progetto nato a Torino, in cui un gruppo di persone e organizzazioni della zona hanno acquistato un palazzo per renderlo accessibile per abitazioni a prezzi economici e sottrarlo al mercato immobiliare classico, attraverso uno strumento semisconosciuto da noi ma interessantissimo che si chiama community land trust. Si tratta di un sistema in cui si separa la proprietà del terreno su cui sorge l’immobile, che appartiene appunto al trust, da quella delle abitazioni, che invece sono di proprietà di chi le compra. Così di fatto si tutela il meccanismo e si fa in modo che chi un domani volesse vendere possa farlo solo alle stesse condizioni di acquisto, o comunque alle condizioni decise collettivamente e a chi è in lista d’attesa.
Trovate l’articolo fra le fonti.
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