L’impero del petrolio di Trump ha i piedi d’argilla? – 9/1/2026
Trump esce da Unfccc e Ipcc mentre rafforza un “impero del petrolio” che passa anche dal Venezuela; intanto un’agente ICE uccide una donna disarmata a Minneapolis, e nel mondo si registrano nuove proteste in Iran e novità sul fronte del benessere animale in Colombia e Paesi Bassi.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Venezuela
The Guardian – US and Colombian presidents speak – as it happened
Valori – L’impero del petrolio degli Stati Uniti: il Venezuela è la chiave?
Il Fatto Quotidiano – È vera la storia delle “immense riserve petrolifere” del Venezuela? Per uno scopo, sì
#Iran
Il Post – In Iran è stato bloccato internet
#Animali
Il Post – I Paesi Bassi hanno vietato il possesso di alcuni tipi di gatti
Fanpage (Kodami) – In Colombia l’educazione al rispetto degli animali arriva a scuola: approvata la “Ley Empatía”
#Sanità
Italia che Cambia – 2026 annus horribilis per le cure primarie in Sardegna – INMR Sardegna #106
Trascrizione episodio
“Un altro pezzo del mondo come lo conoscevamo si è chiuso stamattina. Ci vorrebbe la lunghezza di questo post solo per elencare tutti gli accordi internazionali, le agenzie, gli organismi e le convenzioni ONU sull’ambiente da cui Trump ha appena ritirato gli USA, ma per brevità possiamo citare i due più importanti. UNFCCC, Convenzione ONU sul cambiamento climatico, firmata nel 1992, e IPCC, il gruppo di scienziati che dal 1988 sistematizza e raccoglie la scienza del clima (Nobel per la pace nel 2006)”.
Non è un articolo, ma un post Facebook sul profilo di Ferdinando Cotugno, giornalista di Domani e conduttore del bellissimo podcast Areale, che parla per l’appunto di clima. Per la cronaca ieri la Casa bianca ha formalizzato l’uscita da 66 organizzazioni internazionali, praticamente tutti i principali organismi mondiali che si occupano di clima, diritti umani, migrazioni e cooperazione ambientale.
“Può sembrare solo burocrazia, lanciafiamme sulle scartoffie, ma non lo è – continua Cotugno -. UNFCCC e IPCC sono l’architettura di tutta la lotta al cambiamento climatico, azione e conoscenza. È un atto molto più grave e pieno di conseguenze che uscire dall’accordo di Parigi, come ha fatto (per la seconda volta) un anno fa. L’uscita dall’accordo di Parigi cancellava dieci anni di storia, quella da UNFCCC e IPCC rimanda indietro l’orologio istituzionale di quarant’anni. Inutile dire che gli USA sono l’unico paese al mondo ad aver fatto una cosa del genere.
Mancano dettagli legali: serve un voto del Congresso per uscire? Forse si, ma forse serviva nel mondo di prima, questa è la stessa mattina in cui leggiamo di come ICE ha iniziato a sparare a sangue freddo alle attiviste, quindi possiamo anche smettere di fare la parte di chi guarda l’ordine delle posate a tavola dentro una casa che brucia. Semplicemente smetteranno (come in parte avevano già iniziato) di mandare fondi, rispettare i patti e le regole, fare i conteggi sulle emissioni, partecipare agli incontri. Aperto sabotaggio del futuro, visto che stanno invitando altri paesi a fare altrettanto”.
Questa mossa va di paripasso, sembra complementare, all’attacco al Venezuela. Su Valori, ieri, Lorenzo Tecleme pubblicava un articolo dal titolo “Col Venezuela, gli Stati Uniti stanno costruendo un impero fossile” in cui cita un’analisi dell’editorialista di Bloomberg Javier Blas, che ha proposto l’idea di un impero del petrolio esteso dal Canada all’Argentina. Un impero in costruzione da anni, anche col contributo delle amministrazioni democratiche, e che ora la Casa Bianca intende governare col pugno di ferro.
Leggo, anche qui da profilo FB del giornalista (scusate, ma a volte trovo i post Fb più immediati e incisivi degli articoli di giornale): Uniamo punti. Oggi, Donald Trump ha annunciato l’abbandono di Unfccc e Ipcc. Ieri, sempre Trump ha annunciato che inizierà a prendere il petrolio venezuelano e ha sequestrato una petroliera russa nell’Atlantico.
La politica estera e la politica energetica sono connesse. Secondo Bloomberg, la Casa Bianca punta ad un impero del petrolio a guida statunitense che si estenda su tutte le Americhe. Dal Canada all’Argentina, questo impero includerebbe il 40% della produzione mondiale di greggio. Ma ci sono due ostacoli: i governi latinoamericani di sinistra, che non vogliono cedere le loro risorse, e la transizione ecologica. Perché l’impero del petrolio ti dà potere, ma solo finché il mondo, dal petrolio, rimane dipendente. Per questo attaccare il Venezuela e uscire dalla Convenzione Onu sul clima sono, anche, pezzi dello stesso disegno strategico. L’impero del fossile di Trump.
Insomma, sembra delinearsi un disegno in cui da un lato si prende possesso del petrolio, dall’altro si cerca di tenere il mondo ancorato al petrolio perché quell’impero abbia ancora un valore. Questa è una lettura perlomeno. Anche se ci sono alcune cose che non tornano.
Sul suo blog sul Fatto Quotidiano Ugo Bardi, esperto di energia, avanza un’ipotesi leggermente diversa. Bardi parte dal considerare che, come dicevamo anche due giorni fa, il petrolio venezuelano non è di gran qualità, e inoltre che ormai a livello di mercato le fonti fossili siano abbastanza spacciate, Trump o non Trump.
Leggo: “Il petrolio è un po’ come il vino: c’è una certa differenza fra un Brunello di Montalcino e un cartone di vino comprato al supermercato. Per il petrolio, quello migliore è quello “leggero” che si estrae come liquido dai pozzi senza troppe difficoltà – ed è quello ormai sempre più raro. Invece c’è ancora una certa abbondanza del petrolio “pesante”, come quello del Venezuela. Però, per tirarlo fuori bisogna liquefarlo con dei solventi, poi bisogna ripulirlo dalla contaminazione da zolfo e metalli pesanti. Poi va raffinato, e solo certe raffinerie specializzate lo possono fare, e non vi dimenticate l’inquinamento generato dall’operazione. Il costo e gli investimenti necessari sono spaventosi.
Allora, che senso ha impegnarsi in una guerra per questa robaccia? Si parla di anni di lavoro e di investimenti dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari per creare un’infrastruttura in grado di produrre il petrolio venezuelano a livelli comparabili a quelli dei grandi produttori. Ma ne varrebbe la pena solo se gli investitori fossero sicuri che fra dieci anni lo si potrà vendere. Ma, fra dieci anni, l’auto termica sarà altrettanto obsoleta delle locomotive a vapore e il prezzo del petrolio rischia di crollare perché non avrà più mercato. Per non parlare poi di un possibile ritorno di sanità mentale fra i nostri leader che potrebbero a capire che, se non vogliamo scassare tutto l’ecosistema terrestre, il petrolio pesante lo dovremmo lasciare sottoterra.
E allora Bardi sostiene che l’unica spiegazione sia che gli Usa vogliono quel petrolio per darlo in pasto al proprio apparato militare. L’apparato militare degli Stati Uniti è ancora quasi completamente basato sui combustibili liquidi, a parte le portaerei e i sommergibili nucleari. E gli Stati Uniti si trovano di fronte alla previsione di un calo sostanziale nella produzione nazionale di petrolio di scisto, una risorsa che finora li ha salvati dall’esaurimento del petrolio convenzionale. Allora, c’è una logica che il governo degli Stati Uniti prenda il controllo diretto del petrolio del Venezuela e che finanzi le proprie compagnie petrolifere per sviluppare la sua produzione. Fra una decina di anni, il petrolio venezuelano potrebbe ancora tenere in piedi l’apparato militare Usa. Quando si tratta di fare la guerra, il mercato non conta: paga lo Stato.
E’ per questo che la Cina sta elettrificando il trasporto e sviluppando un’infrastruttura energetica rinnovabile. In questo modo, saranno strategicamente al sicuro, in grado di fare a meno del petrolio. Se fossimo furbi, faremmo anche noi la stessa cosa”.
Comunque, le ipotesi sul comportamento di Trump non mancano. Io ne azzardo un’altra. Forse è in preda a manie di grandezza che hanno abbondantemente sconfinato nella psicosi. So che sembra una cosa buttata lì a mo’ di offesa, ma credo che invece dovremmo prendere questa opzione molto seriamente.
Non che renda il tutto meno tragico, e sicuramente dobbiamo chiederci se un sistema di governance che mette una persona del genere alla guida del paese con l’esercito più potente del mondo è un sistema che funziona.
Si dice spesso che un’immagine vale più di mille parole. È una frase fatta ma anche abbastanza vera, nel complesso, perché per come funzionano i nostri cervelli, la potenza narrativa delle immagini ancora oggi ha una forza diversa, riesce a farci calare, comprendere immediatamente, quasi sentire a volte il contesto.
Credo che per capire cosa stanno diventando gli Stati Uniti oggi sia utile guardare il tremendo video dell’uccisione di Renee Nicole Macklin Good, donna 37enne, cittadina statunitense, uccisa a Minneapolis dagli agenti dell’ICE con alcuni colpi di pistola mentre guidava il suo veicolo.
Nel video si vede l’auto fermata dagli agenti, non si vede la conducente, gli agenti si accostano, si affacciano al finestrino, a quel punto si vede l’auto che prova a ripartire facendo inversione e gli agenti, senza battere ciglio, sparano. Il video è tremendo, ma non cruento, non si vede sangue, si sentono i colpi di pistola e si intuisce solo quello che accade.
Ma ad avermi colpito, soprattutto, è lo sgomento della passante che riprende, che inizia a gridare agli agenti “ma che cazzo state facendo!? Ma che cazzo avete fatto!?”. è lo sgomento – così almeno mi è arrivato – di chi realizza di vivere in un luogo molto diverso da quello a cui era abituato. Un luogo iper-militarizzato, in cui si può morire per strada da un momento all’altro.
Ora, ci sono come al solito diverse versioni, secondo gli agenti e il governo Usa gli agenti hanno sparato per autodifesa e la donna sarebbe stata armata. Ma una ricostruzione del NYT smentisce questa ipotesi, e anche il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey sostiene di aver visto anche altri filmati sostiene che i video smentiscano questa ipotesi che ha definito garbage narrative. E se guardate anche la sua conferenza stampa, noterete nei suoi occhi lo stesso sgomento. Intanto La polizia del Minnesota ha detto di essere stata estromessa dalle indagini. La sensazione che gli Usa siano diventati una sorta di stato di polizia è forte.
Da settimane in varie città stanno arrivando squadre federali dell’ICE, cioè l’agenzia che si occupa di far rispettare le leggi sull’immigrazione e che compie raid sempre più frequenti e violenti. Il caso della giovane donna di Minneapolis sta destando scalpore, e ho un po’ la sensazione che desti scalpore perché parliamo di una donna bianca, madre di tre figli, scrittrice. Però, ecco, dicevo che ci sono 32 persone che sono morte dopo essere state catturate dall’ICE, di cui non sappiamo quasi niente.
E poi c’è l’uso sempre più indiscriminato della National Guard, la forza militare di riserva legata agli Stati, normalmente alle dipendenze dei governatori, che viene sempre più spesso usata per reprimere le proteste nate proprio contro le retate dell’ICE.
Ok, mi rendo conto che ci siamo dilungati molto sulla questione Trump, vi dico al volo qualche altra cosa degna di nota.
In Iran ci sono nuovamente proteste gigantesche, e ieri il governo ha bloccato Internet in tutto il paese per provare a mettere a tacere i manifestanti e a rendere più difficoltosa la loro organizzazione.
Ci sono state notizie interessanti sul tema del benessere animale. I Paesi Bassi hanno vietato il possesso di alcuni tipi di gatti, tipo quelli con le orecchie piegate e quelli senza pelo, perché le loro caratteristiche particolari sono ritenute dannose per il loro benessere. Mentre in Colombia – questa notizia è di fine dicembre – l’educazione al rispetto per gli alti animali è entrata come materia obbligatoria nelle scuole.
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