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17 Febbraio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Gli strani incendi in Patagonia, fra clima, ipotesi e complotti – 17/2/2026

Incendi record in Patagonia fra crisi climatica, tagli di Milei e disinformazione su presunti responsabili; novità sul referendum sulla giustizia; danni in Calabria in seguito al ciclone Nils.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione epidosio

La storia della recente ondata di incendi in Patagonia, è un caso da manuale della difficoltà contemporanea di tracciare una linea netta fra ciò che è vero, ciò che è verosimile e ciò che rientra nel cosiddetto complottismo.

Partiamo dal livello più semplice i fatti accertati. Dalla fine di dicembre scorso vaste zone della Patagonia, ovvero la punta meridionale del continente sudamericano, divisa fra Cile e Argentina, sono colpite da giganteschi incendi, alimentati da un clima particolarmente caldo e siccitoso. A fine gennaio il governo argentino ha dichiarato lo stato d’emergenza per più province, proprio perché i roghi hanno assunto dimensioni enormi e fuori controllo.

Varie ricostruzioni parlano di decine di migliaia di ettari bruciati solo in Patagonia, di 23 morti, oltre 1.000 case distrutte e 52.000 persone costrette a fuggire. Alcune delle aree più colpite sono nella provincia argentina di Chubut, con l’impatto più simbolico (e devastante) dentro e attorno al Parque Nacional Los Alerces, che ospita bosco di conifere unico al mondo anche per la presenza di molti alberi millenari. È un dramma grosso, per le persone coinvolte, per la biodiversità dell’area, per le funzioni ecosistemiche che svolge e per il cambiamento climatico, perché ogni ettaro di foresta che va in fumo sono sia tonnellate di Co2 emesse in atmosfera, sia migliaia di alberi in meno che possono catturare Co2 all’atmosfera.

Sempre fra i fatti accertati ci possiamo mettere almeno un bel pezzo delle cause, che hanno a che fare, guarda un po’, sempre con il cambiamento climatico. Proprio in questi giorni è uscito un lavoro della World Weather Attribution che prova a quantificare quanto il riscaldamento globale stia incidendo sugli incendi in Patagonia. E la risposta è che ha pesato un bel po’.

Come scrive sul Guardian David Carrington, “Lo studio ha mostrato che la crisi climatica ha alimentato i devastanti incendi che hanno causato 23 morti in Cile e distrutto foreste in Argentina che ospitano alcuni degli alberi più antichi del mondo”.

Le condizioni calde, secche e ventose che hanno permesso agli incendi di propagarsi su vaste aree a gennaio sono state rese circa tre volte più probabili dal riscaldamento globale, secondo i ricercatori del consorzio World Weather Attribution (WWA).

Alcune zone di Cile e Argentina stanno vivendo estati significativamente più secche a causa delle emissioni di carbonio prodotte dall’uomo: le precipitazioni sono ora inferiori del 25% all’inizio dell’estate in Cile e del 20% nella regione della Patagonia colpita. Gli incendi sono stati alimentati da temperature superiori ai 37°C e da forti venti.

Insomma, il clima che cambia è sia la causa principale della potenza di questi incendi, che una delle conseguenze degli stessi. Questo tipo di dinamica, in cui le conseguenze di un fenomeno finiscono per autoalimentarlo, è abbastanza tipica nei sistemi complessi. Si chiama ciclo di retroazione positivo.

Fra l’altro, a dimostrazione che il clima gioca un ruolo cruciale c’è il fatto che gli incendi riguardano molte aree del mondo dell’emisfero australe, dove adesso è estate. Come racconta Reuters, “Dall’Argentina all’Australia fino al Sudafrica, caldo record e incendi giganteschi stanno devastando l’emisfero australe all’inizio del 2026. E gli scienziati prevedono che potrebbero arrivare temperature ancora più estreme — e forse persino un nuovo record globale annuale — dopo tre degli anni più caldi mai registrati”.

Il clima però è una variabile in un sistema umano che può aggravare o mitigare questa crisi. Nel caso in particolare dell’Argentina, la condotta del governo sembra aver giocato un ruolo abbastanza importante nell’aggravare la situazione. 

Sempre Reuters: “Si ritiene che i danni siano stati aggravati da pesanti tagli al bilancio dei servizi di gestione e prevenzione degli incendi da parte del governo guidato da Javier Milei, che ha definito la crisi climatica una “bugia socialista”. Insomma, un po’ come Trump, Milei ha smantellato buona parte dei fondi riservati alla prevenzione e al contenimento degli incendi.

Leggo su Euronews: Milei ha ridotto drasticamente la spesa pubblica negli ultimi due anni con una dura politica di austerità. Il budget dei vigili del fuoco argentini si è ridotto dell’80 per cento nel 2024, l’anno successivo all’insediamento di Milei. Per il 2026 si prevede un ulteriore taglio del 71 per cento rispetto al 2025.

Oltre ai tagli al personale, anche le dimissioni sono molte, ha spiegato Mondino, a causa degli stipendi troppo bassi. Gli stipendi dei vigili del fuoco sono scesi sotto i 500 dollari (circa 421 euro) al mese, al di sotto della soglia di povertà argentina per una famiglia di quattro persone.

Vedete il quadro che inizia a formarsi, quell’incastro fa crisi climatica e azione umana?

Ma c’è di più. Mi sposto sul manifesto, articolo a firma di riccardo Bottazzo, che scrive: “qual è la causa di questo incendi? Certamente, i cambiamenti climatici e le alte temperature registrate in questa estate australe, hanno il loro peso, così come il forte vento secco che scende dalle Ande e che da queste parti non smette mai di soffiare. trasformando ogni piccolo focolaio in un rogo incontrollabile.

Ma, pure se da fonti ufficiali della polizia non è venuta nessuna conferma o smentita, nessuno da queste parti si illude che questi incendi non siano dolosi. Neppure il Servicio Nacional de Manejo del Fuego, l’ente statale che si occupa della prevenzione degli incendi, che ha dichiarato che «almeno il 95% degli incendi è causato dall’azione umana»”.

Anche le aree colpite sono significative: si tratta per lo più di parchi o zone sottoposte a vari livelli di protezione ambientale che, dopo l’incendio, perdono le tutele e vengono immediatamente predate dalle multinazionali dell’estrattivismo e della speculazione immobiliare turistica.

Cioé: gli incendi, che diventano incontrollabili per via del meteo avverso, sono appiccati perlopiù dagli esseri umani e soprattutto in aree soggette a vincoli ambientali, parchi naturali ecc. In Argentina c’era una legge molto restrittiva a tutela delle foreste, che impediva l’acquisto da parte di stranieri e che che rendeva quasi impossibile il cambio di destinazione d’uso di un terreno dopo un incendio, proprio per scoraggiare possibili incendi dolosi e speculazioni di chi magari voleva bruciare tutto per costruire. Il governo Milei però da diverso tempo sta provando a modificare questa legge. In realtà, a quanto mi risulta, non ci è ancora riuscito, ma ha promesso che lo farà.  

Ora, qui entriamo nel campo delle supposizioni, e del verosimile, perché è difficile provare un nesso fra una scelta governativa e gli incendi. Per il governo, ad esempio, i colpevoli sono le comunità indigene che – torno a leggere sul manifesto – appiccicherebbero fuochi dappertutto per vendicarsi di essere state scacciate dalle terre che, sempre secondo il Governo, avrebbero abusivamente occupato. 

«Non è un caso che gli incendi sono iniziati quando abbiamo cominciato a mettere ordine in Patagonia sgomberando gli insediamenti mapuche» ha dichiarato Patricia Bullrich, ministra della sicurezza del Governo di “Motosega” Milei. Aggiungendo per di più che sarà usata la mano dura contro le comunità indigene che ancore resistono allo sgombero da quelle terre che «occupavano abusivamente» da qualche centinaio di anni prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo.

Non che sino a oggi il governo di Javier Milei abbia usato la mano morbida nei confronti dei popoli originari. Dall’arrivo al potere del presidente anarco-capitalista, come ama definirsi lui stesso – qualsiasi cosa voglia dire -, è cominciata una radicale contro-narrazione istituzionale volta a cancellare l’intera storia dei popoli nativi in nome di una presupposta «razza argentina». Il salone della Casa Rosada, sede del governo argentino, intitolato a «los pueblos originarios», è stato dedicato agli «Heroes de Malvinas». Il 12 ottobre, ieri giorno della «Diversità culturale», oggi è diventato «Il giorno della razza».

Poi l’articolo racconta le tante altre assurdità di Milei e come abbia fin dal giorno zero attaccato i popoli nativi, ve lo lascio fra le fonti, interessantissimo e drammatico. Racconta episodi come le azioni di gruppi di “gauchos“ nazionalisti che hanno bloccato la partenza di aerei antincendio occupando a cavallo le piste aeroportuali. Ma ad essere arrestati come piromani e terroristi sono stati comunque solo cittadini mapuche, tutti in seguito scarcerati per l’inconsistenza delle accuse. 

Ecco, fin qui abbiamo attraversato i campi del vero e del verosimile. Poi c’è il complottismo. Ora attenzione, dire che qualcosa è complottista non significa per forza che sia del tutto falsa o infondata. Significa semplicemente che non è basata su fatti, prove, evidenze e nemmeno su ragionamenti consistenti.

Così come il governo diffonde teorie cospirazioniste sul ruolo dei mapuche, i social argentini si sono riempiti di teorie, altrettanto prive di prove consistenti, in cui sarebbero cittadini israeliani ad appiccare il fuoco, per poi comprare i terreni. 

Andando a controllare i dati ufficiali del governo argentino però, cosa che ho fatto, presenti nel rapporto del Registro Nacional de Tierras Rurales (RNTR), non sembra che parti consistenti di territorio siano in mani a cittadini israeliani: i primi sono i cittadini statunitensi, seguiti da italiani, spagnoli; svizzeri, ecc. Va detto che non ci sono dati specifici per le regioni in questione, per averli bisognerebbe fare una richiesta di accesso agli atti al governo argentino, ma sulla base delle informazioni che abbiamo a disposizione,questa teoria mi sembra infondata.

Allora, aggiornamento sul referendum sulla giustizia. C’è stata una pronuncia della Corte di Cassazione che ha accettato la modifica del quesito, ma non ha fatto slittare le date.

Stiamo parlando del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia approvata dal governo Meloni. È quella riforma che introduce, fra le altre cose, la separazione delle carriere e fra pm e magistrati e cambia l’assetto dell’ordinamento giudiziario. È un referendum particolare perché è confermativo, non serve quorum, si vota e basta, e vince chi prende più voti.

Come raccontavamo qualche settimana fa, però, accanto alla richiesta di referendum fatta da una quota di parlamentari, è arrivata anche una richiesta popolare: oltre 500mila firme, presentata da un gruppo di giuristi promotori, che chiedeva di riformulare il quesito in modo più “preciso” e più aderente al testo su cui si vota, ma in realtà sperava di ottenere anche un ritardo nella data del voto.

Secondo loro infatti il governo non avrebbe dovuto fissare la data così presto (22-23 marzo), perché l’articolo 138 della Costituzione prevede che il referendum si possa chiedere anche con 500mila elettori e loro stavano attivando proprio quel canale. Quindi il loro ragionamento era: se è in corso una richiesta popolare, per i promotori il governo dovrebbe aspettare e non “chiudere” il calendario prima che quella finestra sia scaduta.

Il punto di aspettare era dovuto al fatto che il sì partiva in vantaggio nei sondaggi, ma il no sta recuperando (in realtà secondo alcuni sondaggi avrebbe appaiato o superato il sì), comunque si cercava più tempo per promuovere il fronte del no. 

Comunque, visto che il tema è caldo, abbiamo deciso di dedicare il prossimo ICC incontra, il nostro incontro mensile con gli abbonati, proprio a questo. Sarà giovedì 19 febbraio alle 18:30. 

Intanto nei giorni scorsi il passaggio del ciclone Nils ha colpito la Calabria – e in misura minore la Sicilia – con piogge intense, mareggiate e raffiche molto forti, aggravando una situazione già resa fragile dal precedente passaggio del ciclone Harry, che ha reso i suoli saturi e i versanti instabili. 

Come abbiamo raccontato “In varie aree si sono registrati decine di smottamenti, allagamenti e interruzioni della viabilità – soprattutto lungo la fascia tirrenica – mentre gli agricoltori denuncia campi e strutture aziendali compromessi”. Ma a colpire è anche quanto poco la stampa si stia occupando della vicenda, rispetto a episodi equivalenti o anche meno gravi che hanno colpito in Nord Italia. 

È lo stesso tipo di dinamica che osserviamo quando un evento di cronaca colpisce, che ne so, gli Usa o il Pakistan. Ma più nel piccolo, sulla scala ridotta del nostro Paese.

Come ha denunciato sui suoi profili social la giornalista Tiziana Barillà, “Al momento ancora cicloni in Calabria e Sicilia. Frane, mareggiate, venti fino a 140 km/h. Tratti ferroviari interrotti, voli cancellati, ritardi stratosferici, strade chiuse o crollate, famiglie isolate, viaggiatori in balìa del caos. Da ieri cerco di rientrare a casa, sono queste le Olimpiadi del Sud, ma a quanto pare non siamo interessanti”.

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