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16 Gennaio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

L’incontro sulla Groenlandia e quel progetto di città per super ricchi – 16/1/2016

Vertice Usa-Danimarca-Groenlandia senza svolte; raccolte 500mila firme per provare a rinviare il referendum sulla riforma della giustizia; avvio della “fase 2” a Gaza; dubbi sull’affidabilità di studi sulle microplastiche.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Mercoledì sera i rappresentanti dei governi degli Stati Uniti, della Groenlandia e della Danimarca si sono incontrati alla Casa Bianca per discutere sul futuro della Groenlandia, e pare che il vertice non sia stato un particolare successo. 

Ne parlano moltissimo i giornali in questi giorni. Nei giorni scorsi, dopo l’arresto di Maduro, Trump ha fatto un crescendo di dichiarazioni con cui ha fatto capire di voler «controllare» l’isola, di volerla prendere con le buone o con le cattive. 

All’incontro non c’era Trump, né i premier di Danimarca e Groenlandia, che pur appartenendo formalmente alla Danimarca ha un suo governo autonomo. C’erano i ministri degli esteri dei due paesi, mentre per gli Usa c’era il Vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. 

Le posizioni dei partecipanti all’incontro a quanto pare sono rimaste molto distanti. Non sono pubblici i dettagli su cosa il governo Usa abbia proposto come contropartita per ottenere l’isola. Secondo Reuters, i Funzionari statunitensi avrebbero proposto al governo della Groenlandia di pagare direttamente i residenti della Groenlandia con una cifra che va dai 10mila ai 100mila dollari a testa, per convincerli ad abbandonare la Danimarca e passare agli Usa.

Considerando che l’isola ha 57.000 abitanti, i giornali stimano un investimento di circa 5-6 miliardi di dollari. Più del Pil della Groenlandia. Ciononostante pare che la distanza fra i vari attori sia ancora molto mapia, la Danimarca ha anzi aumentato la sua presenza militare nel Paese e ha avviato esercitazioni militari, anche altri paesi, in particolare la Svezia, hanno inviato degli aiuti.

L’unico sviluppo concreto annunciato da Rasmussen è la creazione di un gruppo di lavoro fra funzionari dei rispettivi paesi in cui si continuerà a discutere della questione. Rasmussen però ha aggiunto che non sa se l’attività di questo gruppo di lavoro porterà a qualcosa. 

Detto ciò, Trump continua a dire che vuole impadronirsi della Groenlandia con qualsiasi mezzo. Ufficialmente cita presunte ragioni di sicurezza nazionale, sostenendo che la Danimarca non sia preparata a difenderla da paesi rivali come Cina e Russia. Ma anche qui, un po’ come per il Venezuela, si tratta di una spiegazione che nemmeno si fa lo sforzo di mascherare per vera.

Il motivo di gran lunga principale dell’interesse statunitense sembra essere il fatto che la Groenlandia è ricca di “materie prime critiche”, usate per realizzare prodotti industriali e componenti particolarmente richiesti, come i microchip.

E quello è, intendiamoci. Tuttavia ho trovato abbastanza suggestiva un’ipotesi che sta circolando molto in questi giorni, e che ho ascoltato nella nuova puntata del podcast di Valori, curato da Lorenzo Tecleme, Unchained, che racconta storie di capitalismo selvaggio. 

Ve la riassumo, ma se avete 13 minuti andatevi ad ascoltare la puntata del podcast per intero che vale la pena. Avrete probabilmente sentito parlare delle ipotesi distopiche – perlomeno distopiche dal mio punto di vista – di creare delle città fortificate per ultraricchi, completamente autonome, isolate dal resto del mondo, corazzate contro catastrofi e cambiamento climatico, ipertecnologiche e ipercontrollate da eserciti privati che impediscono l’ingresso ai comuni mortali.

Ecco, pare che uno dei progetti più avanzati, con tanto di una società già creata in cui un sacco di miliardari, soprattutto fra i cosiddetti techno bros Usa, ha investito un sacco di soldi, dovrebbe sorgere, secondo i progetti, proprio in Groenlandia. E che a metterci un sacco di soldi sia stato Peter Thiel, che è uno dei massimi rappresnetanti del tecnocapitalismo di destra, molto vicino a Trump. 

La società, e la futura città, si chiama Praxos, e promette di essere una città super tecnologica, strutturata su e dall’IA, dove una élite di uomini bianchi occidentali, in alcuni casi con le loro o i loro consorti, perché sì, il tecnocapitalismo è un affare da maschi bianchi occidentali, possa prepararsi a colonizzare Marte e altri pianeti e quindi trasformare la nostra specie in una specie multi planetaria, dove però ecco, si propaga solo un pezzetto della nostra specie, a occhio non proprio il pezzetto migliore, ma vabbé.

Ora, per quanto sia una storia suggestiva, non penso che possa essere una motivazione importante per voler conquistare la Groenlandia, però nel calderone gigante di cause e conseguenze di questa storia, c’è pure questa cosa qua.

Avevamo detto del fatto che avremmo parlato del referendum sulla Giustizia, se ricordate, e che avrebbe creato molto dibattito, molto polarizzato. Ed eccoci qua. Anche se il motivo per cui ne parliamo oggi a essere onesti non me lo sarei aspettato. In pratica una raccolta firme partita dal basso ha superato la soglia delle 500mila firme raccolte per chiedere un referendum sulla riforma della giustizia. Però c’è già un referendum sulla riforma della giustizia. Ok, per capire questa storia bisogna fare qualche passo indietro.

Il punto di partenza è che il Parlamento ha approvato in via definitiva il 30 ottobre scorso una riforma costituzionale della giustizia, in cui si cambia parecchio il funzionamento della magistratura: il punto più grosso è la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti, cioè i PM, e magistrati giudicanti, cioè i giudici, ma ci sono anche altre cose grosse, se volete approfondire vi metto fra le fonti la puntata in cui la spieghiamo per bene. 

Siccome però la riforma non è passata con la maggioranza dei due terzi in entrambe le camere, la Costituzione prevede che entro tre mesi si possa chiedere un referendum confermativo: o per confermare la riforma, o per bocciarla.

La richiesta di referendum può partire in tre modi: da almeno un quinto dei parlamentari di una camera, da almeno cinque consigli regionali o 500mila firme di elettori.

La maggioranza di governo, che in Parlamento ha ben più di un “quinto” di parlamentari, si è mossa subito: ha raccolto le firme interne e ha presentato la richiesta per il referendum. Che può sembrare controintuitivo, visto che è la stessa maggioranza che ha fatto la riforma e che se nessuno avesse presentato la richiesta, la riforma sarebbe entrata in vigore automaticamente. 

Il fatto però è che il governo sapeva che qualcuno avrebbe presentato la domanda di un referendum, e ha preferito muoversi per primo perché chi presenta la domanda può avere un maggiore controllo sui tempi e la procedura. E proprio qui sta il motivo anche che ha portato alla seconda raccolta firme, ma ci arriviamo. Dicevamo che il governo consegna le firme, e il 18 novembre la Corte di Cassazione certifica che la richiesta è valida e definisce anche il quesito su cui poi si vota.

A quel punto, non vi sto a spiegare tutti i cavilli – se volete trovate un articolo ben fatto del Post fra le fonti – il governo accelera i tempi. Sfrutta tutto  il vantaggio di poter dettare i tempi e convoca il referendum il prima possibile, per il 22-23 marzo. Lo fa, secondo gli analisti, perché i sondaggi oggi dicono che il Sì è in vantaggio e non vuole dare il tempo alla campagna per il NO di rimontare. 

Ed è qui che scatta la protesta del fronte del “No”: secondo chi si oppone alla riforma questa accelerazione è sì formalmente legittima, ma politicamente molto furbetta e un po’ al limite, perché nella prassi recente, di solito si aspettano i tre mesi di rito prima di indire il referendum, così da consentire anche ad altri soggetti di organizzarsi in vista del referendum.

Per questo, a dicembre, è nato dal basso un gruppo di attivisti che poi prende il nome di “Comitato dei 15 cittadini” che ha lancia una raccolta firme per chiedere a loro volta il referendum sulla riforma della giustizia. Il senso non è ovviamente fare due referendum, ma andare ad incidere sulla data, sui tempi. L’idea dei promotori era che se si fosse riusciti a raggiungere le 500mila firme, che a dire il vero sembrava una cosa abbastanza improbabile all’inizio, ci poteva essere un appiglio legale per spostare la data. 

Solo che l’iniziativa ha avuto via via più successo e ha iniziato ad avere sponde mediatiche e politiche importanti: inizialmente aveva come portavoce un avvocato specializzato in diritto del lavoro vicino al sindacato di sinistra radicale USB, Carlo Guglielmi. Poi è stata molto rilanciata dal Fatto Quotidiano, poi dal M5S, poi anche PD e così via.

E così il 15 gennaio l’obiettivo delle 500mila firme, che sembrava irraggiungibile, è stato raggiunto in poco più di tre settimane: un risultato che i promotori rivendicano come segnale di mobilitazione reale contro la riforma.

Nel frattempo, però, il governo aveva appunto deliberato l’indizione del referendum, avanzando la sua proposta al presidente della Repubblica che, come prescrive la legge, ha poi emanato un proprio decreto per confermare il tutto. Contro questa decisione del governo, il “Comitato dei 15” ha presentato un ricorso al Tar del Lazio, che si riunirà il 27 gennaio per prendere una decisione.

Al netto di tutto questo, è interessante notare la grossa mobilitazione che sembra essersi attivata contro la riforma della giustizia.

Mercoledì, il 14 gennaio, gli Usa hanno annunciato anche l’avvio della “fase 2” del piano di cessate il fuoco a Gaza promosso dall’amministrazione Trump. In pratica la fase 2 dovrebbe spostare il focu dell’accordo dal mantenimento della tregua al ridisegnare chi governa e come si ricostruisce Gaza. 

Premesso che non è che la tregua abbia retto granché, nel senso che la fase 1 doveva essere quella del cessate il fuoco totale, dello scambio di ostaggi e detenuti e dell’ingresso degli aiuti, ma il cessate il fuoco è stato continuamente rotto perlopiù da operazioni dell’IDF e sia l’ONU che diverse ONG hanno denunciato Israele usava la leva dell’accesso agli aiuti per fare pressione negoziale. Quindi diciamo che questa fase 2 non poggia su solide basi, ma comunque è formalmente partita. 

Al centro del piano Usa per questa seconda fase c’è la creazione di un comitato tecnico palestinese di 15 persone (una sorta di amministrazione “tecnocratica”) per gestire i servizi e la vita quotidiana nella Striscia, il ritiro completo o quasi delle truppe israeliane, poi c’è il nodo della ricostruzione e quello della smilitarizzazione di Hamas. Sono tutte cose molto complesse anche solo da immaginare al momento, per cui questa fase 2 è certamente molto delicata. E sarà importante osservare cosa succederà.

Da vent’anni si studiano le microplastiche per capire se e quanto facciano male alla salute umana. Molti studi hanno rilevato microplastiche praticamente ovunque, praticamente in ogni luogo del mondo e, sempre più, in ogni organo del corpo umano. Inoltre, essendo la plastica una sostanza chimica creata dall’essere umano e non presente negli ecosistemi naturali, ci si aspetta che faccia male perché il nostro corpo non è in grado di processarla, tuttavia, come racconta un articolo del Post, sta crescendo una corrente di ricercatori che sostiene che molti studi pubblicati finora siano poco affidabili e forse eccessivamente allarmistici nel sovrastimare la presenza delle microplastiche nel nostro corpo e il loro impatto sulla salute. 

Il problema di base è che misurare microplastiche nei tessuti umani è difficilissimo, per tre motivi principali: innanzitutto proprio per la pervasività delle microplastiche, è difficile impedire la contaminazioni dei campioni (ovvero microplastiche che “entrano” durante prelievo o l’analisi dei campioni), poi ci sono errori o limiti delle tecniche di laboratorio, e poi c’è la mancanza di protocolli e standard condivisi, che rende i risultati poco comparabili. Un caso emblematico è uno studio su Nature del 2025 molto citato dai media, che sosteneva un aumento di microplastiche nel cervello: alcuni ricercatori indipendenti hanno sostenuto che i grassi presenti nel cervello potessero essere stati scambiati per microplastiche, perché reagiscono in maniera molto simile a certi sistemi d’indagine, e che quindi parte delle “microplastiche” rilevate potesse essere in realtà tessuto cerebrale interpretato male. 

Critiche simili riguardano altri studi su tiroide, testicoli e vari organi. Inoltre sugli effetti delle microplastiche sulla salute sappiamo ancora davvero poco. Ciò non vuol dire che allora ok, continuiamo tranquillamente a usare la plastica. La plastica usa e getta è un controsenso in termini e dovremmo smantellare il suo utilizzo, come l’utilizzo del monouso in generale. Perché non ha senso, è uno spreco di materie prime ed energia. Detto ciò, ecco, è possibile che ci siamo fatti un po’ prendere dalla psicosi e dagli allarmismi. 

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