Non c’è pace per Fukushima. Dopo la decisione del governo giapponese di sversare acqua contaminata nel Pacifico, arriva un altro, più preoccupante, allarme dalla centrale nucleare: il muro di ghiaccio costruito per proteggere la falda acquifera sottostante non sta funzionando e 1,5 milioni di tonnellate di acqua contaminata potrebbero essersi riversate nell’oceano. Nel frattempo riprendono, nello scetticismo generale, i negoziati sul nucleare iraniano. Parliamo anche della crisi agricola in Gambia, delle nuove premier e presidenti donne in Honduras, Barbados e Svezia e del referendum svizzero sul Green Pass.
Le popolazioni indigene vivono una contraddizione enorme. Sono le più colpite dai problemi ecologici e dalla crisi climatica, sarebbero le più adatte a custodire la biodiversità e proteggere gli ecosistemi, eppure sono quasi sempre escluse o lasciate ai margini dei negoziati e oggi subiscono persino le conseguenze e le contraddizioni della transizione ecologica delle società più ricche.
La Germania ha un accordo per il nuovo governo, formato da una coalizione “semaforo” (rosso-verde-gialla) fra socialdemocratici, verdi e liberali. Intanto il parlamento europeo approva la nuova Politica agricola comune (Pac), fra mille polemiche, mentre in Cina a sorpresa calano le emissioni di CO2. E l’Africa trema, fra disastri climatici, attentati e venti di guerra civile.
Parliamo di Super Green Pass, la nuova misura del governo che potenzia le restrizioni per i non vaccinati, e di un po’ di prime volte. Come la prima volta – forse – che in Italia viene permesso il suicidio assistito di una persona, la prima volta che nel Regno Unito vengono riconosciuta la sofferenza e i diritti di alcuni animali come polpi e aragoste, la prima premier donna in Svezia, che però ha anche il record del mandato più breve della storia del paese perché si è già dimessa, e infine della prima volta che il genere umano prova a deviare un asteroide.
Le aziende tecnologiche stanno crescendo a ritmi impressionanti, e sono quelle che più delle altre condizionano la nostra idea di futuro, e di conseguenza il futuro stesso! L’idea di Metaverso che sta dietro a Meta, il nuovo nome di Facebook, ci dice qualcosa a proposito. Quale futuro hanno in mente le Big Tech? Lo vogliamo davvero? E soprattutto, è inevitabile?
Parliamo di elezioni. Quelle in Cile – soprattutto – e quelle in Venezuela. Due paesi simbolo, in modi diversi del passato recente e del prossimo futuro di modelli economico-democratici. Elezioni sorprendenti, assurde sotto alcuni aspetti, che ci dicono molto sui due paesi e sul mondo che stiamo vivendo.
L’India, a sorpresa, decide di revocare le tre contestatissime leggi sull’agricoltura, che avevano dato vita alla più grande protesta della storia, portata avanti per oltre un anno da milioni di contadini. Intanto nei Balcani la Bosnia-Erzegovina soffre di un’instabilità sempre più endemica, con venti di guerra che tornano a soffiare sulla regione e il clima che si fa sempre più pesante.
Sta per arrivare, un po’ in sordina, il bonus per prodotti sfusi e alla spina, di cui potranno usufruire oltre 10mila commercianti. Intanto il cibo nei supermercati si fa sempre più caro e un nuovo studio dell’Unione nazionale dei consumatori mostra un trend preoccupante anche da noi. Le origini del rincaro le conosciamo, e sono strutturali, ma cosa possiamo fare per fronteggiare la crisi e non farci prendere dal panico?
Migliaia di migranti bloccati al confine fra Bielorussia e Polonia, con la Polizia polacca che usa i cannoni d’acqua nonostante il freddo pungente. Inghilterra e Francia che rischiano una crisi diplomatica per motivi simili. Se poche migliaia di migranti scatenano reazioni e tensioni fra paesi, cosa pensano di fare i nostri governanti per i 216 milioni di migranti climatici previsti entro il 2050? Intanto gli ecosistemi e il clima continuano a dare segnali critici: Nuova Delhi va in lockdown per le polveri sottili, mentre ci sono alluvioni in Canada e trombe d’aria in Sicilia.
In Afghanistan milioni di persone rischiano di morire di stenti alle porte dell’inverno. I diritti umani sono calpestati quotidianamente, l’economia è al collasso e solo le piantagioni di oppio e il commercio di eroina portano entrate al governo dei talebani. E c’è un’altra misura, voluta dal governo americano, che rischia di essere la mazzata definitiva su una popolazione già stremata.
Con una nuova legge la Groenlandia rinuncia all’estrazione di uranio e terre rare, dopo aver bloccato quelle di petrolio e gas. Intanto il Brasile, che afferma di voler raggiungere il disboscamento zero entro il 2030, si avvia verso un anno nero per la foresta Amazzonica. In Italia entrano in vigore nuove normative Covid, fra cui il divieto di manifestare nei centri delle città, mentre in Austria scatta il primo lockdown per i soli non vaccinati. E in Bulgaria, alla terza elezione in un anno, va al governo un partito nuovo nuovo eletto con una maggioranza non proprio bulgara.
Sono state ultime ore frenetiche alla COP26 sul clima di Glasgow, in cui ondate di sensazioni contrastanti hanno attraversato la sala dell’assemblea plenaria dove erano riuniti i delegati. Frustrazione, entusiasmo, stanchezza, di nuovo frustrazione, speranza, infine un accordo acciuffato in extremis, il Glasgow Climate Pact, che lascia molti insoddisfatti. E che… è piuttosto difficile da commentare, ma ci proveremo!
Svolta alla COP26: Usa e Cina in una dichiarazione congiunta annunciano un accordo sul clima. Il contenuto dell’accordo? Poca cosa, ma il valore simbolico e politico del gesto resta importante. Intanto il nostro paese annuncia l’adesione al BOGA, il trattato che mette fine a petrolio e gas, ma solo come “amico”. E Xi Jinping, in Cina, viene incoronato dal Partito comunista cinese come un grande della storia.
Ieri notte è circolata la seconda bozza di accordo della COP26, in cui possiamo riconoscere uno sforzo di ambizione in più rispetto alla prima, ma anche una certa, persistente, mancanza di concretezza. Che cosa prevede e che giudizio possiamo dargli? Intanto il nucleare torna a fare capolino nelle strategie di decarbonizzazione di molti paesi, quello di quarta generazione, spacciato per sicuro e pulito. Ma è davvero così? E abbiamo alternative?
Dal recepimento disastroso della direttiva sulle plastiche monouso da parte del governo italiano agli esempi virtuosi in Francia, Spagna e Germania. Dalla deludente bozza di accordo dei paesi alla COP26 per il clima, in cui non vengono nominati combustibili fossili né gli allevamenti intensivi, alla delibera dell’amministrazione di Helsinki che smetterà di servire carne negli eventi pubblici. Dall’invasione di mascherine negli oceani alla condanna di Eni per Greenwashing, alle prime condanne del maxiprocesso contro la ‘ndrangheta. Tanta carne sul fuoco oggi, o forse no!
La Cina è il grande spauracchio per quanto riguarda le emissioni di CO2. Il grande inquinatore globale, il paese che non si presenta alla COP26. Ma è davvero così? Un’intervista del Guardian a un funzionario e responsabile della strategia di decarbonizzazione cinese mostra una realtà piuttosto diversa. Intanto Xi Jinping è impegnato nella sesta assemblea plenaria del Partito comunista cinese, dove ha intenzione nientemeno che di riscrivere la storia.
Che cos’è l’ADBlue e perché sta mettendo in ginocchio i trasporti e la catena di distribuzione nel nostro paese? Che cosa c’entra con la crisi del metano? Siamo forse all’inizio di un Seneca cliff, un collasso del sistema di produzione, distribuzione e consumo mondiale così come lo conosciamo?
Negli ultimi giorni la Cina sta razionando l’energia e ha consigliato alle famiglie di mettere da parte il cibo per il sostentamento quotidiano da qui fino a primavera, gettando nel panico milioni di persone. Ma quali sono le cause di questa crisi? Intanto a Glasgow proseguono i lavori della COP26, ieri si è parlato di energia ed è stato siglato un trattato per smettere di finanziare progetti di estrazione di combustibili fossili all’estero. Ma queste misure sono sufficienti? E in generale quanto possiamo confidare nelle svolte che arrivano dai vertici del sistema?
Nella dichiarazione finale del G20 si legge che i paesi si prendono l’impegno concreto di piantare alberi, 1000 miliardi, entro il 2030. Una decisione che fino a qualche anno fa sarebbe apparsa impensabile! Ma cosa significa piantare così tanti alberi? Dove e come ha senso farlo e come possiamo farlo bene? E che dire di un’altra decisione presa dai leader alla COP26 sulla riduzione delle emissioni di metano? Parliamo anche di Covid e di vaccini.
I leader mondiali sono volati a Glasgow per partecipare alla Cop26 sul clima. La lotta al cambiamento climatico è diventata centrale nelle agende politiche di molti governi, ma cosa possiamo aspettarci da questo incontro? E come ci arriviamo dal punto di vista climatico, politico e sociale? Ne parliamo in questa prima puntata della seconda stagione di Io Non Mi Rassegno!