L’analisi della tregua: la vittoria dell’Iran e la “demenza” dell’Occidente – 8/4/2026
Dalla tregua fra Usa, Israele e Iran e dalla possibile vittoria strategica di Teheran, fino al ruolo sempre più inquietante di Trump e dei suoi yes man, passando per la frana di Petacciato e il caso del documentario su Giulio Regeni escluso dai finanziamenti pubblici.
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Fonti
#Iran
The Guardian – Explainer: What is in Iran’s 10-point ceasefire plan and will the US agree to it?
Il Post – Quindi lo stretto di Hormuz rimane sotto il controllo dell’Iran?
Il Post – Il regime iraniano ha vinto la guerra, per ora
Il Post – Cosa c’è nell’accordo per il cessate il fuoco fra Iran e Stati Uniti
Il Post – Trump ha detto che se l’Iran non farà ciò che vuole lui la sua civiltà morirà stanotte
New York Times – How Trump Took the U.S. to War With Iran
New York Times – China Pressed Iran Toward Cease-fire, Iranian Officials Say
#democrazia
Italia che Cambia – La democrazia è morta, viva la democrazia! (italiachecambia.org)
#Petacciato
Italia che Cambia – Una frana in Molise sta dividendo in due l’Italia, mostrando il conto della crisi climatica
#GiulioRegeni
Italia che Cambia – Il Ministero nega il finanziamento al film su Giulio Regeni: “Non merita il sostegno pubblico”
Trascrizione episodio
Veniamo da giornate piuttosto frenetiche, in cui per diverse ore è stata ventilata l’ipotesi di sganciare una bomba nucleare, nel mezzo della Santa Pasqua, per mano del principale aspirante al Premio Nobel per la Pace. Mi sembra che sia tutto più o meno regolare.
Va bene, proviamo a rimettere in fila un po’ di eventi che hanno condotto alla situazione attuale di tregua, in cui si negozia un accordo sul cessate il fuoco.
Il teatro della vicenda è il conflitto, o per meglio dire l’aggressione, portata avanti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e il Libano. Il conflitto è iniziato il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato gli attacchi contro l’Iran; da lì Teheran ha risposto colpendo Israele e basi Usa nel Golfo, e il conflitto si è allargato progressivamente.
Negli ultimi giorni il punto decisivo è diventato lo Stretto di Hormuz, che è questa sottile striscia di mare nel mezzo del golfo arabico attraverso cui transita circa un terzo del petrolio e del gas mondiali e di cui l’Iran controlla una sponda.
Quando a inizio febbraio Netanyahu è andato a Washington per presentare a Trump il piano per attaccare l’Iran e rovesciare il regime, una delle premesse era che l’Iran non sarebbe riuscito a bloccare lo stretto di Hormuz, perché gli attacchi aerei statunitensi e israeliani avrebbero decapitato il regime in maniera così immediata da impedire ai militari iraniani di organizzare una risposta efficace.
Così non è stato, il regime degli ayatollah si è dimostrato molto resiliente, la guida suprema uccisa p stata sostituita da una nuova guida altrettanto fondamentalista e in breve tempo l’Iran ha bloccato il traffico dello stretto, mandando nel panico mercati energetici e trasporti marittimi. Così imporvvisamente l’obiettivo della guerra, almeno per Trump, sembra essere diventata la riapertura dello stretto.
Così sono partite le minacce, inizialmente più soft, di Trump, che ha detto che avrebbe bombardato le infrastrutture energetiche del paese se non avessero riaperto lo stretto. Ha anche presentato un accordo di pace, che però l’Iran ha rispedito al mittente.
Allora c’è stata un’ulteriore escalation. Trump ha lanciato un ultimatum pubblico, attraverso il suo social network Truth, che aveva creato quando era stato bannato dagli altri social, scrivendo una minaccia senza precedenti nella storia mondiale recente. Ha scritto: «Un’intera civiltà morirà stanotte, e non sarà più possibile portarla indietro. Non voglio che questo succeda, ma probabilmente succederà. […] Lo sapremo stanotte, che sarà uno dei momenti più importanti nella lunga e complicata storia del mondo. […] Dio benedica il popolo dell’Iran!».
A quel punto il mondo intero stava col fiato sospeso, interrogandosi su quali fossero i reali piani di trump, se si sarebbe spinto veramente a usare l’atomica o stesse bluffando. Nel frattempo però si è attivata anche la macchina diplomatica e soprattutto il Pakistan – ma pare con la Cina dietro, e questo è un altro punto interessante che magari un altro giorno analizziamo – ha fatto da mediatore, chiedendo due settimane di tregua e facendo circolare una proposta iraniana in 10 punti come base negoziale. Trump alla fine ha detto di considerarla una base “praticabile”.
Così, praticamente sul filo, nella notte è stato annunciato un cessate il fuoco di due settimane: gli Usa sospendono i bombardamenti e l’Iran accetta di riaprire temporaneamente Hormuz. Israele ha dato il suo via libera, ma dicendo che la tregua non vale per il Libano, e infatti alcuni attacchi sono comunque proseguiti.
Fine del riassunto. Se però ne volete sapere di più vi ricordo che c’è una puntata dedicata al conflitto in Iran, di INMR+Ora, ci sono un sacco di cose importanti da sapere.
Veniamo a un po’ di cose interessanti. Innanzitutto: chi ha vinto o sta vincendo, con la situazione attuale. Su questo direi che ci sono pochi dubbi: l’Iran. Gli ayatollah hanno ottenuto la fine dei bombardamenti in una situazione più favorevole rispetto a quella iniziale, ovvero con lo stretto di Hormuz comunque controllato da loro.
Come scrive il Post in un articolo dal titolo “Il regime iraniano ha vinto la guerra, per ora”:
“La guerra è diventata una sfida sul tempo: poteva resistere più a lungo il regime iraniano sotto i bombardamenti aerei oppure l’economia mondiale senza lo stretto di Hormuz? Il vincitore di questa sfida, almeno per ora, è il regime iraniano.
L’Iran “ha dimostrato di avere quella che gli analisti chiamano una capacità di deterrenza. Da ora in poi gli iraniani del regime potranno inserire nei negoziati questa minaccia: «… altrimenti blocchiamo lo stretto di Hormuz» e i loro interlocutori si spaventeranno. Invece che essere costretto a negoziare sul programma nucleare, sulle sanzioni, sulle milizie filoiraniane sparse per il Medio Oriente o su maggiori libertà per gli iraniani, il regime ha negoziato su una questione soltanto: il blocco di Hormuz, che prima della guerra nemmeno si poneva”.
Non solo: mi sembra che il regime ne esca rafforzato anche nella situazione interna. Prima degli attacchi il regime comunque era messo alla prova dalle continue proteste della popolazione, proteste che sono state annichilite dalla guerra, schiacciate dalla repressione brutale da un lato e dalle bombe dall’altro. E comunque capite anche voi che, mettendosi nei panni della popolazione iraniana, se dall’altra parte hai una persona che minaccia di far evaporare la tua intera civiltà, forse alla fine preferisci stare dalla parte dei tuoi aguzzini, quando ti chiedono di scendere in strada contro i bombardamenti e formare catene umane sulle infrastrutture energetiche.
Quello che sappiamo della base negoziale in 10 punti inviata dall’Iran sembra rafforzare la visione di una vittoria totale dell’Iran. Leggo sul Guardian: “Secondo i media di Stato – quindi la fonte sono i media di stato iraniani, gli Usa non hanno confermato né smentito il contenuto del documento – l’Iran accetterà la fine della guerra solo una volta che i dettagli saranno stati definiti in linea con un piano di pace in 10 punti che sarebbe stato trasmesso alla Casa Bianca tramite mediatori pakistani.
L’elenco dei 10 punti, pubblicato dai media di Stato iraniani, include una serie di condizioni che gli Stati Uniti in passato hanno respinto. Il piano richiede:
- La revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie contro l’Iran.
- Il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz.
- Il ritiro militare statunitense dal Medio Oriente.
- La fine degli attacchi contro l’Iran e i suoi alleati.
- Lo sblocco dei beni iraniani congelati.
- Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che renda vincolante qualsiasi accordo.
Nella versione diffusa in farsi, l’Iran ha inserito anche l’espressione “accettazione dell’arricchimento” riferita al suo programma nucleare. Ma, per ragioni che restano poco chiare, questa formula mancava nelle versioni in inglese condivise dai diplomatici iraniani con i giornalisti”.
Ora, questi punti, se saranno confermati, non sono l’accordo, sono la base negoziale, ovvero la bozza con cui ci si siede a un tavolo a discutere. Però capite bene che sono una base negoziale che sanno di disfatta totale per gli Usa e Israele.
Ora c’è da vedere innanzitutto se la tregua reggerà, perché molti analisti sospettano che in particolare Netanyahu possa farla saltare ricominciando a bombardare l’Iran. E poi c’è da capire se si raggiungerà un accordo vero e proprio. Capite però che sembra molto lontano un accordo che possa consentire a Trump non solo di dichiararsi in qualche modo vincitore, ma anche di non perdere completamente la faccia. E questa è un elemento che in una persona megalomane e mentalmente instabile come il Presidente Usa mi desta una certa preoccupazione.
Anche perché sembra essersi circondato sempre più di yes man, persone accondiscendenti incapaci di contraddirlo. Un lunghissimo articolo del NYT, a firma di due analisti politici molto esperti, Maggie Haberman e Jonathan Swan, hanno avuto un accesso inedito alle fonti e hanno descritto esattamente come è andata la riunione in cui Netanyahu ha presentato a Trump il piano per attaccare l’Iran e Trump ha deciso di sostenerlo.
A parte che il pezzo è un esempio di giornalismo da manuale, con una ricostruzione meticolosa dei fatti, di come erano sedute le persone nella sala, ch oiera presente, cosa ha detto. E comunque il succo è che i funzionari Usa, compreso il capo della Cia e il segretario di Stato marco Rubio avrebbero da subito detto che del piano in 4 punti presentati da Netanyahu solo i primi due erano realistici (L’uccisione della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei e La distruzione delle capacità militari del paese) mentre gli altri due (La sollevazione di una rivolta popolare contro il regime e la caduta del regime stesso e la sua sostituzione con un governo secolare) erano irrealistici. “Cazzate” avrebbe commentato Rubio.
Solo che poi nessuno dei consiglieri del presidente si è opposto con fermezza all’idea di attaccare l’Iran. Soprattutto nessuno ha provato a contraddire Trump, che sembrava interessato alla questione per motivi ben poco strategici: un po’ era ancora gasato dall’operazione contro Maduro, dall’altro continua a coltivare l’interesse a finire-nei-libri-di-storia, a fare qualcosa che verrà ricordato per molto tempo.
Insomma, sebbene diverse persone in quella stanza avessero molte perplessità o anche fossero contrarie – e l’articolo ne cita almeno 6-7 – l’unico membro della sua amministrazione a mostrarsi apertamente contrario sarebbe stato Vance, che però alla fine avrebbe detto a Trump: «Sai che penso sia una cattiva idea, ma se vuoi farlo, ti sosterrò».
Fra l’altro mi ha colpito un passaggio dell’articolo in cui si dice che “è cosa nota a tutti che Trump dà seguito all’ultima cosa che ascolta o legge”. Tant’è che i suoi consiglieri cercano di imboccargli le decisioni mettendo l’opzione che ritengono migliore come ultima. Parliamone: l’uomo che può decidere se sganciare o meno la bomba atomica sull’Iran, e chissà cos’altro, decide in base all’ultima cosa che sente.
Voglio leggervi, per intero, un breve articolo di Giorgio Agamben, probabilmente uno dei più grandi filosofi italiani viventi pubblicato il 30 marzo nella sua rubrica “Una voce”, sulla rivista Quodlibet.
Scrive Agamben: “È bene riflettere a un fatto talmente incredibile che si cerca a ogni costo di rimuoverlo, e cioè che lo stato che si dichiara il più potente del mondo è retto da anni da uomini che sono tecnicamente dei dementi. Non si tratta di dare in questo modo una forma estrema a un giudizio politico: che Donald Trump – come certamente Joe Biden prima di lui – debba essere considerato demente nel senso patologico del termine è un’evidenza ormai condivisa da molti psichiatri e che chiunque osservi il suo modo di esprimersi non può non condividere.
Va da sé che ciò che qui ci interessa non è il caso clinico degli individui di nome Trump e Biden; piuttosto la domanda che non possiamo non porci è: qual è il significato storico del fatto che un paese come gli Stati Uniti – che è in qualche modo alla guida di tutto l’Occidente – sia retto da un malato di mente? Quale radicale declino spirituale e morale prima ancora che politico può aver condotto a una simile estrema conseguenza?
Che il destino dell’Occidente fosse segnato dal nichilismo è qualcosa che già Friedrich Nietzsche aveva diagnosticato più di un secolo fa insieme alla morte di Dio: ma che il nichilismo dovesse prendere la forma della demenza non era scontato. È forse in qualche modo per compassione e pietà che il Dio, che vuole perdere l’Occidente, lo conduca alla sua fine non nella consapevolezza e nella responsabilità, ma nell’incoscienza e nella follia”.
Interessante. Se vi va di approfondire il tema di com’è possibile che la democrazia sia diventata questa roba qua, e cosa possiamo fare, vi segnalo intanto il primo di una lunga serie di articoli, che pubblicheremo nei prossimi mesi, si chiama “La democrazia è morta, viva la democrazia” e lo trovate fra le fonti.
C’è una grossa frana che sta dividendo a metà l’Italia sul versante adriatico. In pratica a Petacciato, in Molise, le forti piogge dei giorni scorsi, che avevano causato anche il crollo di ponte stradale, hanno riattivato questa grossa frana che in realtà è conosciuta e monitorata da anni ed è legata a una conformazione molto particolare del terreno.
La riattivazione della frana ha bloccato sia un tratto dell’A14 sia la linea ferroviaria adriatica (storcendo anche i binari) e creando grossi disagi a viaggiatori e merci e di fatto spezzando uno dei principali collegamenti tra Nord e Sud sul versante adriatico. Un fatto che mostra come le piogge più intense e concentrate che sono una delle conseguenze piu note cella crisi climatica stiano mettendo sempre più sotto pressione territori fragili e infrastrutture costruite in aree esposte. E dovremmo farci qualcosa.
La seconda notizia parla dell’esclusione del documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo dai finanziamenti pubblici del Ministero della Cultura: il film si è classificato 36° su 118 candidature e ha così perso un contributo da 131 mila euro. Formalmente l’esclusione dipenderebbe da criteri tecnici, ma attorno alla decisione si sono addensati forti sospetti politici, anche perché il caso Regeni resta una ferita diplomatica molto delicata nei rapporti fra Italia ed Egitto; a rendere la vicenda ancora più pesante ci sono poi le dimissioni di due membri della commissione ministeriale, che hanno preso le distanze da quelle scelte e dal modello culturale che sembrano esprimere.
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