Iran, fra rabbia e blackout: origini e futuro delle proteste – 12/1/2026
In Iran riesplodono le proteste, con migliaia di manifestanti e una dura repressione. In Siria accordo tra governo e curdi ad Aleppo e nuovi attacchi USA all’ISIS.
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Fonti
#Iran
ANSA – Sangue sulle proteste in Iran. “Sparatorie di massa, almeno duemila morti”. Trump valuta l’attacco
Il Post – In Iran centinaia di persone sono state uccise nelle proteste
Il Post – Come fanno gli iraniani ad aggirare il blocco di internet
il manifesto – Iran, da Trump minacce e realismo. E per ora accantona il cambio di regime
#Siria
Il Post – Le forze curde hanno lasciato Aleppo, in Siria
Italia che Cambia – I curdi, fra repressione, ribellione e nuovi modelli democratici – Io non mi rassegno+ #6
#Patagonia
L’Indipendente – Patagonia in fiamme: territori devastati ed evacuazioni di turisti e abitanti
Trascrizione episodio
In Iran sono in corso, nuovamente, delle gigantesche proteste. Ne stanno parlando parecchio i giornali, per tanti motivi: per le proteste in sé, per la reazione del regime, che ha spento Internet e ucciso centinaia di manifestanti e ne ha arrestati migliaia, per come i manifestanti sono riusciti ad aggirare i blocchi di internet e per le presunte ingerenze di Stati Uniti e Israele. Quindi abbiamo un po’ di cose da osservare.
Partiamo al solito dai fatti. Le proteste in Iran non si sono mai veramente spente, dal 16 settembre 2022, ovvero da quando è morta Masha Amini, giovane donna morta dopo un arresto della polizia morale perché indossava non correttamente l’hijab.
Ma negli ultimi giorni le proteste sono riesplose con maggiore forza. I media internazionali parlano di proteste diffuse in tutte le 31 province dell’Iran, con manifestazioni in centinaia di città e località e decine – probabilmente centinaia – di migliaia di manifestanti. Secondo la scrittrice iraniana Masha Mohebali, intervistata da Repubblica, questa ondata di mobilitazione non ha precedenti per dimensione e trasversalità rispetto a quelle del passato, e potrebbe condurre a uno sconvolgimento radicale della Repubblica islamica oppure spingere l’Iran in una fase ancora più oscura e repressiva.
L’ondata di proteste è partita il 28 dicembre 2025 e secondo quanto riportano molti media si tratterebbe di una reazione alla svalutazione storica della moneta, all’inflazione galoppante e al crollo del potere d’acquisto dei cittadini. Dinamiche hanno reso la vita quotidiana sempre più difficile, con rincari drammatici sui prezzi dei beni essenziali.
I commercianti dei bazar di Teheran sono stati tra i primi a scendere in strada, bloccando attività e chiedendo misure immediate contro la crisi economica, ponendo la dimensione economica al centro dello scontento.
Ma la questione economica si inserisce in un contesto già profondamente segnato dalla repressione, da un clima di terrore imposto dal regime, da una serie di scelte economiche errate fra cui anche puntare forte sul programma nucleare tralasciando di investire in beni essenziali per la popolazione, infrastrutture, ospedali.
Tant’è che ben presto si sono uniti anche i giovani e le università, ampliando la natura delle richieste, trasformando il malessere economico in rivendicazioni di diritti politici e libertà. Chi protesta, così come accaduto nel 2022 e negli ultimi anni, non chieda solo migliori condizioni di vita ma metta in discussione il sistema clericale stesso, con slogan che chiedono la fine della Repubblica Islamica e critiche dirette alla leadership.
Il regime iraniano ha reagito, al solito, in modo violento. A partire dal blocco quasi totale di internet e delle linee mobili, iniziato l’8 gennaio. Riporta il Post che secondo NetBlocks, un’organizzazione britannica per la libertà online, dall’8 gennaio il funzionamento di internet è all’1 per cento circa del livello ordinario. I manifestanti stanno provando ad aggirare il blocco, con parziali successi, utilizzando Starlink, l’azienda di elon Musk che fornisce connessione satellitare e quindi non si appoggia sulla rete iraniana, oppure agganciandosi alle reti dei paesi vicini, nelle zone di confine.
E poi ha reagito, il regime, con una repressione violenta. La fondazione del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi ha denunciato pubblicamente almeno 2000 morti e diecimila arresti. Altre fonti, più cautamente parlano di circa 500 morti. È difficile avere un qualsivoglia riscontro su queste cifre, ma ad ogni modo parliamo di una vera carneficina.
Inoltre gli ayatollah hanno cercato di demonizzare i manifestanti, descrivendoli attraverso i propri media come “elementi estranei” o agenti di poteri esterni, facendo riferimento in particolare alle ingerenze Usa e israeliane.
Qui il capitolo si fa un po’ più complesso. Perché le ingerenze esterne ci sono. Ad esempio è rispuntato un po’ dal nulla Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià di Persia, e sta cercando di rientrare sulla scena politica iraniana dopo decenni di isolamento.
Palavi è rifugiato negli Stati Uniti dal 1979, vive in un sobborgo di Washington e per anni è stato considerato un personaggio marginale, senza sostegno reale né all’interno dell’Iran né tra la comunità internazionale. È di fatto l’erede di una monarchia autoritaria e repressiva, non meglio dell’attuale regime, molto legata agli Stati Uniti.
Con l’esplosione di queste ultime proteste però, Pahlavi ha avviato una sorta di “rebranding” politico: le ha sostenute apertamente, sostiene di non volere più un ruolo monarchico, insomma non vuole tornare a fare lo scià, ma si propone come figura di transizione, capace di rappresentare un’alternativa al regime attuale.
È però un personaggio molto controverso. È molto legato a Israele, al punto che quando Israele e ha bombardato Teheran ha implicitamente sostenuto i bombardamenti incitando i militari ad apprfittarne per ribellarsi al regime, e sta cercando disperatamente la sponda di Donald Trump. Tutto questo lo rende poco popolare in patria e non una figura di cui i manifestanti hanno particolare fiducia.
Lo stesso Trump al momento ha una posizione abbastanza attendista. Della possibilità che gli facciano un’azione militare anche in Iran si parla parecchio dopo la cattura di Maduro. Ma l’Iran non è il Venezuela, né come posizione geografica, né come esercito, né come potenza economica. E Trump si è mostrato al momento più cauto, e se da un lato dice cose tipo “Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare i manifestanti iraniani. Lottano per la libertà”. Che è pure vero, ma detto da Trump fa ridere. Dall’altro sembra attendista, ha dichiarato di non essere propenso a incontrare Reza Pahlavi, sembra osservare come si mettono le cose per il regime per eventualmente intervenire più avanti, senza rischiare di impantanarsi in una guerra lunga.
In mezzo a tutto questo ci sono le persone, appunto migliaia e migliaia di persone che protestano in piazza, per le strade. Ho intervistato diversi ragazze e ragazzi iraniani negli scorsi mesi e mi sento di poter dire con una buona certezza che in Iran il regime degli ayatollah ha un sostegno bassissimo da parte della popolazione, che è stremata e vuole libertà, diritti, benessere. E che quindi sì, ci sono pressioni esterne, sì, probabilmente qualcuno cercherà di approfittare di queste proteste, ma non possiamo ridurre il tutto alle ingerenze straniere. c’è molto altro.
Devo dire che una delle analisi più lucide l’ho trovata su quotidiano israeliano Haaretz, che è un grande giornale, molto intellettualmente onesto. È un’intervista allo studioso e autore iraniano-americano Arash Azizi. Ve ne leggo un pezzo:
«In alcune delle proteste precedenti», spiega Azizi, «c’era sempre un misto di speranza e rabbia. Questa volta c’è molta più rabbia, perché le persone sanno che vogliono la fine di questo regime, ma non riescono a trovare una via d’uscita semplice… c’è molta più sconforto e disperazione».
Azizi spiega che uno degli ostacoli chiave al realizzare questa aspirazione è una opposizione iraniana frammentata, inclusa la figura di Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto, che ha trovato sostegno presso alcuni parlamentari israeliani.
I manifestanti, dice Azizi, «non hanno una leadership politica disciplinata che servirebbe per ottenere un cambiamento del genere». Secondo lui, gli sviluppi in Iran probabilmente «avranno più il colore di un colpo di stato, forse più che di una rivoluzione» — e saranno guidati da figure già all’interno del regime stesso.
In Siria, negli ultimi giorni, ci sono stati diversi avvicendamenti, che mostrano un Paese ancora molto fragile e instabile. Dopo la caduta del regime di Assad nel 2024, ha preso il potere Ahmed al Sharaa, che era il leader di una delle principali fazioni che ha guidato la rivolta contro Assad. Il nuovo presidente ha normalizzato in parte i rapporti con l’Occidente — e in particolare con gli Stati Uniti — dichiarandosi in particolare disposto a collaborare contro le cellule jihadiste ancora attive nel paese.
Ma sul fronte interno la situazione resta molto complicata. In particolare con la popolazione e i militari curdi. I curdi sono circa il dieci per cento della popolazione della Siria, ma durante la guerra civile siriana sono riusciti a ottenere il controllo di circa il 30 per cento del paese, a nord-est, dando una grande mano nella lotta all’Isis e sperimentando in alcuni luoghi anche modelli sociali e democratici all’avanguardia mondiale. Ancora oggi in un’area abbastanza ampia che si chiama “Rojava Kurdistan” (cioè “Kurdistan occidentale”), i curdi hanno un proprio governo di fatto indipendente e proprie forze armate, le SDF. Che controllavano fino a pochi giorni fa anche alcuni quartieri di Aleppo, una grande città al nord del paese.
E proprio ad Aleppo nei giorni scorsi ci sono stati violenti scontri fra l’esercito curdo e le milizie lealiste del governo centrale, conclusisi domenica con un fragile cessate il fuoco, grazie alla mediazione statunitense, che ha portato al ritiro completo dei combattenti curdi dalla città, con trasporto in autobus verso le zone curde del nord-est. In teoria l’esercito curdo dovrebbe essere integrato i quello regolare ma la profonda sfiducia fra le varie parti sta bloccando il processo e i curdi hanno paura che perdendo il loro esercito poi perdano ogni forza “contrattuale” verso il governo e temono la perdita di autonomia e la perdita di diritti, soprattutto di alcune minoranze.
Parallelamente, sabato, gli Stati Uniti hanno effettuato nuovi attacchi aerei contro postazioni dell’ISIS in varie zone della Siria, in risposta all’uccisione recente di due soldati e un interprete americani.
Negli Stati Uniti sono esplose proteste in decine di città dopo l’uccisione, a Minneapolis, di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione. L’agente sostiene che la donna volesse investirlo, ma i video diffusi sembrano smentire questa versione. Le manifestazioni, per ora pacifiche, criticano la brutalità dell’ICE e le politiche anti-migranti dell’amministrazione Trump, e chiedono giustizia usando lo slogan “ICE Out For Good”.
Indonesia e Malaysia hanno temporaneamente bloccato l’accesso a Grok, il chatbot di IA sviluppato da Elon Musk e integrato nella piattaforma X, perché il sistema stava generando immagini pornografiche e pedopornografiche cosiddette deepfake, quindi che spogliavano artificialmente delle persone, perlopiù anche di donne, fra cui minori, in maniera non consensuale e senza adeguate protezioni contro questi abusi. Le autorità di entrambi i paesi hanno considerato questi contenuti una violazione dei diritti umani, della dignità e della sicurezza dei cittadini nello spazio digitale, e hanno chiesto alla compagnia di migliorare i controlli e le salvaguardie prima di riattivare l’accesso.
Ci sono state nuove proteste legatre all’accordo Ue-Mercosur. In pratica, fra l’altro grazie a una discreta giravolta della nostra premier, prima scettica, che infine ha deciso di sostenere questo accordo, sembra che il gioco sia fatto. Si tratta di un accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur che sarebbe l’area di libero mercato dell’America Latoina che comprende Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. Un accordo che è in gestazione da oltre 25 anni e che mira a creare una vasta area di scambio economico. Nonostante alcuni paletti chiesti da Roma per tutelare gli agricoltori italiani, la posizione favorevole di Meloni è stata determinante per ottenere il via libera dei paesi dell’UE al trattato. La scelta però ha scatenato proteste in diverse città europee, soprattutto da parte di agricoltori e allevatori, con trattori in piazza e manifestazioni contro quello che molti vedono come un accordo che potrebbe svalutare i prodotti locali e danneggiare le filiere agricole comunitarie. Ci sono anche alcune preoccupazioni legate alla sostenibilità ambientale, ma ne riparliamo.
Il cooperante italiano Alberto Trentini è stato liberato, dopo più di un anno di detenzione in Venezuela senza accuse formali a suo carico. Era stato imprigionato a novembre del 2024 e in questi mesi era stato detenuto nel carcere El Rodeo I, nella periferia della capitale Caracas.
Negli ultimi giorni la Patagonia argentina è di nuovo in fiamme, con vasti incendi boschivi che dal 5 gennaio 2026 hanno bruciato migliaia di ettari di foresta e macchia, arrivando a superare circa 12.000 ettari di superficie coinvolta e costringendo all’evacuazione preventiva di oltre 3.000 turisti e residenti nelle zone più colpite della provincia del Chubut. Le fiamme, alimentate da durezza della siccità, forti venti e alte temperature estive, hanno avvolto aree naturali e turistiche, isolando comunità e mettendo sotto pressione vigili del fuoco e mezzi aerei in un contesto in cui la regione è ancora sotto allerta per altri focolai attivi. C’è polemica anche per tagli ai fondi dei servizi antincendio e indagini in corso su possibili cause dolose di alcuni roghi. Anche se la siccità estrema legata plausibilmente alla crisi climatica sembra aver giocato anche in questo caso.
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