Kobane sotto assedio: la città simbolo dei curdi rischia di cadere – INMR 23/1/2026
La città curda è in grave emergenza umanitaria. Intanto in Brasile le aziende escono dalla Moratoria della soia, mentre l’Europarlamento congela l’accordo Ue-Mercosuer
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Kobane
Dinamo Press — La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Italia che Cambia — Kobane è sotto assedio: la città simbolo dei curdi stretta dall’offensiva di Damasco
#Curdi
Italia che Cambia — I curdi, fra repressione, ribellione e nuovi modelli democratici – Io non mi rassegno+ #6
Italia che Cambia — Sopravvivere alla crisi della democrazia (e creare alternative) – A tu per tu + #1
#Soia
il manifesto — Colpo grosso in Amazzonia, salta la Moratoria della soia
#UeMercosur
Italia che Cambia — Ue-Mercosur: l’Europarlamento blocca l’accordo, cosa succede adesso?
Trascrizione episodio
Nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 2026 la città curda di Kobane, al confine con la Turchia, è tornata al centro dei combattimenti: i residenti e le autorità locali parlano di una situazione “terribile”, con la città di fatto circondata e senza rifornimenti regolari di carburante, acqua ed elettricità. Secondo la ricostruzione del quotidiano The New Region, da cui prendo la notizia, gli attacchi sono ripresi dopo la violazione della tregua annunciata nei giorni scorsi tra Damasco e le Forze democratiche siriane (SDF), con colpi di artiglieria e bombardamenti anche nei villaggi a sud della città.
Ora, Kobane non è una città qualunque. In Italia è molto conosciuta anche grazie al fumetto di Zerocalcare Kobane calling, che racconta molto bene la storia, risalente al 2014, di quando Kobane diventò un simbolo globale della lotta al terrorismo dell’Isis. La città infatti era sotto l’assedio dell’Isis e la resistenza delle milizie curde – fra cui le unità femminili YPJ, divenatae celebri – segnarono un passaggio chiave nella guerra contro il “califfato”, anche perché fu uno dei momenti in cui la coalizione a guida Usa impiegò in modo decisivo la propria potenza aerea a sostegno di forze di terra curde. In quelle settimane Kobane divenne una “bandiera” simbolica e mediatica, che fiaccò l’avanzata dell’Isis.
Ma Kobane è anche un simbolo per un altro motivo: è stata una delle vetrine di uno degli esperimenti politici più interessanti della storia recente, nato nel Nord-Est siriano, il Rojava o, più correttamente, l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Daanes). Il progetto si richiama al confederalismo democratico, ovvero il pensiero politico del leader del Pkk Abdullah Ocalan basato su decentramento, assemblee locali, parità uomo-donna nelle istituzioni e un’idea di società pluralista ed ecologica.
Ora la città sembra minacciata dall’avanzare delle truppe siriane. Provo a farvi un riassunto molto per sommi capi di come siamo arrivati qui. A dicembre 2024 cade il regime di Assad e prende il potere al-Sharaa, leader di una delle fazioni che aveva guidato la rivolta, che si autoproclama presidente. al-Sharaa e i suoi ministri vengono da un trascorso jihadista, sono ex al Queda anche se provano da subito a presentarsi come interlocutori affidabili verso gli usa e la comunità intenrazionale.
Nel marzo 2025 viene annunciato il governo transitorio, che fra le sue prime mosse firma un accordo-quadro con le SDF, le Syrian Democratic Forces, ovvero la coalizione armata a maggioranza curda, la stessa forza che ha combattuto l’Isis nel 2015. L’accordo prevede che le istituzioni e le forze armate curde vengano integrate nel nuovo Stato siriano entro fine 2025. L’accordo però si impantana presto e iniziano scontri ricorrenti fra SDF e esercito siriano. Così arriva la fine del 2025, termine entro cui doveva compiersi l’integrazione, ma l’integrazione nei fatti non c’è.
A gennaio 2026 succede che l’amministrazione Usa, che aveva storicamente appoggiato l’SDF contro l’Isis, cambia sponda e toglie la copertura politica alle SDF, per schierarsi dalla parte di Damasco (più o meno eh). Così il governo siriano lancia una campagna militare con cui riconquista porzioni di nord e nord-est e spinge le SDF verso i loro ultimi bastioni. La risposta delle SDF è frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el-Zor. Le truppe però non vogliono cedere. Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, dichiara che non accetteranno un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», dice.
Arriviamo così al 20–21 gennaio quando di fatto il governo siriano approva un cessate il fuoco e contestualmente da 4 giorni alle SDF per negoziare l’integrazione. I 4 giorni scadono domani e non è chiaro cosa succederà. Nel frattempo l’assedio di Kobane sembra andare avanti, nonostante il cessate il fuoco.
Berivan Issa, co-presidente dell’Ufficio per gli Affari Umanitari di Kobane, ha detto a The New Region che i residenti sono «circondati da ogni lato, senza elettricità né acqua, senza cibo essenziale e senza rifornimenti». «Il tempo è molto freddo, di notte scende sotto zero. L’unico modo per scaldarsi è usare carburante e legna che al momento non arrivano in città. I bambini in città hanno molta paura», ha lamentato. Aggiungendo: «È importante ricordare che Kobane sta accogliendo e ospitando tutti gli sfollati interni (IDP) provenienti da Afrin, Tabqa, Raqqa, Aleppo e Tal Abyad, oltre che dai villaggi di Kobane. La città è ora molto affollata, con scorte di cibo e acqua molto basse». Issa ha inoltre avvertito che Kobane non è come altre città, perché «non c’è modo per i civili di andarsene».
Se volete una ricostruzione più dettagliata e approfondita della situazione, vi rimando a un articolo interessantissimo di Davide Grasso su Dinamo Press. Davide Grasso è un saggista, un ricercatore, ma anche uno che ha combattuto l’Isis in Siria, a fianco delle Ypg curde. Ho preso parte di questa mia ricostruzione da lì.
È un articolo molto interessante perché spiega bene anche le fragilità del modello curdo, e del confederalismo democratico, che viene ignorato dal 99% dei media e forse troppo idealizzato dal restante 1%.
Leggo, ad esempio: “La Daanes non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daanes, ostili al movimento confederale.
Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i Curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica”.
Lo trovate fra le fonti.
“Era aprile del 2006. Mentre la soia si espandeva tra Santarém e Altamira nel centro dell’Amazzonia, avanzando sulla foresta tropicale, attivisti di Greenpeace protestavano davanti ad un negozio McDonald’s nel centro di Londra.
QUEL GIORNO Greenpeace pubblicava il rapporto storico Eating the Amazon, che tracciava per la prima volta il percorso, dalle aree disboscate agli allevamenti fino ai consumatori europei, della soia prodotta in Amazzonia. La distruzione della foresta, evidenziava il rapporto, aveva conseguenze sulla stabilità climatica globale. Oggi, quelle conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
COSÌ NACQUE LA MORATORIA della Soia, un patto tra Ong ambientaliste e i grandi traders delle commodity che si impegnavano a non acquistare soia da aree disboscate dopo il 2006 (in seguito la data fu cambiata al 2008 per adeguarsi alla legislazione brasiliana). Grazie alla Moratoria, secondo i dati del Wwf, solo il 15% della soia amazzonica è cresciuta su terre disboscate dopo il 2008 (circa 250.000 ettari su un totale di 1,64 milioni)”.
Solo che adesso qualcosa sta cambiando. “NEI GIORNI SCORSI, mentre la crisi climatica colpisce l’Amazzonia e l’intero pianeta – prosegue il giornalista – l’Abiove – l’associazione dei produttori brasiliani di oli vegetali che riunisce Adm, Bunge, Cargill, Louis Dreyfus, Cofco International e Amaggi (che sono alcuni dei più grandi gruppi dell’agribusiness globale, attivi in Brasile), dopo quasi 20 anni, ha avviato l’uscita dall’accordo.
Insomma dopo 20 anni questo accordo sembra sul punto di cadere. Dietro alla decisione dei produttori però c’è un retroscena politico.
Provo a ricostruirvi tutta la vicenda. In pratica questa Moratoria del 2006 aveva fatto innervosire e non poco i coltivatori di soia, perché era un caso – in questo caso possiamo dire virtuoso, almeno dal punto di vista della conservazione ambientale – in cui delle organizzazioni private scavalcano uno stato e impongono di fatto una norma non scritta. Cioé: i coltivatori di soia potevano anche disboscare legalmente alcune aree amazzoniche e piantarci la soia, ma poi non trovavano a chi venderla in virtù di questo accordo fra multinazionali e ong.
Succede però che nel 2024 lo stato del Mato Grosso, che è il più interessato da questo accordo ed è guidato dal governatore di destra Mauro Mendez propone una legge, in cui blocca gli sgravi fiscali a tutte le aziende che aderiscono alla Moratoria. La legge è più generica, dice che blocca le agevolazioni a tutte le aziende che applicano normative ambientali più restrittive di quella prevista dalla legge statale, ma è evidente che è fatta per boicottare la moratoria. Cioé: non solo non vieni premiato se sei sostenibile, ma sei penalizzato.
Inizialmente la legge viene sospesa dalla Corte costituzionale brasiliana. Ma infine la legge entra in vigore il 1 gennaio 2026. E pochi giorni dopo, messi di fronte alla scelta fra mantenere i vantaggi economici o perseguire la via della sostenibilità, il cartello di aziende cede al ricatto del governo statale del Mato Grosso e decide di uscire dalla Moratoria. Questo ovviamente significa che aumentano le probabilità che la soia prodotta in Brasile provenga da aree amazzoniche disboscate, più o meno legalmente.
La questione ci riguarda da vicino. Come spiega sempre l’articolo, “LE IMPORTAZIONI ITALIANE di soia dal Brasile rendono il paese particolarmente esposto a questa decisione. L’Italia è tra i paesi europei più vulnerabili al rischio di disboscamento legato alle proprie importazioni di soia brasiliana. Il 62% di tutta la soia importata dal paese proviene dal Brasile, con il Mato Grosso come principale fornitore tra gli stati brasiliani”.
E non si tratta solo di importazione diretta di soia per scopi alimentari. Perché anche la maggior parte degli animali allevati negli allevamenti intensivi per produrre carne e salumi, latte e formaggi, viene alimentata con soia importata. Si stima che fra il 75% e il 95% della soia importata sia destinata a diventare mangime per allevamenti. Il resto viene impiegato per la produzione di biocombustibili. La quantità che viene usata direttamente per gli alimenti è residuale. Questo per dire che, se vogliamo fare qualcosa di utile con le nostre scelte alimentari, è molto più sensato smettere di mangiare carne che soia.
In teoria, per ridurre al minimo proprio questo rischio, ovvero di importare prodotti frutto di deforestazione, l’Unione europea aveva approvato l’Eudr, la legislazione anti-disboscamento che dovrebbe bloccare l’importazione di prodotti legati alla deforesazione. Ma dopo due rinvii votati dal Parlamento europeo, entrerà in vigore – forse, se tutto va bene – solo a fine 2026, quando la Moratoria sulla soia sarà già finita.
E nel frattempo, l’Ue sigla invece un accordo con gli stati dell’America latina, il famoso accordo Ue-Mercosur, che potrebbe – anzi dovrebbe – incrementrare gli scambi commerciali. Anche se su questo c’è una novità interessante.
Ricorderete forse che sabato 17 gennaio l’Unione europea, nella figura di UvL, e i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) hanno firmato un accordo commerciale atteso da oltre 25 anni, noto con poca fantasia come accordo Ue-Mercosur.
Solo quattro giorni dopo, però, il 21 gennaio, mercoledì, quando tutto sembrava fatto, il Parlamento europeo si è messo di traverso. Ha approvato a Strasburgo, con una maggioranza risicatissima, 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, la richiesta di inviare il testo alla Corte di giustizia dell’Ue per un parere di compatibilità con i Trattati, congelando di fatto l’accordo.
Ne abbiamo parlato ieri su ICC. L’Eurocamera chiede in pratica ai giudici della corte di valutare la base giuridica del pacchetto. L’accordo Ue-Mercosur infatti è diviso a sua volta in due sotto-accordi. C’è un accordo di partenariato (EMPA), ovvero il pacchetto più ampio, che include cooperazione politica, dialogo. E un accordo più strettamente commerciale, l’interim trade agreement (iTA).
Il motivo per cui la Commissione ha suddiviso l’accordo in questi due blocchi è legato alle diverse procedure previste dall’architettura europea. Mentre l’EMPA per entrare in vigore deve essere approvato dagli Stati membri, visto che include materie che non sono tutte di competenza esclusiva dell’Ue, l’iTA – così almeno sostiene la Commissione – può entrare in vigore subito, dato che il commercio estero rientrerebbe in larga misura nella competenza esclusiva dell’Ue.
L’Europarlamento però non è convinto che questa suddivisione sia corretta e quindi chiede un parere alla Corte di Giustizia. Nel frattempo continuerà l’esame dei testi, ma potrà votare il consenso solo dopo l’opinione della Corte.
Dietro al voto del Parlamento, tuttavia, si muovono dubbi e perplessità che vanno oltre gli aspetti procedurali. Innanzitutto c’è il cosiddetto meccanismo di riequilibrio: in pratica l’accordo prevede che i Paesi del Mercosur possano chiedere compensazioni o contromisure se nuove politiche europee riducono i benefici commerciali attesi. Cioé, per capirci, se domani l’Europa approva leggi ambientali più stringenti e questa cosa ha delle ricadute commerciali sui paesi Mercosur, allora loro possono chiedere una compensazione economica. Questo evidentemente potrebbe essere un freno all’ambizione ambientale, già traballante, europea, e ridurne la libertà normativa.
Accanto ai profili legali, poi, ci sono dubbi e resistenze politiche. La spinta più visibile viene dalle grandi proteste di agricoltori e allevatori europei a Strasburgo, per paura che la concorrenza di importazioni percepite come meno vincolate dagli standard europei possa avere un impatto sui redditi agricoli.
E poi c’è la dimensione ambientale e di “coerenza”, per cui una parte dei deputati (e di organizzazioni civiche) sostiene che un grande accordo commerciale dovrebbe avere garanzie verificabili su filiere, deforestazione e controlli, e che strumenti come il riequilibrio potrebbero indebolire proprio quella capacità dell’UE di alzare l’asticella.
Cosa può succedere ora, in concreto? La procedura di parere prevista dall’ordinamento Ue serve a evitare che un accordo entri in vigore e venga poi contestato: se l’opinione della Corte fosse negativa, l’accordo non potrebbe entrare in vigore a meno di modifiche al testo o, in teoria, dei Trattati. I tempi sono incerti: diverse ricostruzioni parlano di un possibile slittamento da mesi fino a due anni. Anche se i favorevoli all’accordo spingono per un’applicazione provvisoria. Le regole europee consentono infatti al Consiglio, su proposta del negoziatore, di autorizzare anche una provisional application prima dell’entrata in vigore. Vedremo.
Segnala una notizia
Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.





Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi