Cosa c’è dietro al licenziamento di 300 giornalisti del Washington Post? – 6/2/2026
Il Washington Post annuncia licenziamenti di massa; in Italia una sentenza apre alla possibilità di escludere terreni privati dalla caccia; aggiornamenti su Nigeria, Olimpiadi invernali Milano-Cortina e pacchetto sicurezza.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#WashingtonPost
The Guardian – ‘It’s an absolute bloodbath’: Washington Post lays off hundreds of workers
Corriere della Sera – Washington Post, lo sfogo della giornalista licenziata in zona di guerra: «Sono devastata, non ho parole»
#Caccia
RavennaToday – Chiede di escludere il proprio terreno dalle zone di caccia: il Consiglio di Stato dà ragione alla cittadina
#Nigeria
The Guardian – Gunmen kill more than 160 people in attacks on two west Nigeria villages
#Olimpiadi
Italia che Cambia – Quel gran casino delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina – 27/1/2026
#DecretoSicurezza
Italia che Cambia – Mattarella “boccia” il decreto sicurezza: il Presidente opera tagli e modifiche al testo proposto
Trascrizione episodio
Mercoledì il Washington Post ha annunciato il licenziamento di circa un terzo del proprio staff, inclusi oltre 300 giornalisti su 800 della redazione. Ad annunciare la cosa è stato il direttore del quotidiano, Matt Murray in quello che l’ex direttore esecutivo Martin Baron ha definito “uno dei giorni più bui nella storia del giornale”.
Questi tagli, ha detto Murray, parte di quello che ha definito un “reset strategico” volto a rendere il quotidiano più competitivo nel panorama mediatico attuale. Che è un bel giro di parole per dire che le cose non vanno bene e che il capo dell’azienda, il proprietario, un tale di nome Jeff Bezos, ha deciso che il giornale costava troppo e quindi di usare la mannaia.
Ora, so che può sembrare una questione un po’ per addetti ai lavori ma vi prometto che, se avete la pazienza di seguire la storia, ci sono aspetti molto importanti per chiunque che toccano temi centrali per la nostra vita e le nostre società.
Prima però vediamo un po’ di dettagli: innanzitutto, un dettaglio non indifferente, I licenziamenti sono stati comunicati via email e Zoom agli interessati. I tagli hanno colpito soprattutto alcune sezioni del giornale: la sezione Sport (quasi totalmente chiusa), Libri (eliminata), la sezione locale Metro (copertura locale su Washington D.C., Maryland e Virginia) e quella internazionale (ridimensionata, con chiusure di sedi estere). È stato cancellato anche il podcast quotidiano “Post Reports”.
Sono stati licenziati anche diversi giornalisti molto noti, compresa Caroline O’Donovan, che seguiva le politiche di Amazon e in parte di Microsoft, con focus su responsabilità aziendali, condizioni di lavoro e scandali delle aziende. Che era una roba interessante, anche un vanto del giornale, il fatto di avere una giornalista dedicata a fare le pulci alla colossale azienda di proprietà del suo capo. Adesso non c’è più.
So già che, se non avete seguito la vicenda, starete pensando: e certo, è per via dell’intelligenza artificiale! In realtà, questa volta, non proprio, o perlomeno non del tutto. Per capire questo taglio, bisogna fare qualche passo indietro.
Siamo nell’ottobre del 2024, in vista delle elezioni presidenziali che poi avrebbero incoronato Trump contro Kamala Harris. Negli Usa è tradizione per alcuni grandi giornali fare il cosiddetto endorsement, ovvero dire, a qualche mese dal voto, la loro preferenza fra i due candidati e perché. La redazione opinioni prepara un editoriale e dice “secondo noi, per questi motivi, votate X”.
Ed è quello che stava succedendo anche nel Washington Post, che endorsa regolarmente dal 1976, e la cui redazione, tendenzialmente liberal-progressista, era pronta a un’endorsement per Kamala Harris, pare che proprio l’articolo fosse già stato scritto, quando è arrivato un blocco improvviso.
Il 25 ottobre è uscito un editoriale a firma dell’editore Will Lewis – quindi non da parte della redazione ma dell’editore, secondo molti per volontà di Bezos stesso – che diceva che il WP non avrebbe fatto alcun endorsement, né in quell’occasione, né in futuro. Mai più. E la bozza di articolo è stata tranquillamente cestinata.
La questione ha sollevato molto rumore sia all’interno della redazione del WP che nell’opinione pubblica Usa. Nel giro di 3-4 giorni, 250mila abbonati del WP cancellarono il proprio abbonamento. Un calo secco del 10% sui circa 2,5 milioni di abbonati del quotidiano. E una emorragia che non si è mai arginata, tant’è che oggi ne conta circa 2 milioni.
Fra l’altro nel mezzo c’è stata anche un’altra vicenda. a fine febbraio del 2025, quindi qualche mese dopo il primo fattaccio, bezos fa un’altra grossa ingerenza sulla linea editoriale del quotidiano. E annuncia che la sezione opinioni del Post, da sempre molto viva e che ospitava opinio ad ampio ventaglio, avrebbe avuto una bussola molto più precisa (e decisa da lui): ovvero avrebbe avuto il compito di scrivere “in supporto e difesa” di due pilastri: “personal liberties” e “free markets”, quindi libertà personali e libero mercato. In quell’occasione, il responsabile della sezione opinioni David Shipley, da le sue dimissioni.
È da quelle scelte, e dalle ripercussioni sugli abbonamenti che hanno avuto, che inizia il declino forse irreversibile del giornale, è da lì che deriva la scure di mercoledì.
Il punto non è, ovviamente, fare o non fare un endorsement, né parlare di un tema o di un altro all’interno di una sezione. Il punto è chi compie quelle scelte, e in base a quali criteri. Perché la libertà di una redazione di fare le sue scelte, giuste o sbagliate, assieme alla deontologia professionale dei suoi giornalisti, sono le uniche garanzie sul fatto che l’informazione che esce da quel giornale sia fatta nell’interesse generale e non per seguire questo o quel potere.
Il fatto che una redazione sia libera e che i suoi giornalisti siano bravi, o meglio, che una redazione sia percepita come libera e i suoi giornalisti siano almeno percepiti come bravi è alla base del patto di fiducia che poi determina anche il successo di un giornale. Parlo di percezione, perché non sappiamo se e quanto ci siano pressioni che non percepiamo, non abbiamo mai la certezza di chi decida qualcosa, ad esempio non sappiamo se Jeff Bezos avesse esercitato pressioni o potere contrattuale anche prima di questi due episodi. Ma questi due episodi, così espliciti e forti, hanno rotto quel patto di fiducia fra lettori e giornale.
Se ci pensate, non è nemmeno un brutto segnale. Ovviamente tolto il dispiacere e la solidarietà verso 300 colleghi e colleghe licenziati in tronco, e altre decine di dipendenti, però è una cartina di tornasole interessante del fatto che una scelta eticamente sbagliata – cioè quella di un imprenditore di mettere bocca sulla linea editoriale di un giornale – ha delle ripercussioni economiche e potrebbe determinare il fallimento di un giornale.
Anche in Italia possiamo osservare, molto più nel piccolo, dinamiche simili, con molti grandi quotidiani che stanno vivendo una crisi di credibilità e di abbonamenti, ad esempio c’è un vero tracollo de la Repubblica, in parte legato anche lì alle vicissitudini della sua proprietà e alla scarsa indipendenza percepita, mentre alcuni giornali più piccoli, ma con un’identità chiara, una linea editoriale precisa e indipendente e percepiti come liberi da pressioni politiche o economiche stanno andando bene. Ad esempio il manifesto, fra i quotidiani cartacei, oppure L’Indipendente e il Post fra quelli online.
Solo che sono ancora delle mosche bianche, e il nostro paese ha dei numeri di abbonamenti molto bassi rispetto alla media europea e anche una fiducia nella stampa ai minimi storici.
Che è anche comprensibile eh. Però, se è sacrosanto che i lettori determinino il fallimento di un giornale, sarebbe altrettanto importante che potessero determinare il successo. Che lo premiassero, se pensano che stia facendo un buon lavoro. Perché è l’altra parte, inevitabile, della stessa equazione. Non abbonarsi a nessun giornale, non riconoscere un valore anche economico all’informazione con cui nutriamo la nostra mente, è di fatto un modo per consegnare inevitabilmente l’informazione nelle mani di chi può permettersi di finanziare giornali e media per il solo scopo di influenzare l’opinione pubblica.
Io oltre che conduttore di questo format sono anche il direttore responsabile di Italia che Cambia, un giornale che fa informazione costruttiva e libera, edito da una associazione e da una cooperativa di giornalisti di cui facciamo parte noi, la redazione, chi lavora. Per cui il supporto di chi sceglie di abbonarsi a ICC è fondamentale, ci permette di svolgere il nostro lavoro al meglio e in prospettiva di svolgerlo ancora meglio, di pagare più persone, di diffondere storie e notizie di cui nessun altro parla.
Ora, non è detto che quello che facciamo ti piaccia, che pensi che sia importante, o magari sei già abbonato/a ad altri giornali e va benissimo. Il punto però importante è che se invece pensi che sia importante, che ti interroghi se sei disposto/a a riconoscergli un valore. Se vuoi abbonarti trovi il link in descrizione. Vabbé, io ve l’ho detto, poi vedete un po’ voi.
In Italia, la caccia è consentita nei terreni privati anche senza il consenso del proprietario. Cioé, se il mio terreno rientra nel terreno cacciabile definito dalla regione, se non è recintato, e a meno che non ci siano delle coltivazioni che potrebbero essere danneggiate dal passaggio dei cacciatori, questa è l’unica eccezione accettata, i cacciatori possono entrarci e sparare agli animali selvatici.
La cosa è stabilita da un articolo del codice civile molto contestato e abbastanza peculiare del nostro paese. Perché negli altri Paesi europei, la regola più comune è l’opposto: si caccia su un terreno privato solo con il consenso del proprietario. Mercoledì però si è aperto uno spiraglio di cambiamento. Anche qui tocca fare qualche passetto indietro.
Dovete sapere che oltre all’articolo 842 del codice civile, la caccia è regolata anche dalla legge 157 del 1992 che all’articolo 15 dice che il proprietario di un terreno può presentare un’istanza motivata per sottrarre i terreni alla gestione programmata della caccia.
E così, nel 2018, una abitante di Riolo Terme, comune in provincia di Ravenna, presenta domanda alla Regione Emilia-Romagna per sottrarre i suoi fondi agricoli all’attività venatoria, portando una motivazione etica. La Regione però le risponde che non si può fare, perché la motivazione etica non rientra all’interno di casistiche valide che la stessa regione ha stabilito con una legge regionale (così come molte altre regioni). La cittadina allora contatta alcune associazioni animaliste e insieme vanno al TAR – intanto siamo arrivati al 2024 – ma anche il TAR respinge. A quel punto vanno al Consiglio di Stato, che invece annulla le due sentenze precedenti e ribalta tutto.
La chiave di volta sta in una interpretazione della legge – diciamo – nuova. Il CdS dice in pratica che una regione non può stilare una lista a priori di motivazioni valide e che quindi deve prendere in considerazione tutte le richieste. Insomma, non può scartare una riciesta solo perché nella lista di motivazioni non ha scritto etica.
Nella pratica adesso non è che la caccia sarà vietata automaticamente sul terreno della signora, ma la Regione dovrà riprendere in mano il caso e analizzarlo nel merito, senza poterlo scartare a prescindere. E se vuole rispedire al mittente la richiesta dovrà dimostrare che quel terreno è importante per garantire la continuità di caccia e altre cose previste dalla legge. Insomma, non è una rivoluzione, ma è uno spiraglio interessante di cambiamento, che può aprire la strada a molti altri casi simili, e chissà, magari a un cambiamento più strutturale.
Qualche notizia veloce. La prima è una notizia tremenda e ve la riporto più che altro perché come spesso accade quando una tragedia avviene in un paese di cui ci importa poco tendiamo a ignorarla, sui media. In Nigeria occidentale, nello stato di Kwara, un attacco coordinato contro i villaggi di Woro e Nuku ha causato almeno 160 morti. Secondo diverse ricostruzioni gli assalitori avrebbero radunato le persone, legato alcune vittime e poi ucciso, incendiando case e negozi; Amnesty parla di un fallimento della sicurezza e di minacce che andavano avanti da mesi. Pensate se una cosa del genere fosse successa – che ne so, se vogliamo prendere un paese altrettanto lontano – in Giappone. O negli Usa.
Oggi c’è la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Fra diverse polemiche. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa in una nostra news, evidenziando soprattutto l’impatto ambientale, il greenwashing degli sponsor, e anche l’assurdità di fare olimpiadi invernali in un Paese come il nostro in cui di neve ne è rimasta ben poca a causa della crisi climatica. Ne parleremo un po’, in questi giorni.
Ieri dal Quirinale sono arrivati dei rilievi puntuali sul nuovo pacchetto sicurezza su cui il governo vorrebbe accelerare soprattutto dopo gli scontri di Torino. Le perplessità del PdR sono soprattutto su due punti: il cosiddetto “fermo preventivo” (che nelle bozze è stato ricalibrato come accompagnamento in ufficio per un massimo di 12 ore) e lo “scudo” o comunque le tutele penali per le forze dell’ordine, su cui Mattarella richiama la necessità di rispettare i principi costituzionali, e quindi di non creare corsie preferenziali legate alla categoria a cui si appartiene, davanti alla legge.
Segnala una notizia
Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.





Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi