Monta la protesta nel Cpr di Macomer – INMR Sardegna #111
La protesta nel Cpr di Macomer, la mobilitazione a di Sarroch contro l’attracco di una petroliera diretta verso Israele, il bonifica delle Miniere di Montevecchio e il successo del piano di salvaguardia del grifone.
Fonti
#cprmacomer
Macomer, la rivolta nel Cpr sotto la lente del Garante
CPR Nuoro – Macomer
#sarroch
Il mistero della petroliera Poliegos: cancella Cuba e punta (forse) su Israele
#montevecchio
Miniere di Montevecchio, via al piano di bonifica: 40 milioni per valorizzare il sito di archeologia industriale
Inquinamento a Piscinas: un problema pluridecennale
#grifoni
Il ritorno dei grifoni in Sardegna è tra i maggiori successi della conservazione in Italia
#SCC
Un bestiario sardo: il carnevale barbaricino come cosmologia decoloniale
Il DDL Bongiorno e il diritto che considera il corpo delle donne disponibile fino a prova contraria
Trascrizione della puntata:
C’è un luogo in Sardegna che sembra estraneo dalle logiche del tempo e del diritto. Uno spazio in cui circa 50 persone vengono trattenute in un isolamento che avvolge la struttura e la separa dal resto del mondo. Sto parlando del Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Macomer, che è il primo centro di detenzione per persone migranti in Sardegna. La parola detenzione è quella che normalmente viene utilizzata quando si parla di cpr, eppure andando a guardare al significato del termine – ovvero, una pena restrittiva della libertà personale, che comprende, nel codice vigente, l’ergastolo, la reclusione e l’arresto – qualche dubbio sorge spontaneamente. Formalmente i cpr non sono carceri, ma vi si trovano rinchiuse quelle persone straniere provenienti dai Paesi non UE e sprovviste di documenti di soggiorno, in attesa che venga eseguito un provvedimento di espulsione. Sono non-luoghi (ma c’è anche chi direttamente li chiama lager) dai quali provengono puntualmente notizie che parlano di violenze, di una situazione sanitaria precaria – scrive il giornalista Costantino Cossu sul Manifesto – alimentazione scadente, inattività con relativi problemi psicologici anche gravi e conseguente uso improprio di sedativi, comunicazioni con l’esterno ridotte al minimo, nessuna certezza rispetto alle prospettive future ed episodi di autolesionismo ricorrenti. Prima dicevo “notizie puntuali”, ma forse anche questo non è il termine corretto ed è proprio la cronaca che questa settimana arriva dal cpr di macomer a evidenziarlo. La notizia – leggo sempre dal Manifesto – risale allo scorso 9 febbraio, ma il fatto che se ne sia venuti a conoscenza solo l’altro ieri la dice lunga su che cosa sono i Cpr. Quello che è successo è che alcune delle persone trattenute nel Cpr di Macomer per protestare contro le condizioni in cui sono costrette a vivere, hanno appiccato un incendio in uno dei quattro blocchi in cui è diviso l’ex carcere che ospita il centro di permanenza. Sono intervenuti i poliziotti che con la forza hanno fatto sgomberare tutti e quattro i blocchi, in attesa che venisse spento l’incendio. Tutti i migranti sono stati fatti scendere in cortile e lì sono rimasti, sotto un maestrale gelido, sino a quando le fiamme non sono state domate. Una notizia che ci arriva grazie alla denuncia dell’Assemblea No Cpr Macomer, per cui “i Cpr sono la punta di lancia di un sistema repressivo. Per questo dobbiamo mobilitarci in maniera forte e determinata per chiuderli definitivamente e porre fine a questa spirale di violenza e disumanità senza fine”. Abbiamo chiesto direttamente a due attiviste che da anni lottano per la dignità delle persone migranti e per la chiusura dei cpr che cosa è accaduto e in generale cosa accade in questo centro di permanenza. Lascio direttamente la parola a loro, sentirete prima la voce di Barbara Sanna dell’Assemblea No Cpr Mcomer e poi quella di Francesca Mazzuzi, della Campagna LasciateCIEntrare e Mem.Med Memoria Mediterranea. Le ringraziamo entrambe, per la testimonianza ma anche per il prezioso lavoro di sensibilizzazione e lotta che portano avanti senza sosta.
Parliamo ora di un’altra notizia, leggo sempre dal Manifesto (Chiara Cruciati) che in settimana ha parlato della protesta chiamata davanti ai cancelli della raffineria Saras di Sarroch, uno dei più grandi impianti su territorio europeo, oggi di proprietà dell’olandese Vitol, in risposta alle voci sull’attracco della petroliera Poliegos, partita il 2 febbraio scorso dal Venezuela. Secondo Bloomberg, la petroliera avrebbe dovuto consegnare il greggio venezuelano a Cuba, strangolata dal blocco statunitense, ma al contrario avrebbe fatto scalo a Sarroch per scaricare 800mila barili, per poi proseguire verso Haifa: è lì, nel porto palestinese oggi nello di Israele, che dovrebbe consegnare i 200mila barili rimasti in stiva. Sono stata breve perché a spiegarci meglio cosa accade (nell’Isola e altrove) sono due contributi esterni. Vi lascio prima a quello di Claudia Ortu del Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, tra le realtà che hanno chiamato alla mobilitazione, che ci fa un po’ la cronaca di quanto accade spiegandoci bene anche quali siano secondo i movimenti in protesa i vari punti critici della vicenda. Quello che pensiamo sia importante fare, è anche inserire questa notizia in un quadro internazionale che mi sento di definire altrettanto problematico e che ci da la misura di un sistema di negazioni e oppressioni che come dimostra la vicenda Poliegos, ci investe ma soprattutto ci riguarda. Non potevamo non chiedere a Matteo Meloni giornalista specializzato in geopolitica e autore del libro (di cui consiglio la lettura) “Geopolitica delle Nazioni Unite. ONU: 80 anni di storia” di spiegarci meglio che cosa accade attorno a noi, per una consapevolezza che non si fermi ai confini dell’Isola, ma sappia leggere i legami tra ciò che accade qui e i sistemi globali di potere, sfruttamento, guerra e genocidio.
È in partenza il progetto di bonifica delle Miniere di Montevecchio nel Sulcis, un progetto operativo di bonifica con cui prende forma il percorso di risanamento di quella che è l’area mineraria dismessa di Montevecchio, nel territorio tra Arbus e Guspini. Un intervento atteso da anni, che segna l’avvio concreto di una fase nuova per un territorio segnato dalla lunga stagione dell’estrazione mineraria. Leggo da SardiniaPost, giornale che tra l’altro siamo felici di rivedere operativo, che ci spiega come il costo complessivo dell’operazione è stimato in circa 40 milioni di euro. L’intervento, predisposto da Igea, riguarda in particolare la matrice suolo e punta a ridurre e, dove possibile, eliminare quelli che sono i rischi per la salute e per l’ambiente. L’analisi tecnica ha individuato come aree prioritarie gli scavi minerari a cielo aperto, le discariche minerarie e gli abbancamenti fini, ossia i depositi di materiali residui dell’attività estrattiva. Per l’assessora regionale alla Difesa dell’ambiente, Rosanna Laconi “Il risanamento delle aree minerarie è una scelta di responsabilità verso le comunità locali e verso il futuro del territorio”. Ricordiamo che l’inquinamento da metalli pesanti nella zona è un problema che dura da anni, con i metalli pesanti provenienti dalle zone di scavo abbandonate – in periodi di secca dei corsi d’acqua – si accumulano e, ossidando, creano quelli che sono gli ormai noti fanghi rossi. Questi vengono successivamente trasportati dalla corrente in periodi di piena, riversandosi così in mare nella zona di Piscinas. Ecco l’obiettivo è ora quello di mettere in sicurezza il sito e creare le condizioni per una futura valorizzazione. L’auspicio è che la parola “rilancio” non coincida con nuove forme di sfruttamento o con una fruizione superficiale e predatoria dei luoghi, ma con un percorso reale di cura, restituzione e tutela verso un territorio che ha già pagato un prezzo altissimo.
Restiamo a tema ambiente con un’altra notizia, ovvero il fatto che il ritorno dei grifoni in Sardegna sarebbe tra i maggiori successi della conservazione in Italia. Leggo da Euronews.com che ci spiega come fino a qualche anno fa questi uccelli erano a un passo dall’estinzione. Nel 2014 sull’Isola ne restavano appena una sessantina, concentrati tra Bosa e Alghero. La popolazione era crollata soprattutto a causa degli avvelenamenti indiretti, legati a pesticidi, sostanze chimiche e pallini di piombo presenti nelle carcasse di cui si nutrivano, ma anche per abbattimenti diretti, nonostante non rappresentassero una minaccia. Un declino che metteva a rischio anche l’equilibrio degli ecosistemi, perché i grifoni svolgono un ruolo fondamentale nella “pulizia” delle carcasse, limitando la diffusione di batteri e malattie. Dal 2015 al 2020, grazie al progetto europeo Vita sotto le ali del grifone, è partito un lavoro strutturato di tutela: più cibo sicuro attraverso i carnai, meno disturbo nelle aree di nidificazione, maggiore sicurezza delle linee elettriche, sensibilizzazione sull’uso di munizioni senza piombo. Un altro passaggio decisivo è stato il rilascio di giovani grifoni: gli ultimi quindici sono arrivati da Barcellona a gennaio e saranno liberati nei prossimi mesi. Oggi i numeri raccontano un successo: la popolazione è tra i 516 e i 566 esemplari, con un aumento del 21 per cento rispetto al 2024. Le coppie territoriali sono cresciute, i giovani involati sono aumentati, e gli esemplari reintrodotti si stanno riproducendo con quelli autoctoni. L’obiettivo dichiarato è estendere l’areale del grifone a tutta l’isola, collegando il nord e il sud. Una storia che fra le tante cose ci mostra come, quando si investe davvero in tutela ambientale, i risultati arrivano.
Sardegna che cambia è il 7° portale regionale aperto da Italia che cambia. Nella rassegna stampa, oltre alle principali notizie raccontiamo i due articoli usciti in settimana sul portale sardo, vediamoli insieme
Lunedì abbiamo inaugurato la settimana con un articolo che è insieme una rivoluzione e una coccola per l’anima, di Filippo Frosini Piras. Si tratta di una riflessione sul carnevale barbaricino e sui carnevali sardi non come folklore da catalogare, ma come atto decoloniale ininterrotto. Vi leggo l’introduzione ma il consiglio è quello di immergervi in una lettura che darà non poche risposte alle varie domande che possono sorgere guardando al carnevale sardo. “C’è un momento preciso, nell’inverno barbaricino, in cui non si ha una regressione al primitivo, ma si manifesta una sofisticata tecnologia filosofica del corpo. Non è il ritorno a uno stato animalesco, come lo sguardo coloniale ha spesso voluto interpretare, ma l’attuazione di una cosmologia altra, resistente. Un uomo non si traveste da mamuthone; piuttosto, accoglie in sé un’entità complessa, un archivio vivente di conoscenza. Il peso dei campanacci non è un fardello, ma una risonanza. Le pelli non sono segno di arretratezza, ma un manifesto di relazione con il mondo animale. La maschera di legno non è una negazione del volto, ma l’adozione di un’altra soggettività, un’interfaccia culturale che protegge e trasfigura. Questo non è folklore da catalogare. È un atto decoloniale ininterrotto, una risposta corporea e collettiva a secoli di narrazioni imposte che hanno voluto vedere nella cultura sarda un residuo arcaico, da civilizzare o da romanticizzare. Se per Frantz Fanòn il colonizzato era costretto a indossare una maschera psicologica di inferiorità, qui la maschera di legno diventa l’esatto opposto: uno strumento di ri-appropriazione di un corpo e di una soggettività sottratti allo sguardo coloniale. I carnevali della Sardegna vanno dunque riletti radicalmente: non come zoo umano per turisti antropologi, ma come laboratori di pensiero critico in forma di performance. Sono la prova che l’Isola non è mai stata un’isola nel senso coloniale del termine, un luogo isolato e fuori dal tempo, ma un crocevia di pensiero autonomo. Capace di elaborare, con i suoi strumenti, questioni che solo oggi il pensiero globale inizia a affrontare”.
Mercoledì invece spazio al prezioso approfondimento sul DDL Bongiorno di Sara Cucaru, giurista, femminista e attivista. Si tratta di un articolo che si inserisce nel dibattito sulla riforma del reato di violenza sessuale, in particolare sulla possibile modifica dell’articolo 609-bis del codice penale. Una questione che viene affrontata in queste settimane in tutto il territorio italiano, che ha visto diverse proteste anche in Sardegna, e che riguarda il modo in cui il diritto riconosce la libertà e l’autodeterminazione delle persone. Delle donne soprattutto. Il pezzo mette a confronto tre modelli: quello attuale, basato di fatto sulla violenza e sulla minaccia; la proposta approvata alla Camera, che fonda il reato sull’assenza di consenso libero e attuale; e il cosiddetto DDL Bongiorno, che invece si concentra sulla contrarietà della vittima, sul dissenso. Secondo Sara Cucaru, questa differenza non è tecnica, ma profondamente politica e culturale. Il modello del consenso sposta l’attenzione sulla responsabilità di chi agisce: chiede su quali basi una persona abbia ritenuto legittimo un atto sessuale. Il modello del dissenso, invece, continua a interrogare il comportamento di chi subisce, chiedendo se e come abbia manifestato il proprio rifiuto. Attraverso un’analisi giuridica e una lettura femminista, l’articolo mostra anche attraverso un paragone con il diritto di proprietà i limiti della proposta: così come nessuno entra legittimamente in una casa senza permesso, allo stesso modo l’accesso al corpo di un’altra persona dovrebbe essere fondato su un consenso esplicito, e non sull’assenza di opposizione. Scegliere tra consenso e dissenso significa decidere se continuare a chiedere alle vittime di giustificarsi, oppure iniziare a pretendere responsabilità da chi agisce. Per l’autrice, la mobilitazione femminista contro il DDL Bongiorno non è una battaglia terminologica, ma una battaglia di civiltà giuridica.
E anche questa settimana in chiusura vi segnaliamo alcuni dei prossimi eventi sparsi nell’Isola, vediamoli insieme:
- Verrà inaugurata oggi nella Sala Duce di Palazzo Ducale, a Sassari la mostra fotografica “Stessa lotta, stessi diritti: dieci storie di attivismo” organizzata nel quadro di “Diritti al contrario. Rassegna culturale in parole e immagini” curata da una serie di realtà che nel nostro territorio portano avanti rivendicazioni e sensibilizzazioni importanti: Ponti non muri, Amnesty International Sassari, Gruppo Emergency Sassari, NoiDonne2005, MOS, Alisso, Convenzione per i diritti nel Mediterraneo, in collaborazione con Amnesty International Italia, con il contributo del Comune di Sassari e della Fondazione di Sardegna. Attraverso una serie di ritratti, l’esposizione racconta le storie di dieci donne che ogni giorno lottano con coraggio per difendere i diritti di tutte e tutti con determinazione e passione. Il progetto tratta i temi della parità di genere e dei diritti umani, riconoscendo il coraggio e la forza di chi non si arrende di fronte alle ingiustizie. Un’occasione di conoscenza che vi consigliamo: la mostra sarà visitabile, con ingresso libero e gratuito, dal 23 al 27 febbraio, dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.
- Tra gli eventi in arrivo ce n’è anche un altro dedicato ai più piccoli e alle famiglie: si tratta di cinque appuntamenti del sabato alle ore 18 tra clown, burattini, marionette, narrazione e teatro d’attore. Sto parlando del teatro dei bambini al Piccolo Teatro dei Ciliegi di capoterra, una serie di spettacoli pensati per divertire, emozionare e stimolare immaginazione e partecipazione, vivendo il teatro come esperienza condivisa tra bambini, bambine e adulti. Si parte il 21 febbraio con – Clown in viaggio, il 14 marzo ci sarà invece lo spettacolo Diario di un Triceratopo, l’11 aprile– La strega e il pirata e tanto altro. Alcuni spettacoli poi saranno preceduti da Il Teatro delle Parole Felici, ovvero le fiabe di Gianni Rodari (Anfiteatro Sud). Andate a dare un’occhiata a tutto il programma perché ci sono non pochi appuntamenti interessanti: trovate maggiori info su www.anfiteatrosud.com oppure sulla pagina Facebook del piccolo teatro dei ciliegi
- Vi inizio anche a dire che non questo ma il prossimo fine settimana, sono in arrivo due giorni dedicati all’abitare collaborativo, tra confronto pubblico, pratiche partecipative e visita a un’esperienza di cohousing rurale in Sardegna. Si tratta di Cohubitare Fest, in programma a Cagliari 28 febbraio e Muravera il 1 marzo, progetto di promozione dell’abitare collaborativo ospitato tra le mura di Radica – Spazio di Comunità , nella Municipalità di Pirri (Cagliari), e organizzato da quella bellissima realtà che è Recoh – recupero e cohousing. La due giorni è articolata in una conferenza dell’abitare collaborativo in Italia e in Sardegna (in cui ci saremo anche noi!), una serie di laboratori partecipativi rivolti ad associazioni, abitanti e cittadinanza ma anche una festa con aperitivo e dj set e una visita al cohousing rurale La Valle del Mirto di Muravera, con escursione naturalistica nelle aree di Feraxi. Insomma, tutta una serie di appuntamenti decisamente interessanti che ruotano attorno al tema del diritto all’abitare e del cohousing. Per maggiori informazioni vi consiglio di seguire le pagine social di Recoh, scritto con la h finale
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