Tutte le novità sul referendum sulla giustizia e i punti del dibattito – 19/2/2026
Il richiamo all’ordine di Mattarella sul referendum, il nuovo presidente ad interim del Perù e la corsa alle rinnovabili cubana, con l’aiuto della Cina.
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Fonti
#ReferendumGiustizia
il Post – Mattarella ha detto come la pensa sulla campagna per il referendum
Articolo21 – Giustizia: separazione delle carriere ovvero rinascita della P2
Openpolis – Come vengono eletti i membri del Csm
#Perù
il Post – Balcázar è stato nominato presidente del Perù
#Cuba
The Guardian – With Trump blocking Venezuelan oil imports and old power plants breaking down, Cuba is betting on renewables
Trascrizione episodi
Ieri anche Sergio Mattarella è tornato sul tema del referendum per richiamare all’ordine. Il presidente della Repubblica è intervenuto durante il cosiddetto plenum, che sarebbe la riunione plenaria del Consiglio superiore della magistratura, di cui Mattarella, in quanto Pdr, è presidente.
Il Csm è anche uno degli oggetti della riforma costituzionale votata dal governo Meloni, e che ci viene chiesto a nostra volta, in qualità di elettori, di validare con un referendum, il 22 e 23 marzo prossimi.
Comunque, dopo facciamo un veloce recap di che cosa prevede il referendum. Intanto, che ha detto Mattarella? Ha detto – riporta il Post – di aver sentito la necessità di «ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione».
Il rispetto mancante è, in primis, quello del governo, in questo momento. Ed è dovuto a una campagna referendaria in cui i toni sono molto accesi. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio due giorni fa ha infatti rivolto critiche pesantissime al CSM, descrivendolo come un organismo «para-mafioso».
Ma – leggo – il richiamo di Mattarella in realtà è stato più generale, ed era rivolto un po’ a tutti i protagonisti della campagna per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia che si terrà il 22 e il 23 marzo, tra circa un mese: l’invito è di evitare che il confronto diventi ancora più animato e inneschi in modo improprio conflitti tra le istituzioni. Mattarella ha detto che il CSM non è esente da critiche, come non lo sono anche altre istituzioni della Repubblica che appartengono al potere legislativo, esecutivo o giudiziario. Poi ha concluso il suo discorso esortando le istituzioni a un «rispetto vicendevole» in qualsiasi momento e circostanza.
È una dichiarazione notevole soprattutto perché il presidente della Repubblica, avendo un ruolo quasi sempre sopra le parti, tende a intervenire raramente nei dibattiti politici. Anche la presenza di Mattarella alla riunione plenaria, cioè a un incontro destinato a lavori ordinari del CSM, è stata inconsueta: di solito i lavori ordinari vengono coordinati dal vicepresidente. Lo ha ricordato lo stesso Mattarella durante il suo discorso, dicendo che non gli era mai successo di partecipare in 11 anni, cioè la durata dei suoi due mandati finora.
Una delle polemiche più gravi degli scorsi giorni tra il governo e la magistratura era stata innescata da alcune dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, sostenitore del “No”.
Gratteri aveva detto che avrebbero votato a favore della riforma «gli indagati, gli imputati, e la massoneria deviata»: e la frase era stata criticata in modo molto aspro da esponenti della maggioranza e dai sostenitori della riforma. In un’intervista successiva, Nordio aveva ribaltato il discorso di Gratteri: oltre a criticare il CSM aveva parlato di un «mercato delle vacche» e un «verminaio correntizio», riferendosi all’attuale metodo di elezione dei magistrati all’interno del CSM. Il paragone di Nordio tra il CSM e il funzionamento della criminalità organizzata aveva suscitato le critiche e lo sdegno delle opposizioni e dell’ANM, il sindacato dei magistrati.
Ora, mi sembra che il dibattito si sia spostato e si stia spostando sempre di più sul CSM, mentre era iniziato con la separazione delle carriere. E credo che in effetti quello sia il punto centrale. comunque, breve recap.
Si voterà un unico quesito che chiede se approviamo oppure no la riforma della giustizia votata dal parlamento. Riforma che prevede 4 punti principali:
Separazione delle carriere: chi entra in magistratura sceglie subito se fare il giudice o il pubblico ministero (PM) e non può più passare dall’uno all’altro.
Il “CSM”, appunto l’organo di autogoverno della magistratura, si sdoppia, seguendo la divisione delle carriere: uno per i giudici e uno per i PM.
Cambia la modalità di elezione di questi due organi: oggi il csm è composto per due terzi da membri togati, quindi magistrati, eletti dai magistrati stessi, e per un terzo da non togati, quindi accademici e avvocati. Con la riforma, la proporzione rimane, ma viene meno il meccanismo delle elezioni e i membri vengono eletti a sorteggio, da una lista di candidati idonei.
Infine si istituisce un’Alta Corte disciplinare esterna al CSM per controllare la disciplina dei magistrati (infliggere sanzioni, procedimenti disciplinari ecc.), mentre oggi è appannaggio di una sezione disciplinare interna al CSM.
Ecco qua. Ora, il dibattito come vi dicevo è rovente. Il fronte del sì si appella al fatto che la magistratura e il suo organo rappresentativo, il CSM, sarebbe troppo politica e ragionerebbe non con terzietà, ma spesso in opposizione al governo. In particolare si cita spesso il tema delle correnti, emerso con forza con il cosiddetto caso Palamara nel 2019, ovvero il fatto che all’interno della magistratura ci sono diversi gruppi, simili a dei partiti politici. E che ragionano un po’ come partiti politici. Il caso Palamara, che adesso non sto qui a spiegarvi, ha fatto emergere come ci siano logiche di scambi fra correnti, relazioni con la politica ecc.
Il fronte del NO invece sostiene che il governo vorrebbe in realtà indebolire la magistratura semplicemente per avere più potere e meno intralci. Si cita spesso il fatto che l’idea della separazione delle carriere dei magistrati e dello sdoppiamento dei CSM era presente nientemeno che dentro al Piano per una rinascita democratica della P2 di Licio Gelli, la loggia massonica deviata che voleva creare uno stato autoritario, senza l’impiccio dei magistrati.
Ora, vi dico brevemente quale penso che sia il punto cardine attorno a cui ruota la decisione: io penso che entrambe queste letture siano potenzialmente corrette. Mi sembra il caso Palamara mostri che sì, la magistratura ragioni con dei meccanismi politici e correntistici. E vi dirò di più, l’idea di una elezione a sorteggio, che è quella più sbeffeggiata, in realtà non è una brutta idea in assoluto. C’è ormai una ricerca accademica sufficientemente solida per poter dire che i sistemi democratici basati sul sorteggio, se fatti bene, sono molto più efficaci e democratici di quelli basati sulle elezioni.
Ma è possibile che il governo voglia usare tutte queste norme per indebolire la magistratura e imprimere una svolta autoritaria.
In un modello ideale, anche il governo e il parlamento dovrebbero funzionare a sorteggio e non a elezione. So che sembra controintuitivo, ma se placate quella vocina interna che dice ma che assurdità e ci ragionate, vedrete che non lo è.
Il modello attuale però si basa sull’elezione, sui partiti, sulle correnti, e su un bilanciamento di poteri in cui tutti giocano sporco, ma alla fine in qualche modo persiste un equilibrio. Ora possiamo vedere questa mossa come un’opportunità, una svolta per andare verso sistemi di democrazia deliberativa anche in politica, oppure come un tentativo di rendere uno dei pilastri dello stato democratico come più inoffensivo.
Comunque, se vi va di continuare a ragionarci assieme, vi ricordo che domani sera, giovedì 19 alle 18,30, c’è un incontro live su zoom, con me, in cui parleremo proprio di questo.
Ieri sera il Parlamento peruviano ha scelto il nuovo presidente ad interim dopo la rimozione di José Jerí, che a sua volta era presidente ad interim, per un presunto caso di corruzione. Come fa notare il Post, XXX è il nono presidente in dieci anni, e resterà in carica almeno fino alle elezioni del 12 aprile. Questa instabilità è legata al fatto che in Perù il Parlamento riesce a far cadere i presidenti abbastanza facilmente, spesso sullo sfondo di accuse di corruzione e di giochi di potere.
Il presidente peruviano, infatti, è eletto direttamente, ma può essere rimosso dal Parlamento in due modi: con la classica procedura di impeachment. Che però si usa in caso di gravi violazioni e reati non tutelati dall’immunità presidenziale, come il tradimento della Costituzione. È quella più lenta e complicata perché l’accusa dev’essere formulata da una commissione permanente del parlamento e poi approvata da una maggioranza qualificata di almeno ⅔ dei parlamentari. E non è mai stata usata.
Il secondo modo, più comune e più semplice, è basato sull’articolo 113 della Costituzione, che stabilisce che il parlamento può rimuovere il presidente in caso di «incapacità morale». È una definizione vaga che può essere interpretata in modo molto ampio, e che quindi attribuisce grande potere al parlamento. Negli ultimi anni è stata usata per rimuovere presidenti in caso di scandali, o quando questi avevano perso l’appoggio parlamentare. È stata usata per esempio lo scorso ottobre per rimuovere la presidente Dina Boluarte; nel 2022 per Pedro Castillo e nel 2020 per Martín Vizcarra.
Nel caso di Jerí, però, è successo qualcosa di ancora più “furbo” e veloce. Jerì infatti era presidente ad interim perché era presidente del Parlamento al momento della destituzione di Dina Boularte. I deputati quindi lo hanno semplicemente rimosso da quel ruolo con una mozione di sfiducia (che richiede solo maggioranza semplice). Perdendo la presidenza del Parlamento, Jerí ha perso automaticamente anche la presidenza del paese. Questo meccanismo, insieme alla vaghezza dell’“incapacità morale”, alimenta il cosiddetto “sistema delle porte girevoli”: governi che cambiano continuamente e istituzioni instabili.
A Jerí, il cui governo molto contestato reggeva su un’alleanza strana e fragile tra partiti di destra e il principale partito di sinistra, segue quindi
Il tutto in attesa che si torni alle urne, il prossimo 12 aprile.
Un approfondito reportage del Guardian firmato da Hannah Hekkinen in Herradura racconta di come Uba, alle prese con una crisi energetica sempre più nera, stia provando a puntare sulle rinnovabili. Provo a riassumervene il succo:
Cuba è nel mezzo di una crisi energetica durissima: le sanzioni USA, lo stop – di fatto imposto sempre da Trump – del petrolio venezuelano dopo il cambio di regime, più un’infrastruttura vecchia e delle centrali di produzione che si rompono continuamente, hanno portato a blackout lunghissimi (anche fino a 24 ore, soprattutto a est) e una fornitura energetica a singhiozzo i buona parte del paese.
In parallelo, il paese è anche super vulnerabile al clima: subisce uragani più distruttivi (come Melissa, che ha colpito durissimamente l’est) e ha un territorio reso ancora più fragile da secoli di deforestazione e monocoltura della canna da zucchero.
Per rispondere, il governo sta provando, per la prima volta in maniera convinta, ad accelerare su solare ed eolico, aiutato dalla Cina: l’obiettivo ufficiale è di arrivare al 26% di rinnovabili entro il 2035, e secondo il governo cubano con questa strategia l’isola potrebbe arrivare nel lungo periodo a produrre elettricità solo con risorse nazionali.
Il know-how e la tecnologia, appunto, è cinese. L’Havana e Pechino hanno firmato accordi per nuovi parchi solari e in generale l’isola punta a 92 parchi solari entro il 2028, rispetto ai 35 attuali. E poi c’è l’eolico, con il più grande parco del paese che dovrebbe nascere a Herradura.
La strada però non è spianata. Innanzitutto come nota il reportage, mancano soldi e infrastrutture. Economisti ed esperti dicono che servirebbero 8–10 miliardi di dollari in dieci anni e che la rete elettrica è vecchia e inefficiente (al punto che si perde circa il 16% dell’energia lungo il trasporto). Inoltre manca capacità di accumulo: il solare produce di giorno, ma il picco dei consumi è la sera, e le batterie costano tantissimo.Nel frattempo si diffonde il solare “privato”, solo che questo in un paese mediamente povero significa che può diventare una soluzione per chi può permetterselo (imprenditori, chi riceve rimesse dall’estero), mentre per molti è impossibile (un pannello costa circa 100 sterline contro salari medi mensili intorno a 10 sterline in alcune aree). Le nuove misure che permettono di vendere elettricità a terzi rischiano di allargare ancora di più le disuguaglianze.
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