Il nuovo sindaco di Parigi sembra un tipo in gamba – 27/3/2026
Il nuovo sindaco ecologista di Parigi, il paradossale accordo di Trump contro l’eolico offshore, la direttiva Ue anticorruzione apre un caso e le nuove tensioni nella maggioranza.
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Fonti
#Parigi #SindaciEcologisti
The Guardian – ‘Absolute moral rigour’: new Paris mayor Emmanuel Grégoire’s ideals face stern test
Esquire – I nuovi sindaci di Parigi, Monaco e New York raccontano una sinistra che può ancora vincere
#Trump #Rinnovabili
The New York Times – Trump Administration Will Pay Nearly $1 Billion to Block 2 Wind Farms
#AbusoDUfficio #DirettivaAnticorruzione
RaiNews – Parlamento europeo: “L’Italia dovrà reintrodurre il reato di abuso ufficio”
Eunews – Via libera UE alla direttiva anti-corruzione. In Italia è polemica sulla (non) reintroduzione dell’abuso d’ufficio
#Meloni #Maggioranza
Domani – L’8 settembre di Meloni. Che sta epurando sé stessa
ANSA – Gasparri lascia la guida dei senatori di Forza Italia, al suo posto Stefania Craxi
Trascrizione episodio
Allora, preparatevi che dopo diverso tempo oggi è di nuovo una di quelle puntate in cui si fa un po’ di minestrone di roba. Perché nell’ultimo periodo l’agenda di questo format è stata assorbita da temi un po’ monopolizzanti come la guerra in Iran e il referendum e rischiamo di perderci dei pezzi importanti.
Allora, partiamo dall’elezione del nuovo sindaco di Parigi, di cui sono arrivati i risultati martedì. Un articolo del Guardian descrive approfonditamente il nuovo primo cittadino. si chiama Emmanuel Grégoire e ha vinto le elezioni in maniera piuttosto netta, promettendo una politica in continuità con la precedente sindaca Anne Hidalgo, di cui era il vice. Hidalgo è la sindaca che ha impresso una svolta verde e sostenibile alla capitale francese.
Grégoire ha fatto campagna elettorale dicendo che continuerà sulla linea degli ultimi anni, quindi ancora più piste ciclabili, meno spazio alle auto, più attenzione all’ambiente e all’inquinamento dell’aria. Anche se l’inquinamento a Parigi è diminuito negli ultimi vent’anni, resta ancora un problema sanitario serio, insieme all’aumento delle temperature estive. Per questo il nuovo sindaco ha promesso di trasformare dieci grandi boulevard in giardini pubblici e di rendere pedonali mille strade.
Inoltre ha puntato molto anche sul tema dell’abitare sociale e dell’emergenza abitativa. A Parigi c’è una carenza cronica di case popolari, e il costo degli affitti è trainato verso l’alto dal turismo e dalle piattaforme come Airbnb, che ha criticato apertamente. Inoltre c’è un problema crescente di persone senza fissa dimora, comprese sempre più famiglie con bambini. Grégoire ha promesso di fare in modo che nessun bambino dorma più per strada, anche se resta da capire come riuscirà concretamente a farlo.
Oltre a ciò, per distinguersi dalla sua predecessora, e presentarsi almeno in parte come una figura di cambiamento, ha promesso uno stile più sobrio, limitando le spese dei funzionari comunali a partire dall’uso delle auto con autista.
Grégoire ha vinto battendo nettamente la candidata di destra Rachida Dati, un fatto che molti giornali francesi stanno leggendo anche in chiave nazionale, come un segnale politico in vista delle presidenziali del 2027, quando Macron non potrà ricandidarsi e l’estrema destra di Marine Le Pen punta ad arrivare molto forte.
Fra l’altro c’è un dato interessante che viene colto da un articolo di Stefano Piri su Esquire. Leggo: “Non si è alleato con La France insoumise di Mélanchon, che anzi in campagna elettorale lo ha attaccato. Attenzione però a liquidarlo come un esponente della sinistra di establishment: guardando alle mappe elettorali, Grégoire con la sua campagna su una città più inclusiva e sostenibile, l’enfasi sul trasporto pubblico e la promessa di contrastare l’emergenza abitativa, ha faticato in alcune delle zone più ricche e borghesi della città stracciando però Rachida Dati in molte zone popolari. Dato interessante non solo per i nerd dei flussi elettorali, dal momento che mette in discussione il cliché, assai mainstream, di una destra inarrestabile tra i ceti meno abbienti”.
L’articolo di Esquire si spinge poi a tracciare una linea che unisce altri due recenti sindaci progressisti ed ecologisti, che hanno vinto portando avanti battaglie simili. Uno, lo immaginerete, è il sindaco di New York Zohran Mamdani, che sempre su ambiente e abitare aveva incentrato la sua campagna. L’altro è il sindaco di Monaco Dominik Krause.
Leggo: Ancora più particolare la vicenda di Dominik Krause, 35 anni, gay, idee libertarie e un programma che ha in comune con quello di Grégoire specialmente il contrasto all’emergenza abitativa, coi prezzi degli appartamenti di Monaco che recentemente hanno raggiunto livelli ancor più grotteschi di quelli parigini. In un certo senso questa è infatti una sconfitta della sinistra tradizionale dell’Spd, che governava Monaco ininterrottamente addirittura dal 1984.
Ora, non so dire se ha senso parlare di un fronte di sindaci ecologisti. Né possiamo prevedere se e quanto queste persone sapranno mantenere fede alle promesse elettorali. È però interessante notare come almeno nelle grandi metropoli, sia possibile vincere delle elezioni puntando su tematiche ecologiche e sociali, e non solo nelle ztl, ma anche nelle periferie.
Un articolo del New York Times a firma di Maxine Joselow and Brad Plumer racconta che l’amministrazione Trump avrebbe raggiunto un accordo diciamo bizzarro con la multinazionale francese dell’energia TotalEnergies. In cui gli Stati Uniti pagano alla multinazionale quasi 1 miliardo di dollari perché non costruisca due parchi eolici offshore.
Ripeto: 1 miliardo di dollari perché non costurisca due parchi eolici e si impegni a estrarre più petrolio e gas. Si tratta di due progetti molto grandi previsti al largo della East Coast, uno vicino a New York e uno al largo della North Carolina.
In pratica, l’amministrazione Trump ha convinto l’azienda a rinunciare ai progetti, e il governo americano le restituisce 928 milioni di dollari, cioè quanto l’azienda aveva speso per ottenere le concessioni ai tempi dell’amministrazione Biden. In cambio, però, la società si impegna a investire quei soldi in progetti di petrolio e gas negli Stati Uniti, compreso un impianto texano per esportare gas naturale liquefatto, oltre a maggior produzione nel Golfo del Messico e nuove centrali a gas.
L’amministrazione Trump presenta l’operazione come una svolta verso un’energia più “affidabile” e meno dipendente dai sussidi pubblici, sostenendo che l’eolico in mare sia troppo costoso e inefficiente. Anche l’amministratore delegato di TotalEnergies ha definito l’accordo una scelta pragmatica (vabbé, che diveva dire dopo aver firmato l’accordo) dicendo che l’offshore wind negli Stati Uniti non è abbastanza conveniente.
Il New York Times però non manca di notare l’assurdità di tutto ciò: si fa un enorme trasferimento di denaro pubblico a una compagnia straniera per fermare un investimento nelle rinnovabili e spingere invece la produzione di combustibili fossili, cioè una delle cause principali della crisi climatica.
I due progetti cancellati non erano marginali: quello più grande, Attentive Energy, avrebbe potuto fornire elettricità a oltre un milione di case e imprese tra New York e New Jersey; l’altro, Carolina Long Bay, avrebbe potuto alimentarne circa 300 mila in North Carolina.
Fra l’altro tutto ciò avviene ne mezzo di una guerra in Medio Oriente che sta rendendo più instabili i mercati del petrolio, e diversi esperti sostengono che proprio per questo investire in rinnovabili aiuterebbe a rendere i paesi meno esposti agli shock energetici. Per questo governatori democratici come Kathy Hochul e Josh Stein hanno attaccato duramente l’accordo, definendolo uno spreco assurdo di soldi pubblici.
A Trump però di questo non sembra importare un granché. Il fatto è anche che il Texas, da sempre roccaforte repubblicana, e roccaforte del petrolio, da anni è diventata anche una regione in cui le rinnovabili sono cresciute tantissimo e questo non solo ha messo in discussione il monopolio delle lobby del petrolio, ma rischia di mettere in discussione anche il colore politico della regione. Perché negli Usa più che altrove economia e politica viaggiano abbastanza in parallelo, e un comparto che cresce si porta dietro anche il consenso politico degli stakeholder di quel comparto. E quindi attaccare le rinnovabili e avvantaggiare i petrolieri significa anche segnare un punto a favore dei repubblicani.
Parliamo anche di questo, fra l’altro, nella prossima puntata di INMR+ che esce domani. INMR+ è il nostro podcast per abbonati a ICC, di approfondimento sui temi di attualità. Questa volta con l’analista Gabriele Catania parliamo della guerra in Iran e Libano e di tutte, ma davvero tutte almeno quelle che possiamo prevedere, conseguenze che potrebbe avere. Ve ne faccio ascoltare una piccola anteprima, così se vi abbonate subito domani mattina vi arriva.
Contributo disponibile all’interno del podcast
Ieri il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una nuova direttiva anticorruzione che punta a mettere un po’ d’ordine nelle regole penali dei vari paesi Ue e che è l’ennesima grana per il nostro governo. In pratica vengono riconosciuti a livello europeo una serie di reati legati alla corruzione che da adesso in poi tutti gli Stati membri dovranno considerare come tali, con definizioni più uniformi e con sanzioni armonizzate.
Dentro ci finiscono diversi casi: la corruzione nel settore pubblico e in quello privato, l’appropriazione indebita, il traffico di influenze, l’ostruzione della giustizia, l’abuso d’ufficio, l’arricchimento illecito legato alla corruzione e altri reati simili.
La direttiva poi non si limita ai reati, ma impone anche agli Stati di dotarsi di strategie nazionali anticorruzione aggiornate, di valutare con regolarità i rischi, di rafforzare le regole sui conflitti di interesse, sulla trasparenza dei finanziamenti politici e sugli standard etici. In più, i paesi dovranno avere organismi dedicati e sufficientemente indipendenti per prevenire e combattere la corruzione.
Poi ci sono altri punti che vanno a rafforzare la cooperazione fra autorità nazionali e organismi europei come OLAF, Procura europea, Europol ed Eurojust. E gli Stati dovranno anche pubblicare ogni anno dati comparabili e leggibili, in modo da rendere il sistema più trasparente e più facile da valutare.
Ora, perché dicevo che questa cosa è un’ennesima grana per il governo? Perché fra i reati che vi elencavo all’inizio rientra anche l’abuso d’ufficio. L’abuso d’ufficio è quel reato che avviene quando una persona che ha un incarico pubblico usa il proprio potere in modo scorretto per favorire qualcuno o danneggiare qualcun altro.
Solo che in Italia il reato di abuso d’ufficio è stato abrogato, eliminato, con la legge Nordio, nell’agosto 2024. E adesso, secondo la relatrice del Parlamento europeo, l’eurodeputata olandese Raquel García Hermida-Van Der Walle, il nostro paese dovrà reintrodurre almeno una parte di ciò che è stato cancellato, almeno per le fattispecie più gravi previste dalla direttiva.
Dal canto suo Fratelli d’Italia sostiene che quelle condotte sarebbero già coperte da altri reati presenti nella legislazione italiana, quindi secondo il governo non sarebbe necessario reintrodurre davvero un nuovo abuso d’ufficio in senso stretto. Però, fa notare la relatrice, se il tema non fosse stato così rilevante, il governo italiano non si sarebbe opposto con tanta forza (perché sì, la questione in Europa è andata avanto per mesi prima di giungere a una quadra e uno dei punti di frizione era proprio che il nostro govrno non voleva che fosse incluso nella lista l’abuso d’ufficio).
Cosa curioso: la direttiva è passata al Parlamento con una larghissima maggioranza. Tutti gli eurodeputati italiani, tranne uno, compresi quelli di Fratelli d’Italia, hanno votato a favore del testo, quindi di fatto andando contro la riforma Nordio. Ah, quell’uno è Vannacci.
Ieri la slavina all’interno della maggioranza è proseguita con le dimissioni di Gasparri da capogruppo di Forza Italia al Senato, sfiduciato da una raccolta firme alla quale hanno aderito 14 senatori su 20, e sostituito da Stefania Craxi, figlia dello storico leader socialista Bettino. Sembra che sullo sfondo, in questo caso, ci siano le pressioni della famiglia Berlusconi, per la sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura, che era una battaglia storica di Silvio. Fra l’altro curioso che Gasparri sia sostituito con la figlia dell’antesignano dello scontro fra politica e magistratura, Bettino Craxi, perno dello scandalo di mani pulite.
Intanto il Magistrato Antonio Mura ha preso il posto vacante di Giusy Bartolozzi come capo gabinetto del Ministero della Giustizia, mentre sono ancora vacanti i posti lasciati da Delmastro e Santanché.
Su Domani, Marco Damilano parla di Scene di un governo in disfacimento, l’8 settembre del governo Meloni. Alle tre del pomeriggio di mercoledì 25 marzo i ministri Antonio Tajani, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio sembrano ai banchi del governo Olga, Mascia e Irina, le tre sorelle di Cechov. Il ministro degli Esteri parla e se ne va, lascia solo Nordio di fronte agli interventi dell’opposizione in modalità plotone di esecuzione. Debora Serracchiani cita l’amato (dal ministro) Winston Churchill: «Non arrendersi mai, se non di fronte all’onore o al buonsenso”. Alcuni parlano già dei rimpasto o persino di voto anticipato. Vedremo.
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