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23 Febbraio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Paradosso clima: il piano delle élite globali e il “megafono” sociale – 23/2/2026

Alluvioni e tempeste in Europa raccontano una nuova normalità climatica mentre crescono pressioni politiche per ridurre le regole ambientali; focus anche sulle ultime mosse di Trump.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
clima

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Nella settimana “fuori dal tempo” tra Natale e Capodanno, due spagnoli poco più che cinquantenni – amici d’infanzia, conosciuti e benvoluti in paese – sono andati a cena fuori e non sono più tornati a casa.

Francisco Zea Bravo, insegnante di matematica attivo in un circolo di lettura e in una band rock, e Antonio Morales Serrano, proprietario di un bar molto frequentato e di una gelateria, erano andati a mangiare con amici a Málaga sabato 27 dicembre. Ma mentre tornavano in auto ad Alhaurín el Grande quella notte, piogge torrenziali trasformarono il normalmente tranquillo fiume Fahala in quello che il sindaco avrebbe poi definito un “torrente incontrollabile”. La polizia trovò il loro furgone ribaltato il giorno dopo. I corpi furono recuperati solo dopo una ricerca angosciante.

“Qui siamo abituati a qualche allagamento. Non tanti”, ha detto Conchi Navarro, la preside della scuola superiore Los Montecillos, che Zea Bravo avrebbe dovuto sostituire quando lei sarebbe andata in pensione a fine anno scolastico. “Ma da dicembre queste tempeste sono arrivate una dopo l’altra.”

A raccontare questa storia, sul Guardian, è Ajit Niranjan, in un articolo di approfondimento dal titolo: “Sott’acqua, nel negazionismo: l’Europa sta “mettendo a tacere” la crisi climatica mentre affoga?”

“Le conseguenze silenziose di un clima “spezzato” – un circolo di lettura con un membro in meno, una band senza bassista, un bar che perde il suo pasticcere – stanno risuonando nell’Europa occidentale da settimane. Le tempeste consecutive che hanno colpito la Spagna hanno ucciso almeno 16 persone nel vicino Portogallo. In Francia i terreni hanno raggiunto livelli di saturazione senza precedenti, tanto che i meteorologi hanno emesso allerte alluvione che chiedono “vigilanza assoluta”. In alcune zone del Regno Unito sono stati battuti record per il numero di giorni di pioggia senza interruzioni.” L’articolo non li cita, ma sappiamo che anche in Sicilia, Calabria e Sardegna le coseguenze della crisi climatica si sono fatte sentire.

Questa è la nuova realtà europea: sott’acqua d’inverno, arsa d’estate. Eppure, proprio mentre gli estremi meteo peggiorano, le voci del negazionismo sono diventate più forti e più influenti.

“Stiamo andando verso l’autodistruzione del pianeta”, ha detto Navarro, aggiungendo che, a 60 anni, ha visto con i propri occhi gli effetti del cambiamento climatico. “Non è qualcosa che mi hanno raccontato ‘loro’, è qualcosa che ho visto. Come fa qualcuno a dire che è un’invenzione?”

La risposta, soprattutto negli Stati Uniti, arriva con una facilità disarmante. Il presidente Donald Trump ha intensificato nelle ultime settimane i suoi attacchi alle politiche climatiche: è uscito di nuovo dall’Accordo di Parigi e ha annullato un provvedimento che è alla base dei controlli sull’inquinamento, mentre porta nel mondo la sua linea “drill, baby, drill” (trivella, trivella, trivella). Chris Wright, segretario all’Energia USA ed ex dirigente del fracking, ha fatto pressioni sull’Europa perché ritiri gli standard sul metano e le regole di sostenibilità che potrebbero mettere a rischio le esportazioni americane di gas naturale liquefatto. Mercoledì ha esortato gli analisti dell’Agenzia internazionale per l’energia a “togliere il clima” dai loro modelli.

I partiti di estrema destra hanno guadagnato terreno in tutto il continente, mentre trasformano la lotta alle politiche climatiche – aiutati anche dall’Heartland Institute, think tank statunitense finanziato dai combustibili fossili – nella loro seconda priorità dopo l’immigrazione. I leader centristi, allarmati dal loro successo e desiderosi di accontentare le industrie più inquinanti, stanno facendo marcia indietro sulle regole verdi con un’energia che ha sorpreso persino alcuni lobbisti. Questo mese, in vista di un incontro ad Anversa tra la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e i leader industriali, il prezzo del carbonio dell’UE – pilastro degli sforzi per tagliare l’inquinamento – è finito nel mirino della potente industria chimica.

Nel frattempo, gli avvisi di evacuazione illuminano gli smartphone e i fiumi rompono gli argini, mentre nuove tempeste si formano prima ancora che le acque della precedente siano defluite. Alice, Benjamin e Claudia sono state le tempeste nominate dai meteorologi che hanno inaugurato la stagione nel sud Europa tra ottobre e novembre. David, Emilia e Francis hanno reso dicembre estremamente piovoso. A gennaio, cinque tempeste hanno colpito in rapida successione – Goretti, Harry, Ingrid, Joseph e Kristin – mentre a febbraio ce ne sono state altrettante – Leonardo, Martha, Nils, Oriana e Pedro – nelle prime due settimane. La stagione è a una sola tempesta dal record di 17 che colpirono nel 2023-24, e i previsori hanno già raggiunto la seconda metà dell’alfabeto in molto meno tempo.

Le tempeste che flagellano la penisola iberica e le piogge incessanti nel Regno Unito sono il risultato di uno spostamento verso sud della corrente a getto, un “nastro trasportatore” di aria veloce, che ha coinciso con un’alta pressione sul nord Europa e ha bloccato i sistemi meteorologici sul posto. Il riscaldamento globale amplifica i danni, perché l’aria più calda può trattenere più umidità. E quando l’acqua si abbatte su terreni già saturi, che non hanno avuto il tempo di asciugarsi, il rischio di alluvioni aumenta in modo esponenziale.

Gli scienziati si lamentano del fatto che i governi europei stiano negando la scala della minaccia. Christophe Cassou, climatologo e direttore di ricerca del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica francese, ha detto che le inondazioni in Francia sono senza precedenti per estensione e sono il risultato di piogge cumulative record dall’inizio dell’anno”.

L’articolo prosegue ancora, elencando i danni che la crisi climatica sta infliggendo all’Europa. Mi fermo qui nel leggervelo, se volete finirlo lo trovate fra le fonti. Vorrei però soffermarmi un attimo sulla questione politica.  

C’è una elite mondiale, a trazione Usa, fatta da politici, Trump in primis, e una rete di tecnocapitalisti, e imprenditori, che cercano di ostacolare in tutti i modi le politiche climatiche. Ci sono soprattutto le estreme destre europee che colgono al volo questo vento e lo diffondono in Europa – che fino a ieri era leader mondiale nella lotta alla crisi climatica e che oggi vacilla. C’è un blocco di conniventi, che in qualche modo asseconda o approfitta di questa situazione, un bel blocco dell’industria e dei partiti di quello che chiamiamo establishment. E poi c’è la popolazione, che stando ai sondaggi sembrerebbe abbastanza consapevole e preoccupata. L’Eurobarometro (Commissione UE) rileva che l’85% dei cittadini UE considera il cambiamento climatico un problema serio, anche se spesso pensiamo che non sia così.     

Un problema tanto di questo sistema politico, quanto della cosiddetta opinione pubblica, è la sovrarappresentazione delle minoranze rumorose. Le opinioni dei negazionisti del clima sono molto più rumorose, rispetto a una maggioranza silenziosa, così come le proteste di chi si oppone alle politiche climatiche fanno più scalpore rispetto a chi le appoggia. 

Il punto che vorrei sottolineare qui però è un altro, ed è il cortocircuito sociale che emerge da questa situazione. Un tempo mi sorprendeva che le elite globali, in buona parte, ostacolassero le politiche climatiche. Mi sembrava poco lungimirante. Ma in realtà, se vogliamo essere cinici, non è così. Il cambiamento climatico non mette in discussione la sopravvivenza della specie, ma quella delle nostre società. È molto realistico che poche persone, con mezzi giganteschi, possano continuare a vivere anche bene in città ipertecnologiche, magari in luoghi un tempo ghiacciati come la Groenlandia. Il problema è per chi resta fuori.

E vi dirò di più: un tempo la ricchezza e il potere di pochi si basava sull’accumulare le ricchezze generate dalla forza lavoro delle masse. Per questo era necessario governare le masse. Oggi non è più così: intelligenza artificiale e robotica possono garantire – almeno fino a eventuali prese di coscienza – l’estrazione della ricchezza e dell’energia dagli ecosistemi senza le fastidiose controindicazioni delle masse, a cui devi dare cibo e un minimo di benessere, sennò ogni tanto si incazzano e tagliano la testa al re. 

È un ragionamento brutale, mi rendo conto, ma è anche vero. Quindi, non mi sorprende troppo che le élite globali possano non curarsi o anzi persino sperare nella crisi climatica. Non hanno niente da perdere dal crollo delle società, anzi, l’assenza di stati e organismi intermedi può solo accrescere il loro potere.  

Il cortocircuito inizia dopo: inizia quando partiti di destra, che si professano populisti sposano questa visione. Quando anche alcune persone – poche ma rumorose – la sposano credendo che chi parla di clima stia cercando di fregarle senza capire che è esattamente l’opposto. È lì che si genera il paradosso. E il paradosso genera caos. E il caos genera ingovernabilità. che è il disegno delle élite. 

Vi metto un ultimo tassello. Spesso l’epilogo di discorsi del genere è: dobbiamo unirci e sconfiggere le élite. Niente di più sbagliato e rischioso. Decapitare il sovrano è stato fatto tante volte nella storia, ma non ha mai cambiato granché. Se le persone più potenti del mondo ci appaiono come cattive o spietate, ci sono solo due opzioni:o il sistema attuale, per come funziona, autoseleziona le persone peggiori, oppure durante la scalata diventiamo peggiori e quando siamo lassù ci sembra logico fare quelle cose là. Qualsiasi sia la risposta corretta, la soluzione non può essere cambiare le persone. Deve essere cambiare il sistema.

Visto che siamo a parlare di elite “cattive”, ne approfitto per darvi qualche novità importante sulle ultime mosse del villain per eccellenza dei nostri tempi, Donald Trump.

“Allora, partiamo dai dazi. Venerdì è arrivata una doccia gelata per Trump, perché la Corte Suprema ha stoppato una parte importante della sua strategia di dazi, sostenendo che fossero illegittimi. In particolare i giudici hanno sostenuto che una misura così impattante sul commercio internazionale non potesse essere presa dal Presidente in autonomia, saltando l’approvazione del Congresso.

Buona parte dei dazi diventa di fatto nulla e questo toglie un gigantesco strumento negoziale a Trump, che li aveva spesso usati come arma di ricatto per forzare accordi e trattative con altri paesi. Non solo: un altro aspetto interessante è che la Corte suprema ha una netta maggioranza repubblicana e molti giudici sono stati nominati da Trump stesso. Ciononostante 6 giudici su 9 hanno votato per abolire i dazi, sintomo che le politiche di Trump iniziano ad essere invise anche ai suoi.

Trump ha risposto in maniera un po’ confusa. Prima ha detto che avrebbe allora imposto un dazio ‘globale’ al 10% su un sacco di importazioni, poi – nel giro di pochissimo – l’ha alzato e ha iniziato a parlare del 15%. Certo è che adesso il fatto di spaventare i governi con i dazi diventa più difficile. 

Poi c’è la questione Iran. Da settimane ormai gli Usa hanno messo in atto un’operazione che sembra preparatoria ad un attacco. Al momento i giornali parlano di ben due portaerei, una già nel mar Arabico, l’altra che sta arrivando e cacciatorpediniere con missili guidati, aerei da combattimento e “altra potenza di fuoco”. Un dispiegamento di forze importante, che secondo l’amministrazione Usa supporterebbero operazioni potenzialmente “di settimane” se la crisi dovesse degenerare.

Anche qui Trump gioca sul doppio binario sottile della minaccia dell’escalation, e della richiesta di negoziato. Difficile capire se vuole usare la minaccia militare come leva per un accordo, in particolare sullo stop all’arricchimento dell’Uranio, o se viceversa vuole usare la scusa di un mancato accordo per giustificare un attacco.E poi, visto che non c’era abbastanza caos, con il clamore degli Epstein files ancora nell’aria, c’è il capitolo UFO, o uap: in pratica venerdì Trump ha detto che spingerà per la pubblicazione completa di tutti i documenti e dossier secretati del Pentagono e dell’intelligence sul tema. Insomma, siamo di fronte alla strategia del caos trumpiana all’ennesima potenza, in cui il Presidente Usa butta sul tavolo decine di cose in contemporanea, scatenando la macchina della stampa, e lasciando mezzo mondo a chiedersi se e cosa farà davvero.

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