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20 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Referendum sulla giustizia: ultima chiamata – 20/3/2026

Tutte le novità e le ultime informazioni prima del voto sul referendum sulla giustizia. Parliamo anche della morte di Umberto Bossi.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Non so se ricordate i giorni prima delle ultime elezioni presidenziali statunitensi. Si parlò molto del fatto che prima JD Vance, e poi Donald Trump andarono ospiti in una serie di podcast, in particolare da Joe Rogan, il podcast più seguito al mondo, mentre Khamala harris si rifiutò. E di come queste scelte giocarono un ruolo, secondo alcuni persino decisivo, nella vittoria di Donald Trump. Quella puntata, di 3 ore, ha – pensate – 61 milioni di visualizzazioni. Di persone mediamente più giovani di quelle che si raggiungono con la tv o con mezzi di campagna elettorale più tradizionali. E anche di persone che spesso non votano, così dicono le statistiche.

Abbiamo detto spesso che quello che funziona nella politica americana viene quasi sempre ripreso e riadattato in molti altri paesi. Ecco, ieri la premier Giorgia Meloni ha provato a fare la stessa cosa, con il referendum. Ha giocato la carta podcast. È andata ospite al Pulp podcast, uno dei podcast più famosi d’Italia, condotto da Fedez e Mr Marra. Un’oretta di puntata, mandata in onda praticamente alla vigilia del voto. Reuters dice che la premier “ha provato a raggiungere un pubblico giovane fuori dai circuiti tradizionali dell’informazione, in una fase delicata della campagna”. 

Anche perché questa campagna referendaria è stata complicata un bel po’ dalla guerra in Iran, che ha cambiato radicalmente l’agenda setting e costretto in particolare il governo a parlare e a rispondere su altro – fra l’altro su un tema molto delicato con un forte rischio di perdita di credibilità e popolarità – quando avrebbe voluto parlare solo di referendum. 

Comunque, la sortita di Meloni da Fedez e Marra ha scatenato un discreto dibattito e molte polemiche. Da una parte c’è chi ha elogiato Meloni per aver capito meglio degli altri come si fa comunicazione oggi. Cioè, ha scelto di andare dove c’è un pubblico giovane e disintermediato, mentre l’opposizione, che pure era stata invitata (Fedez e marra hanno mostrato le mail con cui invitavano Conte e Schlein) è rimasta chiusa nei format tradizionali. 

Dall’altra c’è chi ha letto l’episodio come il segno di una crisi del giornalismo politico, o comunque di un suo aggiramento, con la premier che è tradizionalmente molto schiva e sfuggente nei confronti delle interviste, che sceglie spazi meno ostili, non giornalistici appunto, dove non c’è un vero e proprio contraddittorio (per quanto, devo dire, comunque Fedez e marra siano stati più incalzanti di Joe Rogan con Trump).

Comunque, vedremo se sortirà anche gli stessi risultati ottenuti da Trump, perché, va detto, non sempre quando qualcuno ha cercato di emulare le strategie politiche a stelle e strisce ha ottenuto gli stessi risultati.

Detto ciò, visto che siamo alla vigilia del voto, direi che è il caso di fare un recap per un voto informato. Ricordo che si vota domenica e lunedì prossimi, 22 e 23 marzo, domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15 e che non c’è quorum. non serve raggiungere la metà degli aventi diritto. anche se votassero 3 persone, vincerebbe chi prendesse almeno due voti. 

C’è un unico testo, un unico quesito chiamato “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” in cui si chiede di approvare o respingere in toto la riforma costituzionale dell’ordinamento giuridico voluta dal governo Meloni. Se vince il Sì, entra in vigore. Se vince il No, salta.

La riforma vuole, nell’ottica del governo, favorire la cosiddetta terzietà della magistratura. E vuole farlo in tre modi: 1. separando in maniera più netta la funzione giudicante da quella requirente, quindi rendendo impossibile il passaggio di carriera da giudice a Pubblico ministero. Oggi i giudici, ovvero coloro che giudicano, e i pm, che sarebbe la pubblica accusa, coloro che nell’impianto giuridico difendono l’interesse della collettività contro chi ha infranto la legge, fanno parte della stessa famiglia e ipoteticamente un magistrato può passare da una funzione all’altra. Ma può farlo una sola volta in carriera, e in realtà questa cosa non avviene quasi mai, ci sono una 40ina di casi all’anno su quasi 10mila magistrati. 

Secondo il governo comunque il fatto che facciano parte della stessa famiglia è comunque troppo e rischia di inficiare la terzietà di chi giudica, che potrebbe tendere a favorire l’accusa rispetto alla difesa. 

E la separazione non sarebbe solo di carriere. Anche l’organo principale di autogoverno della magistratura, il csm, che serve a garantire autonomia e indipendenza dei magistrati e decide su cose come nomine, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari, si sdoppierebbe, se ne creerebbero due diversi, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi comunque presieduto dal PdR. 

A proposito di CSM, un altro obiettivo della riforma sarebbe quello di limitare il potere delle cosiddette correnti all’interno dell’organismo. E della magistratura in generale. Questo è un problema reale, emerso con forza qualche anno fa con il cosiddetto caso Palamara, che ha mostrato come le nomine dei magistrati seguano logiche non sempre lineari e a volte appunto siano fatte in base a correnti politiche, come se fossero dei partiti interni alla magistratura e all’ANM. 

Per indebolire o debellare questo sistema delle correnti, la riforma prevede che le nomine dei membri del CSM siano fatte non più attraverso elezioni, come avviene adesso, ma tramite sorteggio. Un sorteggio diretto (pare) per i membri togati, per i magistrati insomma, che compongono i ⅔ del csm, e invece un sorteggio a partire da una lista composta dal Parlamento per quanto riguarda i membri laici. 

Il sistema del sorteggio non è una roba campata in aria, è in realtà un sistema usato in tanti ambiti proprio per evitare tutte le dinamiche elettorali e partitiche innescate dal sistema elettivo. Tant’è che anche molti analisti o giornalisti che magari oggi sono schierati per il no, in passato hanno sostenuto la necessità di una riforma del genere. Un esempio? marco Travaglio subito dopo il caso Palamara.

Il problema però – o perlomeno un è problema –  è che non si sa esattamente come avverrà questo sorteggio, in particolare fra i togati. Ci saranno dei criteri di rappresentatività e diversificazione? Si potrà scegliere se aderire o meno? E non si sanno queste cose perché la riforma demanda a successive leggi classiche, più semplici da approvare con una maggioranza semplice, la definizione di questi dettagli, che però tanto dettagli non sono.

Infine, la riforma vuole mettere un limite alla capacità di autocontrollo della magistratura. Il tema di chi controlla i controllori, chi giudica i giudicanti. Perché anche i magistrati sono esseri umani, possono infrangere le regole, e oggi l’organismo disciplinare dei magistrati è interno al Csm stesso. Mentre la riforma vuole creare un organismo esterno, un’Alta corte, composta sempre da membri laici e membri togati, in questo caso una unica composta sia da pm che da giudici, in parte estratti a sorte, in parte nominati dal Pdr. 

Quindi ecco, questo è l’impianto della riforma che si va a votare. Come vedete ci sono aspetti a mio avviso interessanti, così come diverse zone grigie e dubbi sulla sua reale efficacia nel rispettare le promesse di maggiore imparzialità e terzietà. 

A questa riforma si oppone un fronte abbastanza compatto per il No, di cui fa parte buona parte della magistratura e quasi tutti i partiti di opposizione. L’argomentazione principale di chi si oppone alla riforma è che questa segmentazione della magistratura in due parti finirà per indebolirla e renderla più assoggettabile da parte dei governi, insomma del potere politico. 

Ora, è un sospetto legittimo, una paura legittima, ma non c’è nella riforma un elemento particolare che faccia intravedere quel rischio. Nel senso: in costituzione, all’articolo 104,che è uno dei due insieme al 105 che viene riscritto integralmente, resta comunque scritto che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ok?

Detto ciò ieri Meloni al pulp podcast accusava la campagna del NO di aver fatto una campagna ideologica e contro di lei. Il che, devo dire è vero. Così come è vero che il fronte del sì ha fatto una campagna ideologica e contro la magistratura, tirando in ballo qualsiasi pretesto o caso vagamente scottante per accusarla. Fini ad arrivare alle dichiarazioni di Giusy Bartolozzi, Capo di gabinetto del ministero della giustizia, che ha detto “Votate sì e ci togliamo di mezzo i magistrati”.

Anche se le campagne per i referendum sono sempre molto incentrate sull’appartenenza politica più che su cosa si vota in sé, devo dire che questa lo è stata più di altre volte ed è praticamente impossibile in questo clima esprimere un voto informato, su una riforma molto tecnica, senza farsicondizionare da aspetti politici. Perché fra l’altro, la questione del rapporto fra magistratura e potere politico in Italia è una questione politica almeno da mani pulite in avanti. È stata l’ossessione personale di Berlusconi e di molti suoi governi. Insomma, difficile pensare che non sia così.

Aggiungo un ultimo elemento su cui mi ha fatto riflettere una nostra abbonata, che fa la giudice di pace quindi molto esperta in materia, durante uno dei nostri ultimi incontri online con la redazione. Ovvero il fatto che questo scontro costante fra governi e magistratura in Italia sia determinato anche dall’assenza di fatto del terzo potere previsto dal nostro ordinamento, ovvero il Parlamento. Cioé in Italia, secondo il nostro ordinamento, il governo amministra lo Stato, mentre il Parlamento dovrebbe avere il potere legislativo, dovrebbe fare le leggi. Ma questo potere negli anni è sempre più slittato verso il governo, che si è impadronito (questo ben prima del governo Meloni) del potere legislativo e usa il parlamento come una pezza di appoggio per approvare le sue leggi a colpi di maggioranza, se va bene, o di fiducia, o bypassandolo direttamente. 

Insomma, la crisi istituzionale, di cui questo scontro fra governo e magistratura è un fronte, è più ampia e complessa di così. Detto ciò, buon voto, martedì commenteremo assieme i risultati.

Ieri è morto Umberto Bossi, uno dei personaggi politici che più ha trasformato il panorama politico del nostro paese dal secondo dopoguerra a oggi. Ho trovato molto interessante, nel descrivere la sua parabola politica, un articolo del direttore di Domani Emiliano Fittipaldi. Leggo:

“Con la morte di Umberto Bossi se ne va uno dei pochi leader che abbiano davvero modificato l’asse della politica italiana, il lessico del potere, perfino la geografia sentimentale della Repubblica. Non fu soltanto il capo della Lega Nord: fu l’uomo che seppe trasformare un rancore territoriale in progetto politico, una frattura economica in identità, una periferia produttiva in mito nazionale. Ed è qui la sua grandezza storica, che coincide quasi perfettamente con la sua colpa. Bossi non ha solo dato voce alla questione settentrionale: l’ha radicalizzata, deformata, resa spesso una caricatura aggressiva di sé.

Ha colto un problema reale — il divario tra un Nord che produceva e uno Stato centrale percepito da una parte del Lombardo-Veneto come inefficiente, dissipatore, clientelare — ma lo ha tradotto in una pedagogia del risentimento, in una politica del nemico, in una lunga delegittimazione dell’idea stessa di comunità nazionale.

Anche se devo dire che la cosa che mi ha colpito di più in assoluto è osservare la parabola della Lega da partito secessionista a partito sovranista nazionalista. Da chi voleva spezzare l’Italia, a chi protegge l’italianità. Sono posizioni inconciliabili razionalmente, ma proprio per questo ci mostrano bene come la politica sia un fatto perlopiù irrazionale, basata su consenso e appartenenza.

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