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26 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Governo, rivoluzione post referendum: ecco cosa succede e perché – 26/3/2026

Dopo il referendum sulla giustizia emergono e iniziano le rese dei conti nel governo. Intanto il Tar del Lazio boccia punti centrali del piano sulla fauna selvatica voluto da Lollobrigida.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Allora, sono passati un po’ di giorni, tre, dal voto per il referendum sulla riforma della magistratura e sono successe diverse cose. Innanzitutto i giornali hanno iniziato a pubblicare analisi più puntuali, più approfondite, che ci permettono di leggere più in profondità la vittoria più netta del previsto del NO. E poi sono arrivate già una serie prevedibile di conseguenze politiche, soprattutto all’interno del governo.

Partiamo dall’analisi del voto. Il primo fattore da rilevare è l’incidenza sul risultato del voto degli elettori ed elettrici più giovani. L’altroieri Repubblica titolava, magari in modo un po’ enfatico, l’onda anomala della Gen Z che nessuno ha visto arrivare. 

Ed è vero che in effetti sembra che il voto dei più giovani – per Gen Z si intendono le persone nate fra la metà degli anni Novanta e il 2010 circa – abbia condizionato più di ogni altra fascia gli esiti del referendum, e lo ha fatto in maniera abbastanza imprevista. 

Si tratta della stessa generazione scesa in piazza in massa in difesa dei palestinesi massacrati a Gaza pochi mesi fa, e che sembra incarnare un tipo di partecipazione politica molto diversa rispetto alle generazioni precedenti. Voglio leggervi qualche estratto di un articolo interessante di Alessia Arcolaci su Vanity Fair:

«Ho votato No perché questo referendum è nato nel peggiore dei modi: nessuna discussione in Parlamento, tempi serrati, voto negato ai fuorisede e tagli ai fondi AIRE. Tutto è stato pensato per ostacolare la partecipazione, non per favorirla». Alice Spilla ha 26 anni ed è responsabile di Speak Up! – Festival dei Giovani Umbri per il diritto a restare. Rappresenta quella Generazione Z che ha fatto la differenza nella vittoria del No nel Referendum costituzionale sulla Giustizia.

Secondo le prime analisi della partecipazione al voto: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione, con il 58,5% per il No. Alice fa parte di questo gruppo. La ragazza spiega: «La campagna elettorale ha confermato i miei timori: una città sommersa di manifesti per il Sì, esponenti di governo contraddittori e una strumentalizzazione costante della cronaca. Ho scelto di ascoltare chi la legge la applica — magistrati e avvocati — e chi lo rende possibile: i giovani precari che, finiti i fondi PNRR, resteranno senza impiego. La nostra Giustizia ha bisogno di riforme, è vero, ma di assunzioni e indipendenza, non di un guinzaglio politico».

La questione generazionale è centrale e in particolare lo è la lettura che viene data dei più giovani. «Veniamo spesso descritti come indifferenti o pigri, eppure oggi il risultato sarebbe diverso senza di noi».

Più avanti c’è un passaggio chiave, che penso sia importante fissarci in testa: «Questa generazione – spiega l’intervistata – non rifiuta la politica, ma ne rifiuta gran parte della rappresentanza attuale, perché ha smesso di credere che esista qualcuno davvero interessato al nostro futuro. In queste ore le analisi si sono subito spostate sulla “vittoria del campo largo”. È vero: il lavoro dei partiti è stato fondamentale nella costruzione dei comitati e nella diffusione capillare dei temi, ma se pensiamo che questa vittoria appartenga esclusivamente a loro, allora è forse arrivata l’ora di cambiare analisti», conclude Alice.

Questa affermazione fa match con quanto riportato dal sociologo Antonio Tintori, intervistato su Lapresse, che riporta alcuni dati: “Secondo l’ultima indagine condotta nel 2023 relativa agli adolescenti “oltre il 65% dei ragazzi delle scuole superiori, ha dichiarato di non avere una appartenenza politica a differenza dei giovani della generazione precedente che invece aveva un diverso attivismo”.

Insomma, queste letture contrastano con quelle molto più semplicistiche del centrosinistra, che si intesta la vittoria. Il voto espresso da una fascia importante dell’elettorato (la più importante, in prospettiva) dicono che c’è un grosso malcontento verso un modo percepito – anche comprensibilmente – come stantio e autoreferenziale di fare politica da parte della classe politica attuale, in modo trasversale. Il fatto che molti siano di fatto contrari al governo Meloni non significa automaticamente che siano a favore dell’opposizione. E forse l’opposizione dovrebbe interrogarsi profondamente su questo, più che pensare a intestarsi la vittoria. Ma ho il sospetto che non lo farà. 

Detto ciò, credo che comunque sia un segnale importante, di una generazione viva e che vuole giocare un ruolo politico, e non solo, vuole anche riscrivere le regole del gioco democratico. Che in fin dei conti è la cosa più importante.

Restando sempre sull’analisi, altro fatto interessante è stato la questione dei centri storici. Forse ricorderete l’espressone Partito della Ztl, usata per denigrare il centrosinistra, e in particolare il PD, perché il Pd negli ultimi anni è andato forte soprattutto nei ceti urbani istruiti e benestanti dei centri storici, ma molto meno le periferie e nei piccoli centri.

Ecco, il referendum – e forse questa è un’ulteriore prova dello scollamento almeno parziale fra elettorato di centrosinistra ed esiti del voto, ha ribaltato questo stereotipo. Leggo sul fatto quotidiano: “Il referendum sulla giustizia segna il ribaltamento anche di un altro stereotipo italiano. Le Ztl delle grandi città sono schierate per il Sì. Dalla lettura dei risultati sezione per sezione, infatti, viene fuori un quadro abbastanza evidente. In tutti i capoluoghi di regione vince il No, anche in quelli amministrati dal centrodestra. Nonostante questo, però, nei quartieri più ricchi della città sono i Sì a prevalere. Un dato interessante.

Venendo invece alle conseguenze politiche del referendum, avrete forse letto o ascoltato delle diverse teste saltate nel governo, in quella che è sembrata quasi una regolazione di conti. Il manifesto parla ironicamente di “strage di stato”. Vi leggo però qualche estratto da un articolo del Post che racconta le prime due teste a saltare, quelle di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia del governo di Giorgia Meloni, e Giusi Bartolozzi, che l’articolo definisce la potente capa di gabinetto del ministero della Giustizia. 

Leggo: “Le dimissioni dei due sono avvenute il giorno dopo la sconfitta del governo al referendum sulla riforma della magistratura, e non per caso, ma hanno ragioni e origini diverse.

Durante la campagna elettorale sul referendum ci si era chiesti se una vittoria del No – e quindi dei partiti di opposizione che lo avevano sostenuto – avrebbe potuto produrre cambiamenti nell’assetto di governo e in particolare al ministero della Giustizia, responsabile della riforma proposta. Il governo aveva sempre detto di no, e anche martedì mattina – il giorno dopo i risultati del referendum – il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva escluso che qualcuno si sarebbe dimesso al suo ministero. La decisione alla fine è dipesa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nonostante pubblicamente Delmastro abbia detto di non essere stato spinto alle dimissioni (Bartolozzi per ora non ha parlato).

Delmastro è uno dei più importanti dirigenti di Fratelli d’Italia e da tempo uno dei più stretti collaboratori di Meloni, cosa che finora lo aveva sempre protetto da conseguenze sul suo ruolo istituzionale ogni volta che era finito in qualche guaio, più o meno grave. L’ultimo caso è venuto fuori proprio negli ultimi giorni di campagna elettorale per il referendum: non è chiaro in che misura le sue dimissioni siano dipese dall’esito negativo per il governo, ma è molto probabile che se avesse vinto il Sì nessuno si sarebbe dimesso”. 

Vi riassumo la vicenda, l’articolo ne parla molto a lungo: le dimissioni di Delmastro sono legate a un recente scandalo. L’ex sottosegretario alla Giustizia ha una partecipazione importante in una società che si chiama Le 5 forchette, proprietaria di un ristorante a Roma, fondata insieme a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, un imprenditore condannato per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa.

La difesa di Delmastro è stata: “non sapevo chi fosse”, ma diverse foto e documenti lorendono difficile credere a questa versione. Inoltre Delmastro non aveva dichiarato alla Camera la sua partecipazione nella società, cosa che invece avrebbe dovuto fare in quanto deputato. Quindi non sono motigazioni che c’entrano col referendum, ma comunque lo scandalo potrebbe aver influito in qualche misura sugli esiti.

Torno a leggere dall’articolo del Post: “Hanno invece sicuramente a che fare col referendum le dimissioni di Bartolozzi, che al ministero della Giustizia è assai più rilevante di quanto appaia da fuori: è spesso la persona che prende le decisioni e che gestisce l’organizzazione del lavoro, anche a discapito dello stesso Nordio. Durante la campagna per il referendum era finita al centro di una grossa polemica per aver parlato dei magistrati come di «plotoni di esecuzione». Bartolozzi non aveva propriamente ritrattato queste dichiarazioni, mettendo molto in imbarazzo Nordio, che invece aveva promesso le sue scuse. Martedì Nordio ha comunque cercato di evitare le dimissioni di Bartolozzi chieste da Meloni, anche arrivando a proporre le proprie: Meloni però ha rifiutato”.

Poi, vabbé, legata a questa vicenda c’è anche quella del Ministro della giustizia Carlo Nordio, che avrebbe minacciato di dimettersi per difendere proprio Bartolozzi, ma le sue dimissioni sarebbero state rimandate al mittente sempre dalla premier, che invece in parallelo ha iniziato a spingere per le dimissioni di Daniela Santanché. Più che spingere lo ha proprio detto: ha pubblicato una nota in cui ringrazia Bartolozzi e Delmastro per la decisione di dimettersi (decisione peraltro presa dalla premier stessa) e si auspica che la Ministra del Turismo faccia lo stesso. Che è una roba quasi inaudita, perché in genere queste pressioni si fanno a porte chiuse, non in una nota ufficiale. 

Anche Santanché infatti è coinvolta in un processo per presunto falso in bilancio legato alla sua società editrice Visibilia, oltre a un’indagine parallela sull’ipotesi di bancarotta, e da circa 3 anni Meloni fa pressioni perché si dimetta. Stavolta però è stata praticamente sbattuta fuori. Tant’è che alla fine, dopo una serie di giravolte, ieri sera Santanché ha annunciato ufficialmente le sue dimissioni. 

Insomma, Meloni sembra aver regolato un po’ di conti all’interno del governo, “tagliato un po’ di rami secchi”, come commenta Fanpage, e forse ha voluto mandare anche un messaggio politico facendo capire che nessuno è intoccabile.

Queste mosse però sembrano anche un modo di addossare sul comportamento pubblico-privato di alcune figure le colpe per la sconfitta al referendum. O forse semplicemente ha colto l’occasione per far fuori alcuni personaggi che sono diventati scomodi, come Delmastro, o con cui non c’è mai stata una particolare affinità.

A proposito di cose che vanno storte per il governo. Martedì le principali associazioni animaliste italiane hanno ottenuto una vittoria importante al Tar del Lazio contro il piano del governo sulla gestione della fauna selvatica, quello voluto dal ministro Lollobrigida. In sostanza, secondo i giudici quel piano spingeva troppo verso abbattimenti generalizzati e deroghe molto ampie alle norme di tutela.

Il Tar ha contestato tre punti centrali. Il primo è l’equiparazione fra specie parautoctone (quindi specie che non sono originarie di un certo territorio, ma che vi sono state introdottemolto tempo fa e col tempo si sono stabilizzate) e specie esotiche invasive. Un passaggio che di fatto apriva alla possibilità di uccidere entrambe queste specie quasi senza limiti, anche con strumenti non selettivi e particolarmente cruenti. 

Il secondo è che il piano sospendeva in modo troppo esteso alcuni divieti previsti dalle leggi italiane ed europee a protezione della fauna: il tribunale ha ribadito che anche eventuali catture o abbattimenti devono comunque rispettare le direttive comunitarie.

Infine il terzo punto riguarda i parchi: il governo aveva previsto che le Regioni potessero commissariare gli enti parco che non applicavano il piano entro sei mesi, ma per il Tar questa misura è illegittima perché non ha una base legislativa e lede l’autonomia dei parchi.

Insomma, secondo le associazioni questa sentenza rimette al centro la tutela della biodiversità, il rispetto del diritto europeo e l’idea che la gestione della fauna non possa essere fatta con scorciatoie ideologiche o misure indiscriminate. 

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