Martedì, durante un incontro a Dubai, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha usato parole molto accese per descrivere i social network e per annunciare una decisione importante del suo governo.
Ha detto che oggi bambine e bambini sono esposti a uno spazio che non avrebbero mai dovuto imparare ad affrontare da soli, un «far west digitale», pieno di «dipendenze, abusi, pornografia, contenuti manipolati e violenza».
Per affrontare questo problema, ha assicurato che la Spagna li vieterà ai minori di 16 anni, e che obbligherà le piattaforme a dotarsi di sistemi di verifica dell’età efficaci. Ha parlato in particolare di cinque interventi, che – racconta il Post – sarebbero appunto il divieto dell’uso dei social ai minori di 16 anni, l’introduzione della responsabilità legale dei gestori delle piattaforme su contenuti illegali oppure dannosi (cioé, in pratica se qualcuno pubblica un contenuto, mettiamo pornografico non consensuale, anche la piattaforma è ritenuta responsabile legalmente).
Poi si introdurrebbe un nuovo reato di “manipolazione degli algoritmi delle piattaforme con l’obiettivo di facilitare la diffusione di contenuti illegali”, questo devo dire mi risulta un po’ oscuro, perché non capisco a quale tipo di pratica diffusa faccia riferimento: forse a pratiche in uso fra le piattaforme stesse, immagino. Ancora, verrebbe introdotto nuovo sistema pensato per analizzare il modo in cui le piattaforme favoriscono la polarizzazione e la diffusione di discorsi d’odio.E infine Sanchez ha annunciato che il governo spagnolo collaborerà con la procura per indagare su eventuali reati commessi attraverso TikTok, Instagram o Grok, il chatbot di intelligenza artificiale integrato a X.
Sono in realtà tante leggi e piuttosto complesse, ma la stampa si sta focalizzando soprattutto su quella che chiaramente fa più discutere il grande pubblico, ovvero il divieto di utilizzo delle piattaforme social da parte dei minori di 16 anni.
Un tipo di misura molto contestata, ma che – almeno in ambito politico – sta riscuotendo un improvviso successo anche fra i governi di tanti altri Paesi. Sempre martedì, una fonte governativa greca ha detto che il governo annuncerà presto il divieto dei social ai minori di 15 anni.
Pochi giorni prima, l’Assemblée nationale, la camera bassa del Parlamento francese ha approvato in prima lettura un testo che vieterebbe i social agli under 15 con verifica digitale dell’età per tutti gli utenti. Adesso è atteso l’ok del Senato e poi l’iter finale.
A novembre, invece, era stato il turno della premier danese annunciare il blocco dei social ai minori di 14 anni, con parole simili a quelle di Sanchez: “dobbiamo restaurare una soglia di umanità. Rendere le piattaforme responsabili: che tengano conto di quanto tempo consumi, di quali contenuti vengano mostrati, dell’effetto che hanno sulle emozioni. E se serve, porre limiti legali e tecnologici. È tempo di restituire ai nostri figli l’infanzia che gli abbiamo sottratto». E poi ci sono la Malesia, la Norvegia. Insomma tanti, e la lista si aggiorna continuamente.
Ma come mai improvvisamente tutti, o perlomeno tanti governi si sono svegliati e hanno iniziato ad approvare o ad annunciare misure restrittive all’utilizzo dei social?
Perché non è che scopriamo oggi che l’utilizzo dei social soprattutto nell’età dello sviluppo è associato a una serie di problemi. Tipo: ansia e depressione, disturbi del sonno, dipendenza e uso compulsivo, ansia sociale, cyberbullismo, esposizione a contenuti tossici e, in generale, una pressione continua a “performare” e mostrarsi. La letteratura scientifica su questi legami è ampia.
La novità però, quella che credo abbia spinto i governi a correre ai ripari, è quel potentissimo e ulteriore acceleratore di queste dinamiche che è l’intelligenza artificiale. Perché l’IA ha reso più facile e più veloce sia produrre contenuti sia abusare delle persone.
Da una parte abbiamo fenomeni come l’“AI slop”, la cosiddetta sbobba AI, ovvero quel diluvio di contenuti generati in serie, senza alcun valore contenutistico ma pensati per stimolare il nostro cervello per produrre ormoni appaganti. Sono, ad esempio, quei video che danno un certo gusto visivo o sonoro, puramente sensoriale, tipo non so un coltello che taglia perfettamente un budino gelatinoso, una sostanza viscosa che cade a cascata – se vi siete imbattuti in qualcuno di questi contenuti immagino avrete capito di cosa sto parlando – che intasano i feed confondono i confini fra realtà e finzione. Fra l’altro proprio per la loro componente irrazionale sono sempre più usati anche dalle aziende per spingere ad acquisti compulsivi.
Dall’altra parte c’è l’accesso sempre più facile e immediato a strumenti che creano deepfake, inclusi quelli sessuali e non consensuali, che stanno esplodendo su piattaforme e canali di messaggistica e colpiscono in modo particolare ragazze minorenni.
In pratica è sempre più facile prendere una foto di una compagna di scuola (o di una prof, o di una persona qualunque), caricarla su un modello di IA generativo che consenta questo genere di operazione e chiedergli di generare immagini sessualizzate o nude di quella persona che sembrano perfettamente vere, anche se non lo sono.
È una cosa che sta capitando sempre più spesso fra gli adolescenti, e in mezzo alla polemica è finito anche Elon Musk, con il suo Grok, il chatbot di IA generativa integrato in X, che è uno dei più usati per questi scopi. Tant’è che Grok è nel mirino di molti governi, compreso quello spagnolo, e che per risposta Musk ha definito Sanchez un tiranno nemico del popolo spagnolo.
E questi qua, IA slop e deep fake (o deep nudes) sono solo due esempi di come l’IA abbinata ai social possa generare effetti deleteri, soprattutto fra i più giovani.
Fin qui la politica dei governi era stata quella di cercare di convincere le piattaforme ad autoregolarsi e collaborare, ma non ha funzionato, e oggi l’IA ha trasformato la velocità di circolazione di questi contenuti in qualcosa di molto più difficile da governare. Perciò ora ricorrono al piano b, che è per l’appunto vietare.
Solo che non è che sia una cosa così semplice. Per adesso l’unico Paese che ci ha provato seriamente da una quantità di tempo sufficiente (si fa per dire) per iniziare ad osservare dei risultati è l’Australia, dove il divieto social ai minori di 16 anni è entrato in vigore il 10 dicembre 2025.
In pratica in quella data è scattata l’attivazione di una legge approvata nel 2024 che prevede, primo paese al mondo, il divieto per i minori di 16 anni di creare nuovi profili o mantenere attivi quelli esistenti, su 10 piattaforme: dieci piattaforme: Facebook, Instagram, Threads, Snapchat, TikTok, X, YouTube, Reddit, Twitch e Kick.
Come sta andando? Ecco, bella domanda. Ci sono versioni e letture molto diverse. Secondo l’eSafety Commissioner (il regolatore australiano) nel primo mese scarso dall’entrata in vigore le piattaforme hanno rimosso o revocato l’accesso a circa 4,7 milioni di account attribuiti a under 16. Che sono tanti. Al tempo stesso diversi politici dell’opposizione e alcuni giornali denunciano che sia piuttosto semplice bucare il sistema australiano, e se sono stati diffusi i dati degli account bloccati, non sappiamo quanti nuovi ne siano stati creati. Perché non è così difficile ingannare le proibizioni, ad esempio usando una vpn, ovvero un software che simula che tu ti stia connettendo da un altro luogo del mondo. Oppure imbrogliando in qualche modo sull’età.
Poi c’è il tema, al di là del rispetto o meno, degli effetti. Anche qui è difficile da dire ancora quale siano, ma è importante monitorarli. Su Valigia Blu Tiziana Metitieri, che p una neuropsicologa, attacca duramente il provvedimento. Ora, mi sembra un attacco un po’ ideologico e forse eccessivo, e consideriamo che l’autrice ha delle sue posizioni particolari, ad esempio è abbastanza scettica verso i l’idea che l’esposizione agli schermi e l’utilizzo dei social sia di per sé dannosa. Per cui non vi leggo questi estratti perché li prendiate per oro colato, come la posizione giusta (che fra l’altro non esiste mai), ma per stimolare dei ragionamenti, perchè secondo me comunque solleva dei punti interessanti.
Scrive: “Per amor del vero, l’aria che tira sui social di Zuckerberg e Musk è dannosa, da qualche anno a questa parte, anche per chi ha più di 16 anni a causa dell’incitamento all’odio, della discriminazione, della violenza e della soppressione delle espressioni critiche che ormai li contraddistinguono. È dunque sorprendente che i legislatori si fissino sui divieti agli adolescenti di partecipazione sociale anziché sui richiami alla vigilanza e alla regolamentazione dei contenuti da parte dei titolari dei social media, al fine di rendere gli spazi online più sicuri e vivibili.
A meno che, sgomberare alcuni social media dai minorenni – almeno nelle intenzioni morali di una legge – non diventi ancora di più un modo per liberalizzare la circolazione di contenuti esplicitamente rivolti a un pubblico adulto. Un’inchiesta del giornalista australiano indipendente Cam Wilson su Crikey., ha rivelato che dietro la campagna che ha fatto maggiore pressione a favore del divieto ci sarebbe stata un’agenzia pubblicitaria specializzata in annunci sul gioco d’azzardo. Si tratta proprio di quegli annunci che rischiavano di essere proibiti online e che, dopo la decisione del governo australiano di escludere i più giovani dai social media, hanno potuto continuare a essere diffusi senza restrizioni.
In questo quadro, gli spazi virtuali — in particolare quelli dei social media — vengono implicitamente consegnati a un mercato di contenuti dannosi come se fossero naturali e inevitabili. Il messaggio che si manda ai più giovani e alla popolazione generale è chiaro: la rete è un luogo irredimibile, da cui difendersi non attraverso l’educazione critica o la responsabilizzazione, ma tramite l’esclusione.
“Allo stesso tempo – prosegue più avanti -, il provvedimento sancisce un implicito patto di non ostilità con i proprietari delle piattaforme sociali poiché elude qualunque intervento strutturale che possa incidere sul loro potere e sui loro profitti”. Quest’ultimo punto abbiamo visto che non è universalmente così, ad esempio il governo spagnolo ha inserito anche diverse misure per responsabilizzare le piattaforme.
Poi la psicologa cita una lunga sfilza di studi che mostrano l’assenza di evidenze scientifiche sui benefici di misure proibitive come questa, ma la verità è che è ancora difficile avere dati solidi, e sulla scelta dei governi di seguire una moda più che la scienza. Leggo: “Se scegliesse di seguire la scienza, pertanto, la politica avrebbe informazioni sufficienti per destinare risorse a interventi rivolti alla promozione di abitudini salutari e alla costruzione di reti di supporto psicosociale online e offline”.
E ancora:”In assenza di provati benefici sul benessere psicosociale derivanti dai divieti di accesso ai media sociali e di uso degli smartphone in base all’età, le leggi che i governi di diversa collocazione politica si intestano sembrano concretizzarsi gradualmente in una cultura di restrizione degli spazi di libera espressione, socializzazione e interconnessione dei più giovani. Se da un lato l’assenza di misure attuative di tali politiche lascia che le piattaforme sociali siano invase da disinformazione e violenza, dall’altro lato abitua all’idea che gli spazi sociali online non siano adatti ai più giovani”.
Infine: “Il fatto che provvedimenti legislativi simili si ripetano in paesi diversi e ricevano ampia copertura mediatica non ne rafforza la solidità scientifica, ma ne aumenta la percezione di credibilità. Per effetto della verità illusoria, infatti, la continua esposizione a queste proposte ci porta a considerarle sempre più ragionevoli e accettabili, indipendentemente dalla qualità delle prove che le sostengono”.
Ora, ribadisco, l’opinione in questione mi sembra fin troppo netta e personalmente non mi sento di condannare del tutto le leggi che i tanti governi stanno approvando. Perchè sono d’accordo, sarebbe meglio obbligare le piattaforme ad essere luoghi migliori. Solo che fin qui nessun governo ci è riuscito. E in questo emerge tutta l’inadeguatezza di un soggetto come lo stato, che arriva da un’altra epoca, a regolamentare piattaforme e dinamiche che sono globali ed extraterritoriali. Piattaforme che nel frattemposi riempiono sempre più di contenuti dannosi, inutili.
E quindi, fosse anche in via provvisoria, forse ha senso impedire l’accesso ai più giovani. O perlomeno, ha senso provare, osservare che effetti si generano, modificare, riprovare. Procedere per tentativi di errori.
Come facciamo anche noi eh. perché mi rendo conto che tutto ciò possa suonare paradossale, detto all’interno di un contenuto che viene fruito da una piattaforma social. È a tutti gli effetti un paradosso, e spesso mi chiedo e ci chiediamo se se e per quanto i vantaggi di garantire un accesso ampio ai contenuti, che oggi solo le piattaforme sanno garantire, superino i contro di nutrire questa macchina. Non abbiamo ancora trovato la risposta definitiva. Ma penso che sia utile continuare a interrogarsi.
Così come è utile che i governi provino a risolvere questi problemi, magari facendo esperimenti anche diversi fra loro, per capire cosa funziona e che effetti produce.
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