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13 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Ungheria: la fine dell’era Orbán e la vittoria di Magyar. Cosa succede adesso? – 13/4/2026

Dalla storica sconfitta di Orbán in Ungheria al fallimento dei negoziati Usa-Iran, passando per Cuba, la prima allenatrice donna in un grande campionato maschile europeo e il successo della missione Artemis II.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Ieri si è votato in Ungheria, e già nella prima serata, a neanche un’ora dalla chiusura dei seggi era chiaro che dopo 16 anni di dominio totale sul Paese, Viktor Orban e il suo partito Fidesz sono stati sonoramente sconfitti. È un risultato nettissimo, che cambia gli equilibri non solo nel paese, ma potenzialmente in Europa, e se vogliamo anche nel macro scacchiere geopolitico internazionale.

Ci arriviamo, ma partiamo dal legger i risultati. Leggo sul Post: Domenica in Ungheria si è votato per eleggere il parlamento: l’affluenza è stata superiore al 78 per cento e ha vinto nettamente Tisza, il partito di opposizione guidato da Péter Magyar. In serata, il primo ministro Viktor Orbán, capo del partito conservatore e populista Fidesz e uno dei leader più filorussi e autoritari dell’Unione Europea, ha fatto un discorso in cui ha definito i risultati del voto «dolorosi ma chiari» e ha riconosciuto la vittoria di Magyar. È la sua prima sconfitta dopo 16 anni al potere e un momento storico per l’Ungheria.

Nel parlamento ungherese ci sono 199 seggi: in base ai risultati (e a un conteggio piuttosto complicato) ne verranno assegnati 138 (quindi più di un terzo) a Tisza, 55 a Fidesz e 6 al partito di estrema destra Movimento Nostra Patria (Mi Hazánk Mozgalom). È una vittoria schiacciante per Tisza, che avrà il sostegno di almeno due terzi del parlamento (133 seggi) necessari per cambiare e approvare le leggi più importanti.

I seggi hanno aperto alle 6 di mattina e chiuso alle 19: l’affluenza è stata molto superiore alle aspettative e la più alta nella storia dell’Ungheria post comunista. Alle ultime elezioni, nel 2022, era stata del 69 per cento. Il precedente record era stato nel 2002 col 73,5 per cento degli aventi diritto”. Stavolta, ripeto, 78%.

Il fatto che Magyar abbia stravinto e non vinto non è solo uno schiaffo morale a Orban, e un segnale importante a livello internazionale, ma ha anche un’importanza molto pratica. Da quando è tornato al potere nel 2010, Fidesz – il partito di Orban – ha ridisegnato i collegi per trarne vantaggio elettorale, ha indebolito i contrappesi, ha consolidato il controllo su gran parte dei media e spinto un’agenda nazionalista, anti-immigrazione e “illiberale”. Oltre a ciò, con una riforma del 2011, aveva esteso le cosiddette “leggi cardinali” – cioè quelle che possono essere approvate solo con due terzi del parlamento – a praticamente qualsiasi aspetto della magistratura, del sistema elettorale, della gestione dei media e delle finanze pubbliche, ma anche delle politiche familiari e del rapporto fra lo Stato e la Chiesa.

E quindi, anche se Magyar era dato in vantaggio nei sondaggi, in tanti pensavano che pur vincendo sarebbe risultato molto difficile smantellare il sistema messo in piedi da Orban, perché era quasi impensabile che avesse una maggioranza superiore a due terzi in Parlamento. E invece l’ha ottenuta. È vero che le sue leggi potrebbero comunque essere bloccate dai principali tribunali del paese, guidati in molti casi da alleati di Orbán. Ma capite che così è un’altra partita.

Ma vediamo chi è Péter Magyar. In realtà è un personaggio politico che viene dallo stesso partito di Orban e ne condivide diverse posizioni politiche che è riuscito a intercettare sia il voto di opposizione sia quello di tanti ex sostenitori del governo delusi. La sua ascesa è stata favorita dalla crisi economica, dalla debolezza storica dell’opposizione e da una serie di scandali fra cui soprattutto quello del 2024 sulla grazia presidenziale a un pedofilo, che ha colpito Orbán proprio sul terreno della morale e della famiglia.

Magyar, racconta la politologa Ester Kováts intervistata sul manifesto, parla soprattutto di temi molto concreti: costo della vita, case, ospedali, ferrovie, corruzione e peggioramento delle condizioni materiali. Questo lo rende efficace e vicino a una parte ampia dell’elettorato. Inoltre ha denunciato duramente la corruzione di Orbán e di tanti altri importanti esponenti di Fidesz e il fatto che abbiano esteso il loro controllo su gran parte delle istituzioni pubbliche in Ungheria.

A livello economico, Magyar sembra molto più favorevole al libero mercato rispetto a Orbán e più vicino a posizioni liberali, forse liberiste. Viene anche considerato più filoeuropeo e meno vicino alla Russia di Orbán: lui però fino a qui ha preferito non esporsi troppo sui temi di politica estera, ed è molto difficile capire quanto le sue opinioni su questi temi siano diverse.

Fra l’altro mi sono chiesto come mai l’Ungheria sia così massicciamente spostata a destra. Di fatto il parlamento dopo queste ultime elezioni sarà spartito esclusivamente fra 3 forze politiche tutte e tre di destra piuttosto radicale. Credo che questa cosa sia il frutto di alcuni fattori. Innanzitutto il sistema costruito da 16 anni di Orbán ha spostato molto a destra l’intero campo politico, facendo proprio slittare il baricentro politico. Poi c’è il fatto che praticamente tutte le altre opposizioni hanno preferto ritirarsi dalla competizione e suggerire di votare Magyar, pur di mandare a casa Orban.

In più in molti paesi dell’Europa orientale la destra nazional-conservatrice è cresciuta anche perché la transizione post-1989 ha lasciato dietro di sé disuguaglianze, delusione verso le élite liberali e sfiducia nelle promesse del mercato e dell’integrazione occidentale.

Detto ciò la sconfitta di orban è comunque un passaggio storico. Orban era l’alleato principale, ma possiamo dire anche la testa d’ariete della Russia di Putin e degli Usa di Trump in Europa, usato da entrambi se vogliamo essere politicamente corretti per avere un alleato in Europa, se vogliamo esserlo meno, per sfasciare l’Ue dall’interno. 

E in effetti Orban ha spesso messo i bastoni fra le ruote all’Unione, boicottandono le politiche e impedendo di approvare normative, regolamenti, sanzioni. Ma non solo. Non vorrei spingermi troppo oltre con letture forse premature, ma la sconfitta di Orban è forse un segnale globale di crisi di quelle destre sovraniste che dopo aver avanzato ininterrottamente per anni ora sembrano perdere improvvisamente appeal, trascinate verso il basso anche da quello che sembra un tracollo rovinoso – e pericoloso – di Trump.

Vedremo. Intanto nella serata di ieri migliaia di persone a Budapest, la capitale, hanno riempito le strade e la metropolitana che porta alla piazza davanti alla sede del parlamento, per festeggiare la fine del governo di Orbán.

I tanto attesi negoziati di Islamabad sono stati un fallimento fra Stati Uniti e Iran. Leggo su Domani: “Non è bastata una maratona di circa 21 ore nel primo giorno di colloqui per far giungere Iran e Stati Uniti a un accordo. Il faccia a faccia storico, quello tra il vicepresidente Usa JD Vance con il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, il primo a questo livello dal 1979, anno della rivoluzione, è finito in un nulla di fatto. Tanti i punti sul tavolo su cui c’è «grande disaccordo», come emerso già nella giornata di sabato dalle squadre negoziali: dalla riapertura dello Stretto di Hormuz al destino di quasi 900 libbre (408 kg) di uranio altamente arricchito, fino alla richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di asset congelati all’estero.

Nella notte Vance ha deciso di lasciare Islamabad, sede delle trattative in Pakistan, senza nascondere la propria delusione: «Per 21 ore abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. Non c’è la promessa definitiva da parte dell’Iran riguardo all’abbandono dell’arma nucleare. Abbiamo presentato un’offerta finale e la migliore possibile». 

Dal canto suo l’Iran, la cui delegazione ha lasciato a sua volta Islamabad, sottolinea le proprie priorità al tavolo negoziale: lo stop degli attacchi al Libano e la revoca delle sanzioni, ma allo stesso tempo i Pasdaran non vogliono accettare ingerenze nello stretto. In Pakistan la diplomazia lavora ancora, ci sono spiragli una soluzione nonostante il braccio di ferro su Hormuz”.

Questa la sintesi che Domani fa della situazione. Ovviamente adesso si aprono grossi interrogativi su cosa potrebbe succedere. Come sintetizza il Post, “Dopo il fallimento dei negoziati a Islamabad, gli Stati Uniti sono in una posizione molto scomoda. Trump ha principalmente due opzioni. La prima è ricominciare a bombardare l’Iran, cosa che però da un lato riporterebbe gli Stati Uniti in una guerra che avevano iniziato ma da cui stavano cercando il modo di uscire, e dall’altro prolungherebbe la già gravissima crisi energetica globale. La seconda opzione è continuare i negoziati, che però potrebbero andare per le lunghe”.

In parallelo, sul fronte ucraino, sabato c’è stato un nuovo scambio di prigionieri di guerra fra Russia e Ucraina: la Russia ha rimandato in Ucraina 175 soldati ucraini catturati, in cambio di altrettanti uomini dell’esercito russo, mentre era in corso un cessate il fuoco concordato per la durata della Pasqua ortodossa, dalle 16 di sabato 11 aprile, fino alla mezzanotte di ieri. Lo scambio è stato mediato da Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, ma questo tipo di scambi sono al momento uno dei pochi risultati concreti dei negoziati tra i due paesi, che riguardo alla fine del conflitto rimangono invece su posizioni molto distanti.

C’è un’altra situazione legata alla politica estera trumpiana, quella dottrina che viene chiamata Donroe, riecheggiando la famosa dottrina Monroe. È quella di Cuba, stretta in un embargo molto molto duro, in cui manca completamente l’energia, ormai si contano le ore di energia al giorno, più che le ore di blackout, c’è un’emergenza sanitaria, gli ospedali collassano, ci sono epidemie.

Abbiamo raccontato questa situazione nell’ultima puntata di INMR+ uscita questo sabato in compagnia della giornalista Valentina Saini. Vi faccio ascoltare un estratto: 

Contributo disponibile nel podcast

Il mondo del calcio, questo fine settimana, ha regalato una prima volta assoluta. La società tedesca dell’Union Berlino, infatti, ha annunciato come nuova allenatrice Marie-Louise Eta, un’ex calciatrice, che sarà la prima allenatrice di una squadra di calcio maschile di un campionato maggiore europeo. 

La notizia, come raccontano diversi giornali, è arrivata dopo l’esonero del precedente allenatore, Steffen Baumgart, esonerato per i risultati deludenti. Eta in realtà sarà sarà allenatrice ad interim, solo fino alla fine della stagione, perché era già stata incaricata di guidare la squadra femminile a partire dalla prossima stagione. 

Ma la notizia è comunque storica. Come racconta il Post, non solo è la prima donna nella storia della Bundesliga, il massimo campionato di calcio tedesco, ad allenare una prima squadra maschile, ma appunto è la prima a farlo in un grande campionato europeo.

Negli altri grandi campionati europei, come la Serie A, la Premier League inglese e la Liga spagnola, ancora nessuna donna è mai stata allenatrice della prima squadra maschile. E anche tra le squadre femminili dei campionati europei c’è comunque una prevalenza di allenatori uomini: nella Serie A Women c’è addirittura una sola donna, Suzanne Bakker, che allena il Milan.

Questa notizia è forse anche il frutto di una caratteristica peculiare e di una cultura calcistica particolare dell’Union Berlino. Nel calcio tedesco, infatti, c’è una regola, o forse dovrei dire ci sarebbe, chiamata del “50+1”, che stabilisce che la maggioranza delle quote di un club debbano appartenere a tifosi e sostenitori. Solo che nessun club la rispetta. Tranne l’Union Berlino, che non solo rispetta questa regola, ma la applica alla totalità delle sue quote: la società quindi è interamente posseduta dai suoi tifosi. Interessante.

La missione spaziale Artemis II si è conclusa con successo nella notte fra venerdì e sabato con il rientro della capsula Orion nel Pacifico. Una conclusione che arriva dopo un viaggio di circa dieci giorni, oltre un milione di chilometri percorsi e un sorvolo della Luna, iun quella che è stata la prima missione con esseri umani oltre l’orbita terrestre bassa dai tempi di Apollo 17, nel 1972.

Leggo su Focus, articolo a firma di Luigi Bignami: Erano le 2:07 e 47 secondi della notte italiana quando le acque del Pacifico, a ovest di San Diego, hanno accolto la navicella Orion e il successo della missione Artemis II.

Un botto sordo, una nuvola di spruzzo bianco, poi il silenzio spezzato dagli applausi nel Mission Control di Houston. Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen sono tornati a casa (i primi 3 sono statunitensi, il giornalista lo da forse per sottinteso trattandosi di una missione statunitense, comunque una scelta curiosa). Tutti e quattro stanno bene. Dieci giorni di volo, oltre un milione e centomila chilometri tra andata e ritorno, un sorvolo lunare e un ammaraggio nel Pacifico: Artemis II è andata esattamente come doveva andare, e forse anche un po’ meglio.

Ci sono diversi momenti salienti di questa missione. A parte la questione del malfunzionamento ai bagni, che è diventato un meme, resta una missione importantissima. Leggo più avanti: “Se c’è un’immagine che resterà incisa nella memoria collettiva di questa missione, è quella dello schermo del tracker della NASA che il 6 aprile segnava 406.771 km dalla Terra: 6.605 km più in là del record che l’equipaggio di Apollo 13 aveva stabilito nel 1970, in circostanze molto meno festose. Per la prima volta nella storia, quattro esseri umani si sono spinti così lontano dal pianeta”.

Fra l’altro la missione ha fotografato anche il famoso lato oscuro della Luna per la prima volta, che non era mai stato osservato così da vicino, rilevando delle colorazioni inaspettate e prendendo una serie di dati che ora saranno ulteriormente analizzati.

Ma la vera sfida era quella del rientro, perché nella missione precedente, quella fatta senza astronauti,la capsula Orion si era surriscaldata più del previsto e questa cosa era rimasta una preoccupazione. Per risolvere la Nasa aveva ricalibrato la traiettoria di ingresso nell’atmosfera, ma calcolate che l’impatto di una navicella velocissima con l’atmosfera terrestre sprigiona un calore elevatissimo. Attorno a Orion nelle fasi iniziali di ingresso c’erano temperature attorno ai 10mila gradi. Tant’è che la l’aria rarefatta degli strati più alti dell’atmosfera a quella temperatura viene trasformata dal calore, cosa che come previsto ha reso impossibile per 6 minuti le comunicazioni tra l’equipaggio e il centro di controllo della NASA a terra.

Poi l’atmosfera stessa ha frenato la navicella, fino a circa 500km/h, a quel punto hanno iniziato a buttar fuori una serie di paracaduti sempre più grandi fino ad atterrare nell’oceano a circa 30 km/h.

Oltre al valore simbolico e storico, la missione ha raccolto molti dati scientifici e tecnici utili per le prossime tappe del programma Artemis, a partire da Artemis III, che dovrà preparare il ritorno umano sulla Luna. Insomma, Artemis II è stata una prova generale riuscita del nuovo programma lunare della NASA.

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