Usa, pantano Iran: Trump è stato spinto da Netanyahu? – 19/3/2026
Per gli Usa si complica la guerra in Iran mentre il blocco di Hormuz pesa su energia ed economia; a Kingston si chiude il negoziato sul deep sea mining; boom di candidature italiane ad un concorso Ue.
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Fonti
#Iran
Internazionale – La prima crepa importante nell’amministrazione Trump
ANSA – Il Pentagono punta a chiedere 200 miliardi al Congresso per la guerra in Iran
#DeepSeaMining
Greenpeace Italia – Deep-sea mining, in corso i negoziati sulle estrazioni minerarie in mare, Greenpeace: “Lo sfruttamento degli oceani arricchisce poche aziende e distrugge gli ecosistemi, serve una moratoria”
#ConcorsoUE
EU Careers – AD5 graduates: working for the EU has never been so attractive
Trascrizione episodio
Ci sono un po’ di novità sul fronte della guerra in Iran, e tutto quello che ci gira intorno. Mi sembra che le riassuma bene un articolo di Pierre Hasky su France Inter, tradotto da Internazionale, che parte da una questione in realtà interna all’amministrazione Usa ma molto importante. Leggo:
“È la prima crepa importante all’interno dell’amministrazione Trump dall’inizio della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, quasi tre settimane fa. Ad aprirla non è stato un militante isolazionista del movimento Make America great again (Maga), ma un eroe di guerra. Il 17 marzo Joe Kent, direttore del National counterterrorism center, si è dimesso dal suo incarico in disaccordo con la guerra in Iran.
Kent, che ha partecipato a undici conflitti e la cui moglie, militare delle forze speciali, è morta in Siria nel 2019 in seguito a un attentato del gruppo Stato Islamico, ha rivolto a Trump un’accusa grave, affermando che il presidente porta avanti la guerra “sotto la pressione di Israele e della sua potente lobby negli Stati Uniti”. Kent ha sottolineato che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per l’America.
Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo arrivano in un momento critico per Trump, impantanato in una guerra che non sta andando come previsto. L’idea che il presidente statunitense si sia lasciato trascinare nel conflitto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu circola dall’inizio della guerra, senza che le smentite della Casa Bianca abbiano il minimo effetto. Ora Kent ha dato a questa tesi la credibilità di una persona interna all’amministrazione”.
Fra l’altro, questa tesi è curiosamente coerente con l’ipotesi emersa dagli Epstein files che Trump sia ricattabile da parte di Israele.
“Se la guerra procedesse bene tutto questo non sarebbe troppo grave, ma il blocco dello stretto di Hormuz solleva un doppio problema per Trump: quello dei prezzi dell’energia, che innervosiscono gli elettori statunitensi, e quello dell’affronto inflitto a Washington dai governi europei, che si sono rifiutati di rispondere al suo appello affinché mettessero in sicurezza il canale. Il 17 marzo Trump ha preso di mira i paesi della Nato minacciando di lasciare l’Alleanza atlantica.
La situazione vissuta da Trump contrasta con quella in cui si trova il suo principale alleato in questa guerra, ovvero Netanyahu. Il 17 marzo il primo ministro israeliano ha annunciato un nuovo successo dei suoi servizi di sicurezza: l’uccisione a Teheran di Ali Larijani, uno dei leader del regime.
In Israele Netanyahu gode di un ampio consenso sulla necessità di combattere l’Iran ed Hezbollah in Libano, mentre Trump deve fare i conti con l’ostilità della maggioranza degli statunitensi.
Fin dall’inizio è apparso chiaro che Netanyahu e Trump non hanno lo stesso programma né gli stessi obiettivi. Probabilmente Trump rimpiange di non aver fermato la guerra subito dopo la morte della Guida suprema Ali Khamenei, che gli avrebbe permesso di cantare vittoria.
Oggi, con lo stretto di Hormuz bloccato e i missili iraniani che continuano a piovere sugli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, per il presidente americano sarebbe molto più difficile proclamarsi vincitore, soprattutto se il regime dovesse restare in piedi, anche in un Iran devastato”.
Nel frattempo, secondo il governo israeliano, la scorsa notte sarebbe stato ucciso anche il ministro dell’Intelligence iraniano Esmail Khatib.
Oltre alla cronaca di quello che succede, i giornali continuano a trattare molto il tema del costo dell’energia, dovuto al blocco dello stretto di Hormuz, la piccola striscia di mare bloccata dall’Iran attraverso la quale passa circa un quinto del petrolio e del gas mondiali.
Abbiamo già parlato del tema degli effetti che il rialzo del costo del petrolio potrebbe avere sull’economia. C’è però da fare un distinguo. Perché l’aumento del petrolio rappresenta sia un costo vivo, per chi usa il petrolio per produrre, quindi all’incirca per tutti, sia un maggior guadagno, per chi invece il petrolio lo esporta anche. Su questa asimmetria si gioca buona parte della disuguaglianza con cui il conflitto potrebbe colpire le economie mondiali.
Per vederci più chiaro ho chiesto un contributo a Gabriele Catania, analista, vicentino, cofondatore di una società di analisi e autore di un saggio geopolitico, Petrolio Shock (uscito per Castelvecchi nel 2009), dedicato proprio alle conseguenze economiche dei rincari energetici provocati dall’invasione dell’Iraq e ai gravi rischi collegati a un attacco di Washington a Teheran.
Contributo disponibile all’interno del podcast
Grazie a Gabriele Catania.
Al di là di chi ci guadagna o chi ci perde per questioni indirette, la guerra resta un costo gigantesco, anche economico, per chi la fa. Ieri, perendendo spunto da un post in cui mi ero imbattuto tempo fa e che non ricordo più di chi fosse, ho provato a fare due conti.
Nei primi sei giorni di guerra in Iran l’esercito Usa, da solo, ha “bruciato” 11,3 miliardi di dollari perlopiù in armi utilizzate per colpire Teheran e dintorni, secondo Reuters. E ieri il Pentagono ha chiesto alla Casa Bianca di fare domanda al congresso per altri 200 miliardi, per continuare a finanziare il conflitto.
Sono numeri giganteschi, che il nostro cervello non riesce ad elaborare. Allora ho cercato qualcosa a cui paragonarli. Secondo un importante studio pubblicato qualche anno fa sull’International Institute of Sustainable Development (IISD) e recentemente citato dalla FAO, basterebbero circa 11 miliardi di dollari aggiuntivi all’anno per un pacchetto di politiche capace di mettere fine a fame e malnutrizione nel mondo entro il 2030.
Insomma, con quello che gli Usa hanno speso nei primi sei giorni di guerra, si poteva finanziare un intero anno di un programma per mettere fine alla fame nel mondo. Con quello che realisticamente costerà questo conflitto, molto di più dell’intero programma.
Ora, capisco che questo parallelismo potrebbe sembrare un puro esercizio retorico e vagamente demagogico. Il punto però non è solo sottolineare che quei soldi potevano essere spesi meglio: sarebbe fin troppo scontato.
Sappiamo di vivere in un mondo con risorse finite e sappiamo che spesso la forza viene usata) per accaparrarsi più risorse degli altri. Quello che spesso ci sfugge è che con il trascorrere del tempo un sistema basato sulla forza e lo sfruttamento diventa intrinsecamente insostenibile. L’utilizzo di risorse necessario e tenerlo in piedi, a soffocare il dissenso, a ribadire costantemente la propria superiorità militare, supera ben presto i guadagni in termini di risorse sottratte ad altri. E questo raffronto fra numeri credo lo renda lampante.
Servirebbero molti meno soldi per garantire cibo a tutti, che poi è l’obiettivo di base di controllare le risorse, che per un’unica guerra. E investire nel ridurre le disuguaglianze e in una distribuzione più equa delle risorse nel tempo creerebbe presumibilmente società più pacifiche, in armonia, persino più propense a risolvere i problemi collettivamente. Quindi con sempre meno bisogno di risolvere i problemi con la forza. Paradossi.
Oggi si conclude un lungo incontro, iniziato il 9 marzo dell’International Seabed Authority (ISA), l’autorità internazionale che deve regolamentare le estrazioni minerarie nei fondali marini, il cosiddetto deep sea mining.
Il deep-sea mining è l’estrazione di minerali dai fondali oceanici profondi. Alcuni fondali marini profondi infatti sono molto ricchi di tre tipologie di depositi: noduli polimetallici, croste ricche di cobalto e solfuri polimetallici. Questi depositi possono contenere metalli come nichel, rame, cobalto, manganese, e diversi altri elementi usati in batterie, elettronica e tecnologie energetiche.
Il tema è molto discusso perché da un lato questi minerali sono considerati strategici per la transizione energetica, dall’altro i possibili impatti ambientali sono potenzialmente molto gravi: distruzione dei fondali, sedimenti in sospensione, rumore, danni a ecosistemi profondi ancora poco conosciuti.
E più che altro, trattandosi di acque quasi sempre internazionali, non sono ancora regolamentati sul piano giuridico internazionale. Proprio a questo dovrebbe servire l’International Seabed Authority, l’organismo previsto dalla Convenzione ONU sul diritto del mare. Al momento esistono contratti di esplorazione, ma non è stata ancora approvata alcuna attività commerciale di sfruttamento di questi giacimenti, ma sia alcuni stati – in primis gli Usa – che diverse aziende spingono.
Questo incontro dovrebbe servire alla definizione del codice minerario per disciplinare le estrazioni in alto mare, la condivisione dei benefici legati al deep‑sea mining, l’individuazione di dati per definire indicatori e soglie ambientali e il rischio di un possibile via libera unilaterale all’attività mineraria da parte del governo degli Stati Uniti. Domani alla conclusione dei negoziati sapremo se sono emerse novità interessanti.
Una delle notizie più interessanti di questi giorni, è una notizia che non leggerete praticamente da nessuna parte. A me è arrivata per vie traverse, ma è tutta verificabile sui siti e canali ufficiali.
Sto parlando di un concorso pubblico dell’Unione europea che ha fatto segnare un numero di richieste senza precendenti, soprattutto dall’Italia, e questa cosa dovrà pur dirci qualcosa. Parliamo del concorso che si chiama EPSO AD5, cioè una gigantesca selezione aperta ai laureati di qualsiasi disciplina dei paesi membri, per entrare come funzionari nelle istituzioni, negli organi e nelle agenzie dell’Unione europea.
Provo a spiegarvi meglio di cosa si tratta. L’EPSO è il colossale Ufficio europeo di selezione del personale. In questo caso si cercavano amministratori di grado AD5, cioè figure d’ingresso che poi possono lavorare su sviluppo delle politiche, attuazione dei programmi, gestione delle risorse e supporto ai processi decisionali europei. I requisiti erano relativamente semplici, almeno sulla carta: bisogna essere cittadini di uno Stato membro, avere una laurea di almeno tre anni, conoscere due lingue ufficiali dell’Unione, mentre non è richiesta esperienza professionale precedente.
Il numero di posizioni libere era di circa 1500 e comunque l’Ue si aspettava un sacco di domande, circa 50-60 mila, visto che era la prima grande selezione AD5 dopo anni di pausa e di riorganizzazione del sistema.
Alla fine però le candidature sono andate molto oltre. Secondo i dati pubblicati da EU Careers l’11 marzo, sono arrivate 175mila domande. Pensate che nel 2015 erano state 31 mila e nel 2019 22mila.
Ma il dato davvero eccezionale riguarda l’Italia. Su queste quasi 175 mila candidature complessive, circa 80mila arrivano dall’Italia. Per capirci: vuol dire circa il 45% del totale. La Spagna, che è il secondo Paese per numero di candidati, è attorno a 14mila. La Germania e la Francia a 11mila. Insomma, il dato italiano è fuori scala.
Ecco, questo è il punto interessante e che deve farci interrogare. 80mila persone sono tantissime, fra l’altro parliamo di persone che poi se selezionate dovrebbero trasferirsi all’estero, perlopiù a Bruxelles. Sono un quinto dei laureati dell’ultimo anno, solo per dare un termine di paragone.
Ora, purtroppo non abbiamo al momento analisi e dati che ci aiutino nel fare una lettura di questo fenomeno. Delle motivazioni sottostanti. Possiamo fare qualche ipotesi. Una prima lettura, plausibile, è che per tantissimi giovani europei, e soprattutto italiani-e, lavorare per l’Unione europea è un’ottima combinazioni fra stabilità, retribuzione dignitosa, carriera pubblica e dimensione internazionale. Nel nostro Paese in particolare sembra esserci una domanda fortissima di sbocchi professionali solidi, riconosciuti e non precari. Non so se è perché in Italia le condizioni lavorative sono mediamente peggiori che in altri paesi, o se perché c’è più la tradizione del posto fisso, che in parte resiste ancora oggi. O forse per entrambi i motivi.
Le motivazioni però potrebbero essere anche politiche, almeno in parte. Cioé: è possibile che per un pezzo di popolazione, giovane, istruita, mi spingerei a dire mediamente progressista e europeista (che non significa essere a favore delle politiche europee, ma a favore dell’idea di un’Europa unita), è possibile che il clima politico che si respira oggi in Italia risulti piuttosto asfissiante, e quindi si cerchi riparo all’estero.
In ogni caso, il dato resta impressionante. Un concorso in cui ci si aspettavano 50mila domande da tutta l’Europa, ne ha ricevute 80mila solo dall’Italia.
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