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10 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

La vittoria dei Verdi nel cuore economico della Germania – 10/3/2026

Dalle elezioni in Germania alla nomina di Mojtaba Khamenei in Iran, fino ai voli bloccati dalla guerra, alle parlamentari in Colombia e alle alluvioni in Kenya.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Domenica e ieri ci sono state delle elezioni importanti in Germania. Si votava nel Baden-Württemberg, uno dei 16 Länder tedeschi, cioè uno degli stati federati della Germania. Inoltre si è votato in molti comuni della Baviera. In totale le votazioni riguardavano circa 18 milioni di aventi diritto.

In particolare le elezioni del Baden-Württemberg erano considerate particolarmente importanti per una serie di motivi, fra cui il fatto di essere considerate un importante test a livello nazionale. Scrive Sebastiano Canetta sul manifesto:

“Il Baden-Württemberg è sinonimo di made in Germany, lo Stato che incarna il motore della locomotiva economica. Dal primato per il Land con le esportazioni più elevate, al numero record di brevetti pro capite; dalla più alta spesa in ricerca e sviluppo fino all’aspettativa di vita al top della classifica federale. In questa area-chiave si gioca la partita politica più importante per il paese”. 

La situazione di partenza era questa: la regione era governata da anni una coalizione fra Verdi e CDU, overo lo storico partito di centrodestra, lo stesso dell’attuale cancelliere tedesco Friedrich Merz. Storicamente in quel Land la CDU era fortissima, ma negli ultimi dieci anni era però rimasta partner di minoranza in un governo guidato dai Verdi.

Questa volta c’era molta attesa per capire chi avrebbe preso più voti sempre fra i verdi e la CDU, che si giocavano la vittoria, e poi c’era molta attesa di vedere i risultati dei socialdemocratici, l’SPD, che governano la Germania assieme alla CDU, per capire se ci sarebbe stato un ulteriore crollo di consensi, e quello dell’AFD, l’estrema destra che storicamente è cresciuta tantissimo nell’ex germania dell’est economicamente depressa e c’era da capire se avrebbe avuto un exploit anche nella Germania ricca dell’Ovest, nella vera locomotiva della locomotiva tedesca (che si è inceppata da un po’). 

Ok, quindi come sono andate? Leggo su Rai News:

“I Verdi si confermano primo partito, sia pur di poco, nell’importante Land tedesco del Baden-Württemberg. Il risultato nel voto nel terzo Stato più popoloso della Germania, un polo industriale che ospita Mercedes-Benz e Porsche, rappresenta una chiara sconfitta per i partiti della coalizione di governo guidata dal cancelliere Friedrich Merz. La CDU, che aveva un vantaggio significativo nei sondaggi fino agli ultimi giorni della campagna elettorale, è arrivata seconda con il 29,7%, in aumento rispetto alle ultime elezioni, ma non abbastanza per superare i Verdi.”

“L’SPD ha ottenuto solo il 5,6%, appena sopra la soglia di sbarramento, un minimo storico che suggerisce che la partecipazione del partito di centro-sinistra alla coalizione guidata dai conservatori di Merz non aiuta il partito e che, soprattutto, non riesce più ad intercettare il consenso popolare in un tempo di grandi crisi.”

“I Verdi, guidati dall’ex ministro dell’Agricoltura Cem Özdemir, hanno registrato un’impennata nei sondaggi prima del voto, arrivando al primo posto con poco più del 30%. Secondo i sondaggi, la vittoria dei Verdi è dovuta in gran parte alla popolarità dello stesso Özdemir, un esponente centrista del partito ambientalista. Per la prima volta [questo è un fatto interessante] hanno potuto votare anche i giovani di 16 e 17 anni. Tra gli elettori più giovani, i risultati migliori sono stati ottenuti dai Verdi e dall’AfD, seguiti da Cdu e Linke.”

La campagna elettorale è stata dominata dalle preoccupazioni per il declino dell’industria automobilistica dello Stato. Un malcontento che l’AfD è riuscita a coagulare emergendo come la grande vincitrice in termini di percentuale di voti ottenuti, raddoppiando il proprio sostegno al 18,7%. Il Baden-Württemberg è diventato la più solida base di sostegno dell’Afd nella parte occidentale del Paese, al di fuori dei suoi tradizionali bastioni nell’ex Germania dell’Est”. 

Il voto nel Baden-Württemberg comunque è il primo di cinque elezioni statali e numerose competizioni locali che si terranno in tutto il Paese nei prossimi mesi, in quello che i tedeschi chiamano Superwahljahr (“anno delle super elezioni”). Vedremo.

Interessante comunque la vittoria dei verdi, che f il match con un risultato simile di qualche settimana fa, in un contesto molto più locale ma comunque significativo. Sto parlando del quartiere di Manchester Gorton and Denton, dove in una tornata di elezioni suppletive, ovvero elezioni fatte per riempire un seggio rimasto vacante, ha vinto contro ogni pronostico la candidata locale dei Verdi, contro i ben più quotati candidati laburista e quello di estrema destra. Trattasi di Hannah Spencer, professione idraulica, che fa parte di un partito di verdi molto più radicali rispetto a quello tedesco, guidato da Zack Polanski che sta canalizzando l’elettorato che un tempo era di Jeremy Corbyn. Storia interessante

Ieri la nuova guida suprema iraniana è stata accolta da una folla pro-regime scesa in piazza a Teheran, esponendo cartelli con le immagini del nuovo leader, insieme a quelle del defunto Ali Khamenei. Trattasi, come si vociferava da qualche giorno, di Mojtaba Khamenei, 56 anni e secondogenito di Ali Khamenei, ucciso nel primo raid israelo-americano. Khamenei è stato scelto domenica dall’Assemblea degli esperti iraniani.

Leggo sul manifesto, articolo a firma di Francesca Luci: “Mojtaba Khamenei non è mai stato una figura pubblica: le sue apparizioni e i discorsi sono rarissimi. La sua influenza si è consolidata soprattutto dietro le quinte, dove per anni ha fatto parte del gruppo ristretto che gestisce l’accesso al potere. Molti iraniani non hanno mai sentito la sua voce, pur sapendo da tempo che era considerato un probabile successore del padre all’interno dell’establishment teocratico.

Nato nel 1969 a Mashhad, Khamenei non ha mai assunto incarichi elettivi né ruoli ufficiali di primo piano nello Stato. È stato considerato un religioso di medio rango, formatosi nei seminari religiosi di Qom e cresciuto nell’élite politico-religiosa. Nel tempo ha consolidato relazioni con ambienti clericali conservatori, rafforzando così il proprio peso nel sistema. Non si è mai espresso apertamente sul tema della successione alla guida del Paese.

L’idea di trasformare il ruolo della Guida in una successione quasi dinastica, insieme alla sua reputazione di uomo molto vicino alle potenti Guardie Rivoluzionarie e agli apparati di sicurezza, temuti e odiati, ha reso la sua figura particolarmente divisiva nella società iraniana.

La scelta di Mojtaba Khamenei può essere interpretata come un segnale che le componenti più conservatrici dell’establishment iraniano restano saldamente al comando e lascia intendere che, nel breve periodo, il governo non ha intenzione di spingersi verso un accordo o aperture negoziali.

Questa impressione, vista anche la politica incostante di Trump, se dovesse essere smentita in tempi brevi da un eventuale accordo, non sorprenderà molti analisti. Per il momento, il presidente americano ha giudicato preventivamente il leader iraniano come un personaggio debole e fuori dalla sua grazia, lasciando intendere che farà tutto il possibile per rimuoverlo fisicamente.

Malgrado la perdita di una grande parte del sostegno popolare e una guerra che sta uccidendo persone e distruggendo infrastrutture, il potere iraniano sembra non voler cambiare direzione. L’intreccio tra apparato di sicurezza, economia dei rentier, macchina propagandistica e teologia politica focalizzata sul nemico è diventato così forte che potrebbe sopravvivere anche allo shock attuale. È del tutto evidente che, finché questa combinazione resta intatta, non si aprono prospettive democratiche per il Paese.

La guerra e le interferenze straniere stanno indebolendo la coesione civica iraniana. Calano i livelli di fiducia, le reti di attivismo si frammentano e la politica si riduce a un esercizio di lealtà piuttosto che a un vero dialogo. La voce del popolo fatica quindi a emergere, perché ogni forma di dissenso viene subito etichettata come «collaborazione con il nemico». Un circolo vizioso che sta danneggiando la società civile, che ha combattuto anni per affermare i propri diritti ed è ora intrappolata tra guerra, estremismo domestico e estremismo straniero.

Capita abbastanza spesso di imbattersi in post o articoli di persone bloccate da qualche parte che non riescono a rientrare in Italia per via della guerra. Chi è fermo in India, chi alle Maldive, insomma in luoghi molto diversi del mondo. In pochi però stanno raccontando il fenomeno nella sua vastità. 

In pratica la guerra in Iran ha paralizzato i voli di mezzo mondo, perché ha bloccato due degli hub aeroportuali più importanti al mondo. Si parla di oltre 25mila voli cancellati, circa 1 miliardo di perdite per le compagnie aeree e decine di migliaia di persone bloccate.

Questo perché gli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi sono due colossi della rete aviaria mondiale. Il Dubai International nel 2025 ha gestito quasi 100 milioni di passeggeri, il numero più alto di sempre per traffico internazionale in un singolo aeroporto. E anche Abu Dhabi è ormai uno snodo gigantesco con oltre 33 milioni di passeggeri nel 2025.

Questo è una grossa criticità del sistema dell’aviazione mondiale, che per anni si è costruito attorno a pochi grandi hub super-efficienti, e quelli del Golfo sono fra i più importanti in assoluto, perché stanno in una posizione geografica perfetta fra Europa, Asia e Africa. Il ceo di Dubai Airports ricordava anni fa che un terzo della popolazione mondiale vive a meno di quattro ore di volo e due terzi a meno di otto ore da Dubai. È questa centralità che ha reso Dubai e Abu Dhabi così potenti. Ma è anche la stessa ragione per cui, quando quella regione si inceppa, si inceppa mezzo mondo.

E così si sono bloccate coincidenze intercontinentali, rientri, rotte cargo, spostamenti di lavoro, turismo, evacuazioni. Il Financial Times racconta che, nel pieno della crisi, Dubai sta operando a circa il 25% della capacità, mentre Emirates e Etihad hanno dovuto ridurre o sospendere una parte importante della loro rete prima di riprendere gradualmente i voli. Come spesso accade, abbiamo costruito un sistema efficientissimo finché tutto fila liscio, ma appena un nodo strategico si rompe, la rete globale mostra tutta la sua fragilità.

La globalizzazione è macchina efficiente, non resiliente.  È costruita per andare velocissima e costare poco, ma non per reggere gli shock. E quindi basta una guerra in un punto nevralgico per far saltare catene logistiche, itinerari, prezzi, tempi e vite quotidiane di persone che si trovano magari dall’altra parte del pianeta. Che poi, con la situazione dei carburanti, sarà da vedere se e come l’aviazione mondiale si riprenderà.

Ci sono state elezioni anche in Colombia. Si trattava di elezioni parlamentari, quindi quelle per rinnovare il parlamento e non per eleggere il Presidente. E la coalizione di sinistra Pacto Histórico del presidente colombiano Gustavo Petro ha ottenuto il primo posto con il 23% scarso dei voti, consolidandosi come forza politica più importante del paese. 

Seguono il l partito di centrodestra Centro Democrático, dell’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, con il 16 per cento dei voti, e poi il Partido Liberal Colombiano, di centrosinistra, con il 12. Il fatto che i 3 partiti più votati insieme raggiungano a malapena il 50% dei voti mostra un quadro politico molto frammentato. 

In Kenya, nella zona della capitale Nairobi, almeno 42 persone sono morte a causa delle forti alluvioni che ci sono state a partire da venerdì. Le piogge hanno trasformato le strade in torrenti e hanno causato l’annegamento di diverse persone, trascinato via veicoli e danneggiato o distrutto diversi edifici. La maggior parte delle morti (26) si è verificata a Nairobi: le alluvioni hanno avuto conseguenze soprattutto nelle parti più povere della città, in cui le infrastrutture sono particolarmente precarie, con strade fangose e piene di buche e moltissimi insediamenti informali in cui le case sono per lo più baracche con tetti di lamiera.

Le alluvioni hanno bloccato il traffico di Nairobi, che è un importante snodo dei trasporti: Kenya Airways ha fatto sapere che diversi voli diretti verso la città sono stati dirottati a Mombasa, la seconda città più grande del Kenya nonché località più turistica e quindi bene attrezzata dal punto di vista logistico. Nelle operazioni di soccorso e di recupero dei corpi, oltre ai servizi di emergenza, il governo ha impiegato anche l’esercito.

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