29 Nov 2023

Panama, l’enorme protesta contro la miniera di cui nessuno parla. I movimenti hanno vinto! – #840

La Corte Suprema di Panama ha annullato la legge contratto che affidava a una grande multinazionale canadese lo sfruttamento di una miniera di rame a cielo aperto, decretando una importante vittoria per le migliaia di panamensi che da un mese manifestavano contro la miniera. Parliamo del prolungamento della tregua a Gaza e degli sforzi perché si trasformi in un cessate il fuoco, della gigantesca fabbrica di armi di Domusnovas in Sardegna e dell’appello del WWF contro il bracconaggio.

Ieri c’è stata una decisione storica, da parte della Corte Suprema di Panama che ha stabilito che il contratto-legge fra la multinazionale canadese First Quantum Minerals e il governo panamense per sfruttare una enorme miniera di rame a cielo aperto è incostituzionale. 

Per capire di cosa sto parlando e  come mai questa sentenza è così importante, occorre fare qualche passo indietro. 

La miniera in questione si chiama Cobre Panamà ed è una enorme miniera di rame a cielo aperto, più grande di Parigi, per capire quanto è grande. Il progetto minerario è nato nel 2013, con i primi lavori di costruzione, e la miniera è stata aperta nel 2019 ed è gestita da questa grande azienda canadese che opera nel settore minerario, First Quantum Minerals.

A regime produrrà ( o per meglio dire, avrebbe dovuto produrre, secondo le stime, più di 300.000 tonnellate di rame all’anno, coprendo l’1,5% della produzione globale di rame nel 2023.

Solo che ci sono un po’ di problemi, legati a questa miniera. Problemi ambientali, perché l’attività estrattiva e il continuo ampliamento anche in aree ricche di biodiversità rischiano di portare danni irreparabili agli ecosistemi, sia di natura contrattuale, perché in molti ritengono che l’accordo del governo con la multinazionale canadese sia troppo “generoso” verso quest’ultima. Il vecchio contratto, era già stato considerato incostituzionale dalla Corte suprema, ma nonostante questo il congresso lo ha rinnovato nell’ottobre di quest’anno per altri 20 anni.

Una decisione che ha dato origine a delle proteste enormi e generalizzate che hanno coinvolto fasce molto diverse della popolazione: ad esempio i giovani riuniti sotto la sigla Sal de las redes, esci dalle reti, le sigle sindacali, gli insegnanti (due dei quali sono stati anche uccisi durante il blocco di una strada), alcuni movimenti più organizzati. Proteste che stanno bloccando tutto il paese, bloccando la produzione agricola, bloccando la miniera stessa. First Quantum ha perso circa 7 miliardi e mezzo di dollari del suo valore di mercato ed è stata costretta a sospendere la produzione. 

Fra l’altro, come mi ha raccontato Aris Rodríguez Mariota un attivista panamense nell’ultimo episodio di INMR+, dedicato a questa vicenda, queste proteste erano iniziate soprattutto per chiedere un accordo migliore, che garantisse condizioni un po’ più eque e royalties maggiori allo stato, ma poi via via che le persone, attivandosi, si informavano si è trasformato, e le istanze, diciamo ambientaliste, hanno avuto la meglio.

Dico “diciamo” perché non amo la parola ambientalismo, perché ci trasmette la falsa convinzione che noi facciamo qualcosa per l’ambiente, quando ciò che chiamiamo ambiente, che poi è semplicemente un equilibrio specifico degli ecosistemi, è ciò che ci permettere di sopravvivere come specie su questo Pianeta. Quindi è perlopiù buonsenso, più che ambientalismo. Fine della parentesi semantica.

Dicevamo, le proteste si sono via via evolute e dalla richiesta iniziale di un contratto migliore, sono diventate, dopo un dibattito interno ai movimenti, una richiesta unitaria di un blocco totale dell’attività estrattiva. Lo scorso fine settimana, le proteste hanno ricevuto l’appoggio dell’attore hollywoodiano Leonardo Di Caprio, che ha condiviso un video di un gruppo ambientalista che chiedeva alla Corte Suprema di annullare il contratto assegnato alla First Quantum (e per inciso questo fatto, ovvero dell’appoggio di Di Caprio, rappresenta anche l’oggetto dell’unico articolo che troverete in Italiano sulla vicenda, pubblicato da AGI).

Di fronte a questa mobilitazione senza precedenti, il congresso ha approvato una moratoria sull’estrazione di metalli in tutto il Paese, “per un periodo indefinito”. Riporta il quotidiano canadese The Globe and Mail che già ad oggi “Il ministero del Commercio di Panama ha respinto più di 10 concessioni minerarie e richieste di proroga per rispettare il nuovo divieto”. Moratoria che però esclude le concessioni già approvate, di cui la principale è appunto quella legata alla miniera di Cobre Panamà, il cui sfruttamento sta già causando, e avrebbe causato enormi danni agli ecosistemi molto delicati della zona.

Poi ieri è arrivata la notizia che tutto il paese (o almeno, buona parte del paese) stava aspettando. Il pronunciamento della Corte Suprema: il contratto è incostituzionale. Come ha dichiarato la presidente della Corte Suprema Maria Eugenia Lopez “Abbiamo deciso di dichiarare all’unanimità incostituzionale l’intera legge 406 del 20 ottobre 2023”.

Ora, veniamo alle conseguenze di questa sentenza: come spiega sempre l’articolo di The Globe and Mail “La sentenza potrebbe potenzialmente portare First Quantum sulla lunga strada di un arbitrato internazionale, che la società ha già notificato al governo di Panama”. Quindi lo stato di Panama dovrà plausibilmente difendersi di fronte a una corte internazionale per il danno economico arrecato.

La sentenza avrà conseguenze anche sul mercato globale del rame, poiché la miniera Cobre Panama di First Quantum rappresenta come abbiamo visto una percentuale non irrilevante della produzione globale di rame. Così come avrà ripercussioni, soprattutto, sul Pil della nazione centroamericana, perché la miniera contribuisce – o meglio contribuiva – a circa il 5% del PIL di Panama. E non solo sul Pil, ma anche sul suo rating, con J.P. Morgan che questo mese ha avvertito il governo che in caso di revoca del contratto minerario era probabile che il rating di Panama (ovvero la valutazione dell’affidabilità finanziaria, che a sua volta influisce sugli investimenti) venisse abbassato.

Chi ve l’ha fatto fare, sembra il sottotesto dell’articolo, che forse è un po’ di parte perché è di un quotidiano canadese. Quello che l’articolo non dice è ciò che invece si sarebbe perso in caso di prolungamento del contratto e dell’attività minatoria. Beni come l’acqua pulita e cristallina dei fiumi, la fertilità dei suoli, la biodiversità naturale, anche la biodiversità umana perché in quei territori vivono comunità indigene che sarebbero state messe a rischio. Beni che non vengono calcolati nel Pil di un paese, per cui a volte ci scordiamo che esistono, ma che sono molto più importanti per la nostra felicità, ma anche banalmente per la nostra sopravvivenza, di molte delle cose che generano ricchezza.

Come spesso accade, anche in questo caso un percorso collettivo nato come opposizione a qualcosa ha portato a una riflessione e presa di coscienza condivisa, che va anche al di là del motivo che ha generato la protesta. Così come è interessante notare, e qui cito il direttore Daniel Tarozzi che faceva questo commento in un suo articolo di qualche mese fa, che molto spesso e in molte parti del mondo, alle persone viene chiesto di scegliere (apparentemente) fra tutela dell’ambiente e della biodiversità o arricchimento economico, sono le prime ad avere la meglio. 

Vi faccio ascoltare, su questo, un contributo audio che ci ha inviato Anayasi Iriarte, una attivista panamense che ha vissuto a Bologna e parla italiano, e che ha commentato l’accaduto. A te Ana:

POSSIBILE CONTRIBUTO 

Chiudo dicendo che sono molto curioso di vedere come evolveranno adesso le cose a Panama, e che se la cosa vi interessa, continueremo ad occuparcene. 

Facciamo un breve aggiornamento su come sta andando la tregua fra Israele e Hamas, argomento che ovviamente continua ad essere fra i più discussi dai giornali. La tregua è stata al momento prolungata di altri due giorni in seguito al rilascio da parte di Hamas di ulteriori ostaggi, cosa che come previsto dall’accordo avrebbe garantito giorni in più di tregua nella proporzione di un giorno ogni 10 ostaggi rilasciati.

Il ministero degli Esteri del Qatar, però, paese che al momento è il principale mediatore, ha affermato che sta lavorando per un cessate il fuoco permanente a Gaza e che «con certezza» 20 ostaggi sono pronti per essere liberati nelle prossime 48 ore. 

Nel frattempo però ieri mattina i vertici di Hamas hanno dichiarato – leggo sul Messaggero – che ci sarebbe stata “una palese violazione da parte di Israele dell’accordo di cessate il fuoco nel nord della striscia di Gaza, con i combattenti di Hamas che a quel punto avrebbero reagito alla violazione. La domanda, ovviamente è: esiste al momento uno spazio per una tregua permanente? Nei giorni scorsi Biden ha rilanciato la soluzione dei due stati, che però in molti considerano impraticabile al momento. La mia sensazione è che sia presto, che ci sia ancora troppo sangue che impregna il terreno, per pensare a una soluzione pacifica permanente, ma che intanto già un cessate il fuoco prolungato sarebbe un ottimo risultato.

A proposito di guerre, segnalo anche un articolo che mi ha colpito, uscito su la Repubblica di ieri, un reportage a firma di Gianluca di feo che si chiama “I segreti della fabbrica più contestata d’Italia. Qui nascono le bombe per le guerre del mondo”. Ed è un viaggio nei capannoni di Domusnovas, in Sardegna, dove vengono prodotte le armi per Nato e Ucraina.

Ve ne leggo giusto qualche estratto, poi passo la palla alla nostra redazione sarda che nei prossimi giorni approfondirà la questione.

“Un colossale ragno meccanico appeso al soffitto afferra otto bossoli, li solleva contemporaneamente e poi vi riversa l’esplosivo. Terminata l’operazione, li adagia sul pavimento asettico, deponendoli come uova destinate a generare l’inferno. La scena sintetizza la nostra epoca: con questa manovra robotizzata, le munizioni scadute della Guerra Fredda riconquistano la loro forza distruttiva e le armi inutilizzate nel passato più cupo si tramutano negli strumenti letali di un presente drammatico. 

Così infatti migliaia di residuati bellici pescati nei fondi di magazzino del nostro Esercito si trasformano nella merce più richiesta sui mercati mondiali: i proiettili d’artiglieria da 155 millimetri, destinati in questo caso a raggiungere le batterie ucraine in prima linea. Li vogliono tutti: il governo di Kiev che ne consuma migliaia ogni giorno per respingere l’invasione russa, la Nato che ha esaurito le scorte e adesso anche Israele alle prese con l’offensiva di Gaza. Ma sono introvabili, perché in Europa si era praticamente smesso di produrli da vent’anni. L’unica eccezione è questo stabilimento sardo, il più moderno del Continente”.

Siamo nel luogo più segreto e più contestato d’Italia: l’industria di Domusnovas, spesso chiamata “la fabbrica delle bombe insanguinate”. Ottanta ettari di laboratori bunker, protetti da alti reticolati e addossati a colline che ricordano il Far West: pure gli uffici e il portone d’accesso sono stati costruiti in stile Fort Alamo, rendendo distopica l’atmosfera. 

L’impianto è nato all’inizio del millennio, per volontà della storica impresa Sei di Ghedi (Brescia), poi diventata Rwm e rilevata nel 2011 dal gruppo tedesco Rheinmetall, tra i più attivi nelle forniture all’Ucraina, ma la gestione è rimasta interamente italiana a partire dall’amministratore delegato Fabio Sgarzi. Varcati i cancelli c’è l’intera filiera che trasforma cilindri d’acciaio in ordigni per aereo, mine navali, proiettili d’artiglieria.

Poi l’articolo descrive minuziosamente l’attività della fabbrica, per passare quindi a raccontare che “Nel 2019 il governo Conte aveva sospeso le forniture di ordigni per l’aviazione saudita ed emiratina, già autorizzate dall’esecutivo Renzi: una campagna umanitaria contro i bombardamenti nello Yemen, che avevano fatto strage di civili”.

“All’epoca erano la commessa principale e la Rwm ha rischiato di chiudere. Poi, prima ancora che il bando contro i due Paesi arabi venisse revocato da Draghi e Meloni, c’è stata l’invasione dell’Ucraina ed è cambiato il mondo: il ritorno della corsa agli armamenti ha sommerso Domusnovas di ordini, fino a renderlo soldout. 

Sono stati riassunti gli operai, altri sono arrivati dalle imprese in crisi del Sulcis e ora Rwm Italia è passata da 300 dipendenti a 480: l’età media è di 34 anni, alcuni sono fratelli, diversi sono laureati. Nei prossimi mesi ne serviranno altri cento ma si fatica a trovarne. Oltre al contratto australiano, sta infatti per partire la costruzione delle loitering munition: i piccoli droni killer protagonisti delle battaglie ucraine, acquistati da alcuni eserciti della Nato”.

Mi fermo qui, ma è un reportage interessante, che ci mostra come la guerra per molti versi sia più vicina di quanto si pensi e anche come stia attivando delle economie che una volta che si mettono in moto sono più difficili da smantellare. 

Chiudiamo parlando di bracconaggio e caccia. Leggo da un comunicato del WWF: “Le recenti operazioni condotte dai Carabinieri Forestali hanno svelato un panorama preoccupante di bracconaggio diffuso in tutta Italia con situazioni che in aree come Lombardia e Veneto assumono i caratteri di un vero e proprio allarme sociale e culturale. Le indagini hanno messo in luce una stretta connessione tra caccia e bracconaggio, sottolineando la necessità di un intervento urgente e responsabile da parte delle associazioni venatorie e della politica”.

Il bracconaggio (parentesi mia) sarebbe la caccia di frodo, quella illegale. 

L’operazione “Pettirosso 2023”, condotta dal Reparto operativo SOARDA (Sezione Operativa Antibracconaggio e Reati in Danno agli Animali) del Raggruppamento Carabinieri CITES, nelle Prealpi lombardo-venete, ha portato alla denuncia di 123 persone per abbattimento e detenzione illecita di uccelli protetti e all’arresto di due individui per detenzione di armi clandestine e sostanze stupefacenti. Sono state inoltre sequestrate 1.338 trappole illegali, 75 fucili e quasi 3.564 uccelli, di cui solo 1433 ancora in vita. 

Insomma, una situazione preoccupante. A preoccupare il WWF è anche il ruolo di queste aree come punto di approdo per traffici nazionali ed internazionali di uccelli “da richiamo”, in particolare tordi. Operazioni recenti hanno svelato un traffico di questi uccelli catturati illegalmente in Polonia e destinati agli allevatori lombardi. In un’unica operazione a giugno, sono stati ritrovati 559 uccelli in un’auto.

Altri 370 tordi, catturati illegalmente nel Sud Italia, sono stati scoperti pochi giorni fa dai Carabinieri di Perugia, stipati in minuscole gabbie nel bagagliaio di un’auto. Questi uccelli, quando riescono a sopravvivere al viaggio, vengono “ripuliti” dagli allevatori corrotti i quali appongono alla zampetta un anellino che serve a fingere che siano esemplari nati e cresciuti in allevamento. In questo modo gli animali possono essere messi in commercio, generando enormi profitti per le organizzazioni criminali coinvolte.

Come spiega l’associazione “Gli strumenti di contrasto al traffico di uccelli selvatici a disposizione delle forze di polizia e della Magistratura risultano insufficienti, mentre la politica è immobile e quando si muove lo fa in maniera maldestra.

Spesso i Carabinieri, le altre forze di polizia e i volontari delle associazioni di protezione ambientale che quotidianamente si battono per porre fine a questa pratica sono ostacolati o addirittura attaccati da esponenti istituzionali. Il comunicato termina con un appello all’intera società civile perché di unisca alla lotta contro il bracconaggio. Se vi interessa partecipare alle iniziative del WWF vi lascio i riferimenti sotto FONTI E ARTICOLI.

Ah, domani niente rassegna!

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