4 Nov 2022

Il record di suicidi nelle carceri e quelle navi ferme in mare – #613

A due mesi dalla fine dell’anno, il 2022 ha già un record, quello dei suicidi nelle carceri italiane. Un problema che il nuovo governo ha detto di voler affrontare, ma nel modo giusto? Intanto tre navi con a bordo quasi mille persone migranti non riescono ad attraccare nel nostro paese perché l’autorizzazione non arriva. Parliamo anche della questione degli abusi sulle atlete di ginnastica ritmica, di uno storico accordo di pace che sembra molto vicino in Etiopia e infine facciamo un po’ di aggiornamenti dall’Ucraina e un altro po’ da Sharm El Sheikh dove è in corso la conferenza dei giovani sul clima che precede COP 27.

IL RECORD SUICIDI NELLE CARCERI 

Un articolo su Gabriele D’Angelo su L’Essenziale ci mette di fronte a una scomoda verità: “Il 2022 sarà l’anno con più suicidi nelle carceri italiane”. Ma come è possibile? Gabriele D’angelo prevede il futuro? No, peggio. Il fatto è che già oggi, quando mancano ancora due mesi alla fine dell’anno, il precedente record è stato battuto. Risaliva al 2009, quando si tolsero la vita 72 persone. Ai primi di novembre del 2022 invece “sono già 78 […] 4 tra i poliziotti penitenziari e 74 tra i detenuti”. 

Sono 13 persone ogni diecimila abitanti delle carceri. Questo significa che – se è vero che secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità in Italia si uccidono 0,67 persone ogni diecimila abitanti – in carcere ci si suicida venti volte in più che fuori.

A questo punto il giornalista passa a fornire alcuni dati su come si sono tolti la vita i detenuti, che età avevano, chi erano e fa una serie di esempi, che qui vi risparmio ma se volete trovate appunto nell’articolo su L’Essenziale, che vi lascio sotto fonti e articoli in fondo alla pagina. Qui vi riporto solo qualche dato fra quelli che più mi hanno colpito: la maggior parte dei detenuti che si sono suicidati erano in carcere per reati minori e sarebbero usciti di lì a poco. Molti inoltre avevano già tentato il suicidio, erano tossicodipendenti o soffrivano di problemi psichici. Alcuni aspettavano da mesi un posto in una Rems, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza destinate ai colpevoli di reato con disturbi mentali.

Tutti questi dati, storie, insomma l’intero quadro emerge dal dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti (il giornale della casa di reclusione di Padova e dell’Istituto di pena femminile della Giudecca), ne quale si specifica anche che alla triste conta potrebbero mancare all’appello alcuni fra i 23 detenuti morti per cause ancora da accertare. I suicidi, insomma, potrebbero esser anche di più.

“La maggior parte di questi suicidi – prosegue D’Angelo – avviene nelle carceri più grandi e sovraffollate d’Italia, quasi sempre nelle case circondariali. Questi istituti sono pensati per detenuti in attesa di giudizio o con pene inferiori a cinque anni. Ma spesso ospitano anche condannati con pene gravi e definitive, che vengono lasciati in queste strutture non attrezzate per detenzioni così lunghe: “Le case circondariali sono il portone d’ingresso al sistema penitenziario, quindi sono i primi istituti che si riempiono oltre la capienza”, spiega il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia. A Foggia, Regina Coeli e Monza il tasso di affollamento si aggira attorno al 150 per cento. Le carceri sono strapiene, ma manca il personale che dovrebbe sorvegliarle. Secondo il segretario di Uilpa Polizia penitenziaria, Gennarino de Fazio, “servirebbero almeno altri 18mila agenti, la metà del fabbisogno totale, che è di 36mila”.

Manca anche chi dovrebbe occuparsi della salute mentale dei detenuti, un aspetto cruciale per la prevenzione dei suicidi. Secondo l’associazione Antigone in media nelle carceri italiane lo psichiatra c’è solo per dieci ore a settimana ogni cento persone, lo psicologo per venti ore. Nelle prigioni dove si sono registrati più suicidi questi numeri scendono. 

Questo quadro, molto preoccupante, ci porta a chiederci: cosa vuole fare la politica a riguardo? E cosa nello specifico il nuovo governo? Durante il suo discorso d’insediamento alla camera, Giorgia Meloni ha dedicato qualche parola anche alla questione carceri accennando che la soluzione sarebbe “un nuovo piano di edilizia penitenziaria”. 

Cosa che però non convince gli addetti del settore. Ad esempio Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio, ha dichiarato che è una falsa soluzione perché “Negli ultimi 25 anni la capacità dei nostri istituti è aumentata di 15mila posti. Ma nello stesso periodo è aumentato anche il numero di detenuti. I posti non basteranno mai, costruire nuove carceri non serve a niente”. Mentre secondo Susanna Marinetti, coordinatrice nazionale di Antigone, bisognerebbe “ripensare le politiche penali, quelle che decidono chi finisce in carcere”.

Spendiamoci anche noi due parole. Io non sono un giurista ma se interpreto bene la giurisdizione italiana il carcere nel nostro paese ha due e solo due funzioni. Quella protettiva, del tipo ti metto in carcere perché se resti fuori potresti continuare a far del male a qualcuno, e quella, strettamente connessa, riabilitativa, quindi mentre stai dentro ti metto nelle condizioni per cui quando esci non torni a fare le cose che facevi prima. 

Ecco, quest’ultima parte è quasi assente da noi, nelle nostre carceri, e la cosa assurda è che quando è presente ha risultati clamorosi. Basta spesso delle attività anche apparentemente banali (un corso di teatro) per abbattere le recidive una volta usciti fino all’80%. E poi parallelamente c’è da tanto lavorare fuori, sul tipo di società che costruiamo, sulla prevenzione, sul benessere di tutte le persone. Credo che il sovraffollamento delle carceri non sia mai solo un problema di spazio.

QUELLE NAVI FERME NEI PORTI

Un’altra questione che sta tenendo banco, riportandoci tristemente con la memoria al primo governo Conte con Salvini ministro dell’Interno, è la questione delle imbarcazioni che trasportano migranti ferme in altomare che chiedono il permesso di attraccare, permesso che fin qui è stato loro negato, in Italia.

Oggi non c’è più Salvini agli interni, ma il nuovo ministro era allora Capogabinetto di Salvini, quindi uno che metteva in pratica quello che Salvini diceva a livello di dichiarazioni e clamore mediatico. Il braccio, ma anche pi+ di un braccio. E Salvini è oggi Ministro alle Infrastrutture, quindi può mettere tranquillamente voce anche sulle questioni dei porti. 

La situazione al momento è questa. Ci sono tre imbarcazioni con sopra complessivamente quasi un migliaio di persone che sono in attesa di sbarcare da qualche parte. Queste imbarcazioni sono gestite da volontari di varie Ong che hanno raccolto queste persone migranti al largo della Libia e poi hanno fatto domanda al governo italiano e a quello maltese di poter attraccre in un porto, visto che la nosrmativa europea prevede che i porti più vicini, sicuri e adatti si debbano far carico dello sbarco delle persone in mare in difficoltà. ma non hanno ricevuto risposta. 

Scrive la redazione del Fatto Quotidiano: “Sono 985 le persone in attesa di un porto sicuro su tre diverse navi di salvataggio. La Commissione europea chiede ai Paesi membri di mettere a disposizione i propri porti nel più breve tempo possibile per garantire aiuto e soccorso ai naufraghi, invitando però tutti gli Stati membri a una maggiore solidarietà intraeuropea”. 

Ciò significa che l’Italia ha il dovere di accogliere le imbarcazioni su cui viaggiano persone in difficoltà, così come altri paesi hanno il dovere, successivamente, di accoglierle e non lasciare che sia il solo paese di approdo a sobbarcarsi la responsabilità per i nuovi arrivati (fatto salvo il primo soccorso, ovviamente). Tutto ciò ha aperto una crisi diplomatica fra Italia e Germania che si stanno scannando proprio sul tema dell’accoglienza. Sulle spalle delle persone che sono ancora in mare in condizioni sempre peggiori. 

“Adesso non c’è più tempo da perdere”, fanno sapere al fatto gli operatori delle tre imbarcazioni Ocean Viking, Humanity 1 e Geo Barents. “Devono sbarcare urgentemente, ecco perché abbiamo chiesto alle autorità marittime di Grecia, Spagna e Francia, che sono le più ‘in grado di fornire assistenza’, di facilitare la designazione di un porto sicuro per lo sbarco di uomini, donne e bambini”

Più avanti nell’articolo leggo: “La situazione a bordo della Ocean Viking sta precipitando, le previsioni meteo annunciano vento forte, onde alte e un abbassamento delle temperature entro la fine della settimane e le scorte si stanno esaurendo. I naufraghi devono sbarcare senza ulteriori ritardi. Siamo di fronte a un’emergenza assoluta e ogni ulteriore giorno di attesa potrebbe avere conseguenze potenzialmente letali”.

Ora, non voglio banalizzare. Il tema delle migrazioni è molto complesso, e sicuramente pieno di contraddizioni. Ma da qualche parte dobbiamo mettere un punto fermo su cui iniziare a costruire una soluzione, e il punto fermo, per me, è che non è umano fare restare in mare in condizioni terribili mille persone: persone peraltro già traumatizzate, che durante questo viaggio, come scrive Alessandro Puglia su Vita, hanno perso amici, compagni, compagne, genitori.

Non basta fare quello per risolvere il problema, sono d’accordo. Ma intanto facciamolo. Anche perché non mi pare che chi vuole i porti stia lavorando alacremente per trovare soluzioni alla crisi migratoria. 

GLI ABUSI SULLE ATLETE DI GINNASTICA RITMICA  

Intanto nel nostro paese sta scoppiando un caso “abusi” nel mondo della ginnastica ritmica. “Negli ultimi giorni – scrive il Post – alcune ex atlete italiane hanno parlato pubblicamente degli abusi fisici e psicologici subiti quando erano adolescenti e frequentavano il centro federale di ginnastica ritmica dell’Accademia di Desio. La prima a raccontare la propria storia è stata l’atleta della Nazionale Nina Corradini. Dopo la sua intervista, hanno parlato pubblicamente anche altre ragazze e donne raccontando esperienze molto simili tra loro. Nel frattempo, la procura di Brescia ha aperto un’indagine e in mattinata il nuovo ministro dello Sport Andrea Abodi ha incontrato il presidente del CONI Giovanni Malagò e il presidente di Federginnastica, Gherardo Tecchi”.

A giudicare da queste prime testimonianze emerse, e dalla velocità con cui alla prima denuncia ne sono subito seguite altre, l’impressione è che si stia scoperchiando una specie di vaso di Pandora, e che quelle pratiche descritte da Corradini possano non essere considerate delle eccezioni – le famose mele marce – ma una desolante consuetudine, perlomeno in alcuni circoli. 

Parliamo di umiliazioni costanti. Corradini ha spiegato che veniva quotidianamente pesata con le altre compagne, «in mutande e davanti a tutti, sempre dalla stessa allenatrice», che segnava i dati su un quadernino e dava poi il proprio giudizio: «Cercavo di mettermi ultima in fila, non volevo essere presa in giro davanti alla squadra. L’allenatrice mi ripeteva ogni giorno: “Vergognati”, “mangia di meno”, “come fai a vederti allo specchio? Ma davvero riesci a guardarti?”. Una sofferenza». Il controllo del peso, ha detto Corradini, avveniva dopo la colazione: «Infatti per due anni non l’ho mai fatta. Ogni tanto mangiavo solo un biscotto, ovviamente di nascosto, mentre ci cambiavamo per l’allenamento. Mi pesavo 15 volte al giorno».

A leggere queste cose sembrano emergere da una cultura lontana, novecentesca, quella dello sport come sofferenza e sacrificio. Che però, mi rendo conto, in alcuni ambienti altamente competitivi sembra essere rimasta invariata. Ho il sospetto – ma non ho dati a supporto della mia teoria – che a livelli alti di competizione siano associati più frequentemente meccanismi di violenza e umiliazione, come se avessimo bisogno di quel tipo di benzina per spingerci oltre le nostre capacità. Tipo il film Whiplash, non so se avete presente (anche se lì era il mondo della musica e non dello sport). Questo, chiarisco, non lo dico a discolpa degli insegnanti di ginnastica ritmica, ma piuttosto come riflessione se ha senso intendere lo sport in questa maniera ipercompetitiva. 

ETIOPIA, FIRMATO ACCORDO DI PACE NEL TIGRAY

Ci spostiamo in Etiopia dove l’altroieri è arrivata una notizia inaspettata. Ovvero una specie di accordo di pace, di intesa fra il governo etiope e le forze ribelli della regione del Tigray (Fronte di liberazione del popolo del Tigray – Tplf).

Un accordo di pace vero e proprio non è stato ancora firmato ma c’è stato l’annuncio che un accordo è stato raggiunto e una breve dichiarazione congiunta delle due parti, che è già tanto. Scrive la redazione di Nigrizia: “Il capo della troika di mediazione dell’Unione Africana, l’alto rappresentante per il Corno d’Africa Olusegun Obasanjo – gli altri sono l’ex presidente kenyano Uhuru Kenyatta e l’ex vicepresidente sudafricano Phumzile Mlambo-Ngcuka -, ha annunciato la firma di un accordo sulla «cessazione permanente delle ostilità e il disarmo sistematico, ordinato, regolare e coordinato» delle milizie tigrine.

La breve dichiarazione congiunta delle parti in conflitto parla di “un programma dettagliato di disarmo” e “ripristino dell’ordine costituzionale” nel Tigray, con entrambe le parti che accettano di “mettere a tacere permanentemente le armi” e “fermare ogni forma di conflitto e propaganda ostile“, invitando gli etiopici all’interno del paese e all’estero a sostenere gli sforzi per una pace duratura. “Gli studenti devono andare a scuola, gli agricoltori e i pastori nei loro campi e i dipendenti pubblici nei loro uffici”, si legge nella dichiarazione.

Ora, si tratta di un’ottima notizia, anche se va presa con le dovute cautele. Ci sono infatti due elementi di criticità che rimangono: il primo è che manca una data o un termine che indichi chiaramente a partire da quando e come concretamente avverrà tutto questo. 

Il secondo è il conflitto ormai da diverso tempo non era più solo una questione interna all’Etiopia, ma era coinvolta anche l’Eritrea, che aveva inviato ingenti truppe a sostegno del governo di Addis Abeba. Eritrea che non era rappresentata ai colloqui di pace, e adesso sono in vari osservatori a chiedersi se l’Eritrea ritirerà pacificamente le sue truppe oppure no. 

La situazione nel Tigray, intanto – continua l’articolo – resta disastrosa. Le comunicazioni, i trasporti e i collegamenti bancari per oltre 5 milioni di persone sono stati interrotti dallo scoppio della guerra, così come l’accesso a Internet e alle comunicazioni telefoniche mobili e fisse. La regione è stata, insomma, sottoposta a un blackout imposto dal governo che rende difficile valutare l’entità dell’impatto della guerra.

Le Nazioni Unite parlano di migliaia di vittime, con circa 3,5 milioni di sfollati interni solo quest’anno, e una crisi alimentare e sanitaria aggravata dal blocco degli aiuti internazionali alla popolazione. Comunque l’accordo di pace, se tutto andrà come sperato, è un nuovo punto zero da cui ricominciare a risalire la china.

RUSSIA-UCRAINA: GLI ACCORDI SUL GRANO E IL PATTO TRUMP-PUTIN

Al volo sulla situazione russo-ucraina. La principale novità è che la Russia è rientrata all’interno degli accordi sul grano e i flussi in uscita sono pronti a riprendere. 

L’altra questione interessante che tiene banco sui giornali è l’inchiesta del New York Times secondo cui ci sarebbe stato, alla vigilia delle ultime elezioni americane, quelle in cui Biden ha sconfitto Trump, uan sorta di accordo fra Trump e Putin che i media chiamano Accordo di Aleppo in cui Trump si impegnava a chiudere un occhio sulla futura invasione russa dell’Ucraina in cambio di una mano nella campagna elettorale.

Mi sembra una faccenda abbastanza nebulosa e aspetto di avere più informazioni e di vederci più chiaro per commentarla, ma intanto mi pareva importante almeno accennarla.

VERSO COP27 – LE GIRAVOLTE DEL REGNO UNITO 

Va bene, ci avviamo a conclusione della puntata con la notizia dell’inversione di marcia del nuovo premier del Regno Unito Rishi Sunak su COP 27. Sunak in questi primi giorni di governo ha avuto delle posizioni in tema ambientale davvero difficili da inquadrare. Appena arrivato, nel suo primo giorno a Downing Street, ha smantellato quello che restava del programma ambientale (o meglio antiambientale) di Liz Truss ripristinando il bando al fracking, il dannosissimo metodo di estrazione di gas e petrolio nelle profondità del sottosuolo, che la sua predecessora aveva almeno temporaneamente sospeso nella sua breve esperienza di governo. 

Non male come prima mossa. Peccato che pochi giorni dopo l’ha voluta bilanciare con la decisione di non andare a Cop 27, il summit internazionale sul cambiamento climatico che comincia fra pochi giorni in Egitto. Il premier britannico si è giustificato con l’esigenza di occuparsi della grave crisi economica nazionale, ma il messaggio lanciato è chiaro: il clima non è così importante. 

Il povero Re Carlo III avrà bestemmiato in tutte le lingue perché è in fissa con le conferenze sul clima, e prima gli era stato proibito di partecipare da Liz Truss, poi sperava d trovare maggiore apertura nel successore e invece nemmeno lui sembra dargli corda, e allora ha detto “sapete che? Io organizzo un summit nel Regno Unito”.

Ma a quel punto è arrivato il colpo di scena: Sunak ha fatto inversione e ha scritto su Twitter che parteciperà al Summit. Scrive il Guardian: “Sunak ha annunciato l’inversione di rotta su Twitter, senza fare riferimento alla sua precedente riluttanza, dicendo: “Non c’è prosperità a lungo termine senza un’azione sul cambiamento climatico. Non c’è sicurezza energetica senza investire nelle energie rinnovabili. Ecco perché parteciperò alla Cop27 la prossima settimana: per portare avanti l’eredità di Glasgow di costruire un futuro sicuro e sostenibile”.

Pare che dietro al cambio di rotta ci sia anche la pressione esercitata sia dall’elettorato che dal partito conservatore, all’interno del quale c’è una frangia molto interessata a difendere gli obiettivo net Zero del Regno Unito. 

E GLI AGGIORNAMENTI DA

Sempre per la serie: Verso COP 27, anche oggi ospitiamo un contributo di una delle partecipanti alla Conference of Youth, la conferenza dei giovani sul clima che precede appunto la COP vera e propria. Ragazze e ragazzi da tutto il mondo stanno lavorando a un documento condiviso che poi verrà consegnato nelle mani dei negoziatori per influenzare l’esito della conferenza. Oggi sarà Irene Delfanti, designer e attivista per i diritti delle popolazioni indigene, a raccontarci cosa è successo. 

A te la parola Irene: 

INTERVENTO IRENE

Va bene, siamo oltre tempo massimo, ma afetmi fare due segnalazioni. la prima è che è uscito il report “State of the Climate in Europe” pubblicato dalla World metorological organization (WMO) e dal Copernicus Climate Change Service (C3S) dell’Unione europea, che per farla breve ci dice che «Negli ultimi 30 anni, le temperature in Europa sono aumentate di oltre il doppio della media globale, la più alta di qualsiasi altro continente del mondo. Mentre la tendenza al riscaldamento continua, il caldo eccezionale, gli incendi, le inondazioni e altri impatti dei cambiamenti climatici influenzeranno la società, le economie e gli ecosistemi».

La seconda segnalazione è un articolo di Valori dal titolo Come la banca Mondiale finanzia la crisi climatica. Leggetevelo, è interessante.

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