6 Dic 2022

La settimana lavorativa corta funziona – Io Non Mi Rassegno #632

Molti paesi, da ultima l’Irlanda, stanno facendo esperimenti sulla settimana lavorativa corta, con risultati sorprendenti, ma qualche resistenza. Torniamo a parlare anche di Iran, perché ieri, forse preso dall’entusiasmo, ho dato una lettura un po’ superficiale dei fatti. Parliamo anche della pace in Etiopia e delle sfide che deve affrontare, di Leonardo che è l’azienda numero uno in Europa per fatturato da armi e di uno strano articolo di Repubblica sull’acqua del rubinetto.

I VANTAGGI DELLA SETTIMANA CORTA

Si è da poco concluso un esperimento sulla settimana lavorativa corta in Irlanda e allora il Post ne approfitta per pubblicare un interessante articolo che racconta come è andato quell’esperimento ma anche come sono andati gli altri esperimenti simili fatti di recente in altri paesi. 

“Il primo esperimento di riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni condotto in Irlanda, e terminato da poco, ha mostrato benefici sia per le aziende che per i lavoratori. Il progetto pilota irlandese ha coinvolto 33 società e 903 lavoratori, che hanno lavorato quattro giorni invece che cinque con la stessa retribuzione, ed è stato seguito dall’organizzazione non profit 4 Day Week Global, assieme al Boston College, e alle Università di Dublino e di Cambridge.

Nessuna delle 27 aziende che hanno risposto al questionario di fine programma ha dichiarato di voler tornare al vecchio sistema e tutte sono rimaste soddisfatte della produttività e dei risultati dei lavoratori. Il progetto ha mostrato risultati positivi anche sul fronte dei ricavi, che sono aumentati del 38 per cento rispetto all’anno precedente, secondo quanto dichiarato dalle aziende nei questionari.

Anche i dipendenti hanno mostrato soddisfazione: circa il 97 per cento dei 495 dipendenti che hanno risposto al questionario si è detto pienamente soddisfatto del progetto. In generale hanno rilevato livelli più bassi di stress e di affaticamento, oltre che miglioramenti in salute, sia mentale che fisica”.

L’articolo passa poi in rassegna le altre sperimentazioni fatte negli ultimi anni in vari paesi. 

“In Islanda, Belgio, Spagna, Regno Unito e Giappone sono stati condotti esperimenti simili che hanno tutti dato risultati incoraggianti, in cui tanto le aziende quanto le persone sono rimaste soddisfatte”. 

Visto i risultati verrebbe da chiedersi cosa stanno aspettando i vari paesi e le aziende ad introdurre un sistema del genere. L’articolo del Post prova a riassumere i principali vantaggi e svantaggi di una scelta del genere. I vantaggi sembrano molti: lavorare meno ore migliora la soddisfazione lavorativa, il bilanciamento fra tempo libero e lavoro, inoltre (cosa apprezzata dalle aziende) sembra che in maniera controintuitiva, concentrare in meno ore il lavoro garantirebbe un aumento della produttività. Potrebbe aumentare la partecipazione al lavoro delle donne, grazie a una suddivisione più bilanciata della cura della famiglia e porterebbe a un aumento dell’occupazione. 

Chi invece è contrario alla misura sostiene che lavorare meno senza ridurre il carico di lavoro rischia di sovraccaricare il lavoratore, causando più stress. Inoltre, molti fanno riferimento ai lavori su turni, che non possono lavorare per obiettivi e concentrare semplicemente il lavoro in meno ore (infermieri, commessi).

Vorrei aggiungere qualche considerazione. Nell’articolo si commette secondo me l’inesattezza, l’errore, di valutare pro e contro di queste misure sul mercato del lavoro così come è oggi. Mentre secondo me andrebbero valutati soprattutto in funzione di come sta evolvendo il mondo del lavoro, e il mondo in generale. Due fenomeni su tutti vanno considerati: da un lato l’automazione del lavoro, che richiederà agli esseri umani di lavorare meno, almeno in teoria. Dall’altro la necessità che le economie mondiali riducano progressivamente la loro dimensione, e quindi che anche il concetto stesso di produttività come meccanismo che spinge l’aumento dei salari e la crescita delle aziende venga rivisto. In quest’ottica la riduzione dell’orario di lavoro mi sembra ne possa uscire ulteriormente rafforzata, come misura.

AGGIORNAMENTI DALL’IRAN

Ieri forse mi sono fatto prendere un po’ dall’entusiasmo, sulla questione iraniana. Avrei dovuto usare delle formule un po’ più cautelative. L’ho fatto facendo affidamento su alcuni articoli di giornale nostrani eh, ma se avessi approfondito un po’ di più la questione mi sarei accorto che le cose non erano così chiare come venivano presentate.

Mi spiego. Ieri molti giornali parlavano del fatto che l’Iran aveva abolito la polizia morale e si apprestava, forse, a fare lo stesso col velo. In realtà ce n’erano già alcuni che insinuavano il dubbio che quelle parole fossero un po’ poco per assumerle come un dato di fatto. Oggi queste voci si sono moltiplicate. 

Vi leggo un pezzetto dell’articolo con cui ad esempio il Fatto Quotidiano fa marcia indietro, dopo essersi piuttosto sbilanciato, nelle parole di Gianni Rosini: “Fake news, marcia indietro o attesa per tastare le possibili conseguenze politiche? Ciò che è certo è che le speranze di un primo passo verso una svolta liberale, almeno nei costumi, nella Repubblica Islamica dell’Iran si scontrano col silenzio dei vertici governativi dopo le dichiarazioni del Procuratore generale iraniano, Mohammad Jafar Montazeri, che ieri ha annunciato che “la polizia morale non ha niente a che fare con la magistratura ed è stata abolita da chi l’ha creata”. Dall’esecutivo conservatore di Ebrahim Raisi e dagli ayatollah non è arrivata nessuna comunicazione ufficiale, tanto che i gruppi di protesta iraniani, che avevano già in programma tre giorni di proteste dal 5 al 7 dicembre, scenderanno comunque in strada per continuare a manifestare”.

Vi racconto ancora un po’ meglio come è andato il fatto. In una conferenza stampa una giornalista ha chiesto al Procuratore generale iraniano come mai non si vedesse più in giro la polizia morale, e lui ha detto che era stata abolita da chi l’aveva creata. Solo che in molti adesso sospettano che questa “abolizione” sia stata una sospensione momentanea dovuta alle proteste, o dovuta persino all’ipotesi che molti poliziotti siano stati arruolati nelle forze dell’ordine tradizionali a corto di personale per reprimere meglio le proteste, o cose del genere. 

Anche l’accenno ai cambiamenti nel dress code che stanno per arrivare sono a onor del vero molto vaghi, e soprattutto sono stati accolti dal silenzio più totale del governo. Ora, non voglio fare l’errore opposto di sminuire del tutto quelle parole, che comunque arrivano da una figura istituzionale chiave nella magistratura, e hanno un valore, non è che non ce l’hanno. Però non possiamo prenderle per fatti. Sono dichiarazioni, intenzioni, ipotesi. Quindi occhi aperti, e continuiamo a osservare. 

LA PACE IN ETIOPIA FUNZIONA?

Qualche settimana fa avevamo parlato dell’accordo di pace in Etiopia, dove da circa due anni si combatteva una guerra civile fra i ribelli della regione del Tigray e il governo centrale. Ieri è uscito un articolo su Nigrizia, il giornale nato nell’Ottocento come gazzettino dei missionari comboniani e diventato negli anni una finestra informativa interessante sul continente africano, che racconta le sfide di questo piano di pace. 

“Il cessate il fuoco nel conflitto tra Etiopia e Tigray, siglato in Sudafrica il 2 novembre e confermato in Kenya dieci giorni dopo, fa sperare in una definitiva conclusione della guerra che ha provocato morte, violenze e devastazione nella regione confinante con l’Eritrea e nelle aree limitrofe di Afar e Amhara. 

Chiudere il 2022 con almeno la possibilità che una nazione dell’Africa torni alla pace nella congerie di conflitti che affliggono il continente, segnerebbe un notevole successo per l’Unione Africana rappresentata nelle trattative da Olusegun Obasanjo, ex presidente della Nigeria, oltre che per il primo ministro etiopico Abiy Ahmed.

Purtroppo, è complicato tradurre in fatti concreti le condizioni definite dall’accordo di pace e sottoscritte da Addis Abeba e dal Tigray. Finora l’unica condizione attuata è stata la ripresa degli aiuti umanitari verso la regione nel nord dell’Etiopia, dove la crisi alimentare e la mancanza di medicinali hanno portato a un quasi collasso umanitario.

Per il resto, sono ancora molte le incognite. Il disarmo, la smobilitazione e la reintegrazione dell’esercito tigrino in quello federale, da realizzarsi entro 30 giorni dalla firma del cessate il fuoco, secondo le dichiarazioni dei leader del Fronte popolare di liberazione del Tigray, potranno avvenire solo una volta che le condizioni condivise sulla carta diverranno effettive.

Lo stesso accade nell’area del Tigray confinante con il Sudan, dove sono tuttora stanziate le milizie amhara che avevano conquistato il territorio considerandolo parte integrante dello stato regionale Amhara. Non si registra alcun segnale di ritiro di queste truppe verso la propria regione.

Nulla inoltre è finora successo riguardo alla condizione che il Tplf venga cancellato dalla lista di gruppi terroristi stilata dal governo di Addis Abeba.

Per rimuovere i tanti ostacoli sulla via di una pace effettiva e duratura – conclude l’articolo – sarebbe necessario che una delle parti in conflitto compisse un gesto forte. Riteniamo che il primo ministro dell’Etiopia, premio Nobel per la pace 2019, dovrebbe adoperarsi con fermezza per indurre l’esercito eritreo a fare un passo indietro. Da qui si potrà ripartire per un dialogo politico a tutto campo”.

Quanto è plausibile questa prospettiva? La redazione di Nigrizia non si sbilancia, dal canto mio posso solo ricordare che il fatto che Aby Ahmed abbia in passato vinto il premio Nobel non vuol dire granché, perché varie inchieste giornalistiche hanno lanciato non poche ombre e sospetti sull’operato del premier etiopico, sullo stesso piano di pace che lo portò a vincere il Nobel. 

LEONARDO PRIMA AZIENDA UE PER RICAVI DALLE ARMI

Sempre Nigrizia, e sempre a proposito di guerre, ci informa che l’azienda italiana Leonardo sta scalando posizioni nella classifica mondiale delle vendite di armi redatta dall’istituto indipendente svedese Sipri. “Secondo i dati raccolti dall’istituto da fonti aperte, il gruppo italiano ha realizzato vendite per circa 13,9 miliardi nel 2021 con un incremento del 18% sull’anno precedente. Si è così portato al 12° posto della classifica mondiale, ma al primo posto fra le aziende europee), classifica guidata dalla statunitense Lockheed Martin. Le vendite di armi di Leonardo, secondo i calcoli dell’istituto, rappresentano l’83% dei ricavi totali.

E pare che i dati, per il colosso militare italiano, saranno ancora migliori nel 2022. I suoi primi nove mesi, infatti, vanno in archivio con un utile netto di 387 milioni, in salita del 69% rispetto allo stesso periodo del 2021. I ricavi ammontano a 9,9 miliardi, in crescita del 3,7%, grazie soprattutto agli ordini della divisione elicotteri: +93% rispetto ai primi 9 mesi del 2021, sulla scia della commessa incassata dal ministero della difesa polacco per 32 elicotteri multiruolo AW149.

Ah… le soddisfazioni del made in Italy. Ovviamente, la crescita di Leonardo, pur superiore alla media, si inserisce in una generale crescita della domanda di armi dovuta allo scoppio della guerra in Ucraina. Il balzo della domanda nei paesi occidentali, si legge nel rapporto, è sostenuto soprattutto dalla necessità, in particolare da parte degli Usa, di ricostituire le scorte dopo i massicci invii a favore dell’Ucraina.  

ACQUA DEL RUBINETTO OBBLIGATORIA NEI RISTORANTI IN SPAGNA

C’è una notizia che non è una notizia, ma che al tempo stesso è una notizia molto interessante. Confusi? Comprensibile. La Repubblica nella sua sezione Green&Blue

dedicata alle tematiche ecologiche dedica un articolo al fatto che in Spagna adesso i ristoratori sono obbligati a offrire l’acqua del rubinetto ai propri clienti. La notizia viene ripresa da altri siti, giornali e media, come Will Ita. 

Solo che la notizia in realtà non è una news vera e propria, perché la legge spagnola in questione risale al marzo scorso, e difatti Repubblica glissa su quando sarebbe entrata in vigore la legge. Nondimeno, l’articolo attacca in maniera abbastanza diretta l’usanza italiana di bere acqua in bottiglia. 

Ve ne leggo alcuni estratti, l’articolo è a firma di Paolo Cognetti: “L’acqua come la porto? Naturale o frizzante?”.È la prima domanda che viene posta ai clienti dei ristoranti subito dopo essersi seduti a tavola. Si dà per scontato che una bottiglia debba essere servita e poi messa in conto, si arriva facilmente a tre euro nelle grandi città. Non si prende più nemmeno in considerazione di offrire quella di rubinetto. In Spagna invece hanno pensato che si tratta di una mezza follia e impongono alle strutture ricettive di dare come alternativa l’acqua a chilometro zero, ovvero di rubinetto. L’obiettivo generale della legge è di ridurre gli sprechi e i rifiuti nel 2025 del 13% rispetto a quelli generati nel 2010 e del 15% nel 2030”.

Più avanti: “Ogni italiano beve 208 litri di acqua in bottiglia in un anno, per una spesa di 240 euro pro-capite che evidentemente danneggia l’ambiente oltre alle tasche. Altre stime meno “catastrofiste”, come quelle dell’Istat, parlano di 220 litri e circa 150 euro a testa l’anno. Le bottiglie comprate sarebbero fra i 7,2 e gli 8,4 miliardi, che poi diventano rifiuti da trattare annualmente”.

Insomma, qui la notizia non è tanto il fatto in sé, bello, importantissimo, ma vecchio. È che la Repubblica abbia pubblicato un articolo come questo, usando questa notizia di poca attualità quasi come espediente per criticare molto nettamente l’usanza italiana di bere acqua in bottiglia. Non so dirvi perché questo articolo sia stato scritto, e scritto così, ma mi sono appuntato questo fatto mentalmente fra le cose strane, interessanti e sorprendenti che capitano di questi tempi.

FONTI E ARTICOLI

#settimana corta
il Post – I sorprendenti esperimenti sulla settimana corta

#Iran
Il Fatto Quotidiano – Dal governo iraniano nessuna conferma sull’abolizione della polizia morale. Così i manifestanti tornano in piazza

#Etiopia
Nigrizia – Etiopia, le debolezze di una “quasi pace”

#armi
Nigrizia – Difesa: Leonardo prima azienda dell’Ue come ricavi per vendita di armi

#acqua
la Repubblica – La Spagna obbliga i ristoranti a servire acqua del rubinetto, mentre in Italia impera la minerale

#biodiversità
The Guardian – Making sense of Cop15: what to look out for in Montreal

#impatto digitale
Rinnovabili.it – Terra Cloud e Schneider Electric uniscono le forze per accelerare sulla sostenibilità dei Data Center

#polizia cinese
il Post – In Italia ci sono molte stazioni non autorizzate della polizia cinese

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