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13 Mar 2014

Vangelo e lavoro contro crisi e camorra: Don Aniello Manganiello a Scampia

Scritto da: Laura Pavesi

Don Aniello Manganiello è stato parroco di Scampia – il tristemente famoso quartiere alla periferia settentrionale di Napoli – per sedici anni, dal 1994 al 2010. Sedici anni durante i quali ha combattuto la criminalità organizzata, strappando alla manovalanza della camorra tantissimi giovani, criticando apertamente l’ipocrisia e la superstizione degli affiliati che ostentano case piene […]

don-aniello-manganiello-2Don Aniello Manganiello è stato parroco di Scampia – il tristemente famoso quartiere alla periferia settentrionale di Napoli – per sedici anni, dal 1994 al 2010. Sedici anni durante i quali ha combattuto la criminalità organizzata, strappando alla manovalanza della camorra tantissimi giovani, criticando apertamente l’ipocrisia e la superstizione degli affiliati che ostentano case piene di immagini sacre e rifiutandosi persino di dare la comunione ai camorristi e di battezzare i loro figli.

Don Manganiello per questo ha subìto pesanti minacce (soprattutto quando accompagnò una troupe televisiva nei luoghi dello spaccio), ma nonostante gli enormi ostacoli – anche da parte della politica locale – è riuscito a compiere un vero e proprio ‘miracolo’: accendere una luce di legalità e di speranza per il futuro nei bambini e nei ragazzi che vivono in quello che è considerato il quartier generale della camorra. Tra i tanti giovani che Don Manganiello ha strappato alla criminalità, ci sono l’ex boss Tonino Torre, che oggi vive di lavori onesti, e Davide Cerullo, ex pusher del clan Di Lauro, che ora è padre di famiglia, scrive libri e gira l’Italia parlando di legalità.

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Eppure, il 10 ottobre 2010 – malgrado le raccolte di firme, le fiaccolate e le petizioni organizzate dai residenti di Scampia – Don Manganiello celebra la sua ultima Messa nel quartiere e viene trasferito per “motivi di avvicendamento” a San Giuseppe al Trionfale, una delle parrocchie più borghesi e “tranquille” di Roma. “Sono un religioso dell’Opera Don Guanella e, come tale, devo seguire le regole interne della Congregazione religiosa, che stabiliscono che un sacerdote non debba stare troppo tempo in un posto”, aveva commentato all’epoca Don Manganiello.

Dopo il trasferimento, però, è rimasto a Roma solo tre mesi e nel gennaio 2011, come consente il Diritto Canonico, ha chiesto alla sua Congregazione un “anno sabbatico”. È tornato a vivere nel suo paese natale, Camposano (in provincia di Napoli) dove ha ripreso la sua battaglia in favore della legalità: nel 2011 ha scritto il libro “Gesù è più forte della camorra. I miei sedici anni a Scampia tra lotta e misericordia”, in collaborazione col giornalista Andrea Manzi, e nel 2012 ha fondato “ULTIMI – Associazione per la legalità e contro le mafie”.

Mentre lo intervistiamo, Don Manganiello ci spiega che non ha mai più fatto ritorno a Roma e che vive ancora a Camposano: “Sono nato in questo paese sessanta anni or sono. Non sono parroco, ma semplice sacerdote, impegnato a diffondere l’associazione ULTIMI sul territorio nazionale, con l’apertura di presidi. Tutto questo, con il permesso dei miei superiori dell’Opera Don Guanella. Oggi è difficile coinvolgere giovani e adulti in un’esperienza associativa, finalizzata al bene e alla difesa di coloro che subiscono ingiustizia per le cause più svariate. Vivo, però, anche il mio essere sacerdote, collaborando con il parroco del mio paese”.
Manganiello-Giù-le-mani

Don Aniello, lei è stato parroco di Scampia per 16 anni: ci può tracciare un breve bilancio degli anni trascorsi al servizio del quartiere partenopeo? Quali sono gli ostacoli maggiori che ha incontrato e quali, invece, le maggiori soddisfazioni e note positive?
“Questa domanda è assai complessa, perché fotografare in poche battute 16 anni di parroco a Scampia non è semplice. Ho scritto un libro dove racconto i miei 16 anni: ero arrivato a Scampia nel 1994 con paure e pregiudizi e ho lasciato il “Rione don Guanella” nel 2010 con le lacrime agli occhi e con tanta sofferenza. Naturalmente non posso negare che la camorra continua a condizionare ogni attività: commerciale, economica, politica con grande sofferenza da parte dei cittadini. Questa sofferenza e rabbia represse, per ovvi motivi, mi ha spinto a dare loro voce, a mettermi al loro fianco con il sostegno, con l’aiuto economico, spesse volte, e con il denunciare il malaffare e le azioni illegali e criminali della camorra.

Ho ricevuto minacce di morte o di percosse da parte dei camorristi, non perché negavo i sacramenti, ma perché danneggiavo i loro guadagni illegali. I percorsi culturali, le attività formative, lo sport, il calcio, il volontariato, le esperienze associative, le fiaccolate nel rione sono servite per inoculare nei cittadini il coraggio di riappropriarsi del loro territorio. Un lavoro impegnativo e paziente, realizzato con la collaborazione di tanti giovani e adulti. Gli ostacoli sono venuti dalla camorra e non solo, anche dalle Istituzioni della città e dall’autorità ecclesiastica.

A volte ho l’impressione che buona parte della gerarchia ecclesiastica ritenga che il ruolo della Chiesa nella società sia solamente di tipo spirituale, caritativo e sacramentale. È necessario, invece, che la Chiesa dia voce a coloro che subiscono violenze, che condanni la corruzione nella politica, che denunci la diffusione devastante della criminalità organizzata e condanni questo sistema economico che sta gettando nella disperazione milioni di famiglie. È vero che la Chiesa ha messo in campo iniziative per soccorrere i poveri e i disperati, ma deve altresì gridare, denunciare il male in qualsiasi modo si manifesti. Le conversioni di camorristi e i tanti giovani che, attraverso le attività della parrocchia guanelliana, si sono riscattati e si sono tenuti lontani dalle “sirene” della camorra, costituiscono uno spaccato e una realtà che mi hanno riempito il cuore e mi hanno motivato profondamente nella mia azione. La motivazione principale, evidentemente, è il Vangelo, che è stata la causa principale di queste numerose conversioni e che è anche “luce, strada e pane per il cammino”.
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA  FINI A SCAMPIA

In base alla sua lunga esperienza, quali sono gli strumenti più adatti ed efficaci a tenere i ragazzi lontani dall’illegalità e sconfiggere la criminalità organizzata – non solo a Scampia, ma in tutto il Paese?
“È necessaria, oggi, una rivoluzione culturale che coinvolga tutti – ragazzi, giovani e adulti – attraverso percorsi culturali condivisi dalle diverse agenzie educative, a partire dalle scuole, dagli oratori… Ma ritengo che la strategia educativa più incisiva sia quella di intercettare i ragazzi e i giovani dove vivono, dove fumano, dove si ubriacano, dove ballano. Aspettarli, invece, si è rivelata una strategia fallimentare”.

Come e quando è nata l’idea di fondare l’associazione “Ultimi per la legalità”? E quali sono i progetti per il futuro?
“È nata per dare continuità – ma con una ricaduta a livello nazionale – alla ricca e difficile esperienza di Scampia. Insieme a diversi giovani parrocchiani e non, ho dato vita a “ULTIMI – Associazione per la legalità e contro le mafie”. Le due finalità principali sono creare percorsi di educazione alla legalità e alla solidarietà nelle scuole e fare domanda di beni confiscati alle mafie, per realizzare progetti per le categorie disagiate della società”.

Lei è religioso dell’Opera don Guanella: c’è un messaggio di S. Luigi Guanella che ritiene più che mai attuale?
“Date pane e Signore” è una delle frasi più profonde di don Guanella, che si può anche cambiare in “Vangelo e legalità”, “Vangelo e lavoro”. È certamente un’affermazione attuale, anzi necessaria e indispensabile, per iniziare la risalita dalla crisi che sta devastando il Paese. Ho scelto la congregazione di don Luigi Guanella perché la scelta preferenziale dei poveri risponde al mio sentire e alla mia decisione di fare qualcosa per gli ultimi della società.

La convinzione profonda di don Luigi Guanella nel considerare Dio come “Padre e Provvidenza” è il sentire e l’esperienza che hanno attraversato la mia vita fin da piccolo, in quanto sono orfano di padre e ultimo di otto figli, e sono cresciuto dentro una grande miseria. “Il non avere avuto” non ha provocato in me rabbia, ma l’essere attraversato da Dio, Padre Provvidente, mi ha inoculato la decisione di fare qualcosa per i più poveri e i meno fortunati della società”.

Laura Pavesi

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