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5 Mag 2016

Il calcio e la vita: riflessioni sulla favola del Leicester City

A dispetto di ogni pronostico e con pochissimi giocatori “di alto livello”, il Leicester City, allenato da Claudio Ranieri, ha vinto la Premier League. Le riflessioni di Alessandro Pertosa e Lucilio Santoni in merito a quello che da alcuni è stato definito “l’evento sportivo più sconvolgente di sempre”.

I soldi non comprano tutto. E la vittoria del Leicester sta a ricordarci, ancora una volta, che i piccoli possono battere i grandi. Che la poesia del calcio, per qualche giorno, è salva. Ma che – per non morire di realtà – chi vuole salvarsi dalla violenza strisciante della quotidianità deve scorgere disperatamente all’orizzonte il baluginio incessante di un nuovo sogno. Perché le Foxes, le Volpi, ce l’hanno fatta: hanno raggiunto la vetta e da lassù dominano l’Inghilterra e domani, chissà, il mondo (anche loro, come gli altri…). E finiranno per rivelarsi come un modello, un’ideologia, o l’ennesimo esempio da seguire.

Il Leicester City, allenato da Claudio Ranieri, ha vinto la Premier League

Il Leicester City, allenato da Claudio Ranieri, ha vinto la Premier League

Nel frattempo spariranno i sogni. L’utopia della gloria – nei loro occhi, nel cuore – si frantumerà lentamente: lo sfiancamento si rivelerà struggente. Perché già ora, in questo momento, sì, proprio oltre ogni più rosea aspettativa, loro, proprio loro sono finalmente – ma non ci si dimentichi che alla fine tutto muore – i campioni della Premier League. Con la corona in testa, alla destra della regina, in mezzo al suo codazzo, seri e orgogliosi come baronetti se ne stanno a guardare gli sconfitti. Ricchi, ricchissimi, ma sconfitti. Dal gradino più basso del podio qualcuno scorge persino Elio Petri, o uno che gli somigli: la classe operaia è andata in paradiso, e da lì non potrà più tornare…

 

Ranieri in Grecia aveva toccato il fondo, era sceso negli inferi, un anno e mezzo fa, non di più. Ranieri oggi ha vinto il campionato, ma ha perduto la dignità della sconfitta che difficilmente appartiene alla vittoria. Ha perduto la poesia. I suoi tifosi, i suoi uomini hanno già smesso di sognare. Come quando si diventa grandi, o come i grandi ci si rimpettisce, si diventa seri: perché la vita – dice chi pensa di sapere come vanno le cose – non è un gioco; bisogna prenderla di petto, vincere, inchiodarsi sul trono, nel punto più alto della piramide sociale, e da lì, dal vertice, dominare il mondo. Ma dal vertice si può solo scendere. E forse, per continuare a vivere, è l’unica cosa che valga la pena fare. Sperare la disperazione. Sperare ciò che non può essere sperato. Sognare l’impossibile. Per restare aggrappati al colore dell’esistenza, che si staglia sulla via mediana, indistinta, tra terra e cielo…

 

 

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