3 Ott 2016

In viaggio nella Transizione – Totnes, cominciamo dalla High Street

Scritto da: Deborah Rim Moiso

Cosa distingue la strada principale di Totnes, culla della Transizione, da quella di molte altre città nel mondo? Ce ne parla in questo articolo Deborah Rim Moiso che sta trascorrendo un mese nella cittadina nel sud-ovest dell'Inghilterra dove il movimento delle Transition Towns è nato, grazie all'intuito di Rob Hopkins, il padre fondatore.

Mentre scendo la strada principale di Totnes (una ripida discesa con vista su campanili, pascoli e la nebbiolina che sale dal fiume Dart) mi accorgo che è piena di gente. In effetti, la strada principale di Totnes, paesino dell’Inghilterra meridionale, 20 miglia dal mare e culla del movimento di Transizione, è sempre piena di gente. Che, cosa strana per queste parti, quando si incrocia per strada ti guarda negli occhi, sorride, e dice buongiorno.

 

La strada principale di Totnes

La strada principale di Totnes

Mi trovo qui per un mese, nell’ambito di un programma di scambio europeo legato alla Climate KIC, o Knowledge Innovation Community. Partecipo, spesata dall’Unione, ad un progetto di disseminazione di conoscenze e innovazione sul tema del cambiamento climatico. Bene, e cosa c’entra la strada principale di Totnes?
Qui la Transizione è attiva da 10 anni, festeggiati da poco. L’esperimento continua, con miriadi di gruppi e iniziative impegnati in ogni cosa, dalla piantumazione di alberi di noci all’organizzazione di visite guidate alle “eco-case”. Il focus principale, in questi mesi, è sulla riprogettazione e riqualificazione di una vecchia fattoria dismessa, ATMOS Totnes.

 

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Il rumore delle macchine, però, è onnipresente. Il traffico non manca e i problemi sociali neanche. Ci sono mendicanti agli angoli delle strade e tanti discorsi preoccupati sul tema del diritto alla casa. Da cosa mi accorgo di trovarmi in un posto diverso dagli altri?

 

Prima di venire qui ho passato un paio di giorni a Reading, a trovare parte della nutrita comunità di “cervelli in fuga” che dall’Italia si sono spostati in quel centro di ricerca, tecnologia, innovazione e studi a due passi da Londra. Il centro di Reading, come il centro di qualunque altro paese o città di questa nazione, è dominato dalle catene. Costa Coffee, Starbucks, persino i pub sono franchising fatti con lo stampino.

 

Il centro di qualsiasi altra città inglese è dominato dalle catene, come Costa e Starbucks

Il centro di qualsiasi altra città inglese è dominato dalle catene, come Costa e Starbucks

 

A Totnes è diverso. Il paese è meta di turismo interno per i negozietti, gli artisti e gli artigiani, i mercatini e il cibo locale. Ed è meta anche di turismo straniero, sempre più, per motivi legati alla Transizione. Il documentario francese Demain, visto da oltre un milione di persone in Francia (e in uscita in Italia l’8 Ottobre), ha attratto nuovi visitatori d’oltremanica.

 

L’economia locale si vede. Nei nomi dei negozi, nelle date delle insegne. Nell’idiosincrasia dei prodotti esposti, che rivelano personalità, individui. Libreria locale con libri locali, vetrine con vestiti riparati o fatti a mano. Una ditta – no, due! – di pompe funebri “green” con urne di ceramica. Il pub locale che offre birra locale con foto dei luppoli coltivati qui.

 

Alcune di queste imprese sono nate grazie al Local Entrepreneur Forum (forum degli imprenditori locali), un evento nato proprio da Transition Town Totnes. L’incontro si tiene una volta l’anno, al pub: qui portatori di idee e progetti possono presentarsi alla comunità, che risponde con dei pledge, delle promesse di sostegno sotto forma di finanziamento economico, grande o piccolo che sia, o di aiuto pratico, ad esempio la realizzazione di campagne pubblicitarie o siti internet. L’appuntamento è giunto al quarto anno ed è già stato replicato in altre città e quartieri, compreso il quartiere di Brixton, a Londra. Il totale di finanziamenti raccolti a Totnes ha superato le 70mila sterline; sono nati sette posti di lavoro full time, cinque part time, e una dozzina di lavori occasionali o temporanei.

 

A Totnes l'economia locale si vede

A Totnes l’economia locale si vede

Qui a Totnes uno dei miei amici è un ragazzo di nome James, di 24 anni, che è nato e cresciuto da queste parti. Per James lo stile di vita della Transizione è semplicemente normale, anche se a volte, mi dice “sembra un po’ di vivere in una bolla”. James ha deciso di non continuare gli studi dopo le superiori: è partito per fare esperienze di volontariato in tutto il mondo (incluso raccogliere le olive a casa mia in Umbria, dove ci siamo conosciuti). Dopo qualche anno, ha deciso di ritornare a cercare lavoro nella sua città natale.

 

“Prima ho lavorato in una falegnameria, ma lo trovavo un po’ troppo pesante fisicamente. Ora mi hanno assunto a The Almond Thief, una panetteria e pasticceria subito fuori Totnes. Adoro questo lavoro, anche se gli orari sono duri. Sperimentiamo molte ricette: oggi andrò a impastare un pane nato da una mia idea, con le olive nere e i semi di girasole”.

 

E’ interessante scoprire che sia la falegnameria che la panetteria di cui parla James sono progetti nati e finanziati dal LEF: è grazie all’attivazione di questo circuito virtuoso di sostegno tra la comunità locale e i giovani imprenditori che il mio giovane amico ha trovato lavoro… e in un posto che ama.

 

transition-totnes

Ma tutta questa attenzione al “comprare locale” a volte finisce sotto attacco. Nel 2012 la mega-catena di caffetterie Costa Coffee ha tentato di aprire un bar nel centro del paese; il comunicato stampa della ditta sosteneva cose come “non vediamo l’ora di diventare parte integrante di questa vivace comunità locale”. Ma, come sostiene Rob Hopkins, il fondatore del Transition Network, in un post di quell’anno, “una catena come questa è per certi versi un’industria estrattiva. Non acquista niente di locale, né il latte (che viene dal Belgio), né i dolci o i biscotti, che arrivano da un magazzino centrale. […] Certo, si tratta di un piccolo singolo negozio in una piccola, singola città, ma è parte di una storia più grande. Nel Regno Unito [dati del 2012], il 97% dei consumi alimentari è coperto da solo 8,000 supermercati. Vediamo chiudere sempre più imprese locali, piccole, famigliari, e poche catene monopolizzare le nostre High Street. Questo ci lascia vulnerabili alle fluttuazioni del sistema economico e separa i nostri consumi dalle persone che incontriamo tutti giorni, che incontriamo davanti ai cancelli della scuola. Sempre meno posti di lavoro locali, sempre meno tipicità locali. Non è un buon affare”.

 

Mentre passeggio per la High Street di Totnes mi rendo conto di quanta scelta e di quanta abbondanza mi circonda. Dietro ogni bancone ci sono storie, e chiacchiere da fare… tanto che a volte è quasi stancante! E mentre racconto alla barista cosa ci faccio qui, mi accorgo che anche senza parlare esplicitamente di cambiamento climatico o ri-localizzazione, la nostra conversazione racconta un modo di essere: appassionati del proprio posto, aperti allo scambio e all’incontro, curiosi verso la diversità e forti della propria unicità. Somiglia molto al mondo che sogno, che vorrei costruire.

 

Bene, e come si comincia? Dopo aver fatto il mio giro per il paese, visito ancora il Re-Economy centre, un coworking a incubatore d’impresa in cima alla collina. Chiedo a Hal Gillmore, che organizza visite guidate ai vari progetti cittadini, quali sono i primi passi per consolidare l’economia locale dei piccoli centri.

 

La sua risposta: “L’importante per me è che questi temi siano affrontati con semplicità. Fatevi un’idea di come funziona la vostra economia locale, raccogliete qualche dato. Noi così abbiamo scoperto che di ogni sterlina spesa a Totnes, 80 centesimi uscivano dall’economia locale nella transazione seguente… non so se sia ancora vero ma lo era un paio di anni fa. Un dato così racconta una storia ed è un invito potente a cambiarla. Fatevi un’idea, anche piuttosto generale, di come stanno le cose, senza bisogno di sentirvi grandi esperti. Chiedete alle persone di cosa hanno bisogno, e cercate modi di venire incontro a questi bisogni. L’importante non è avere molto denaro, ma assicurarsi che circoli, e che circoli localmente”.

 

 

 

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