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23 Gen 2018

Il Pulmino Verde, un viaggio nei luoghi dell’immigrazione

Scritto da: Lorena Di Maria

Il Pulmino Verde è l’ambizioso progetto di quattro ragazzi di Torino che, muniti di un pulmino, grande entusiasmo e determinazione, hanno intrapreso un viaggio verso i paesi balcanici, al fine di scoprire, conoscere e portare beni di primo soccorso al campo profughi di Idomeni, in Grecia. Ora l’associazione, diventata Onlus in data 31 Agosto 2016, ha tante nuove idee e progetti da mettere in atto, proponendosi come un vero e proprio simbolo di speranza e libertà.

Fernanda Torre è attualmente presidente dell’associazione il Pulmino Verde, nonché una delle fondatrici insieme ad Ermanno e Costanza Torre, Federica Zanantonio Martin, Marco ed Elena Ceretto. Durante un’interessante e coinvolgente chiacchierata, ci racconta la storia e gli obiettivi di questo nuovo progetto a cui collabora attivamente per dare un contributo concreto di buone pratiche sociali e sensibilizzazione in materia di immigrazione sul territorio torinese, descrivendo ciò che avviene nei campi profughi e le situazioni critiche che i migranti si trovano ad affrontare ogni giorno.

-Quali esperienze ti hanno portata a dare vita al progetto del Pulmino Verde ed in cosa consiste?
Il Pulmino Verde è nato circa due anni fa, il 4 aprile 2016 al mio ritorno dall’Erasmus in Slovenia, in cui ho svolto un volontariato in due campi profughi: uno al confine con la Croazia ed uno al confine con l’Austria, confrontandomi direttamente e per la prima volta col tema delle migrazioni. Al mio ritorno ho deciso di raccontare ciò che ho vissuto e durante una serata ai Bagni Pubblici di via Agliè, a cui ha partecipato molta gente, ho raccontato la mia esperienza ed il nascente obiettivo del Pulmino Verde. Questo incontro era finalizzato alla raccolta di donazioni e di un sostegno economico in vista della la partenza per Idomeni, per svolgere un’attività di volontariato di una decina di giorni. Quando siamo tornati dal primo viaggio, tantissime altre persone hanno iniziato a seguire i nostri progetti e le nostre attività.
Attualmente l’obiettivo primario è la sensibilizzazione sul tema delle migrazioni e la definizione di progetti nel panorama piemontese, provinciale e torinese. Vogliamo raccontare la nostra storia, la storia di Idomeni e di Ventimiglia, nonchè dei due diversi fenomeni migratori vissuti, quello siriano della Grecia e dei Balcani, e quello africano che ha interessato Ventimiglia e Bardonecchia.

-Raccontaci delle esperienze che hai vissuto in prima persona nei diversi viaggi intrapresi.
Il primo viaggio risale a maggio 2016 ed ha avuto come destinazione Idomeni, passando per la Croazia, la Serbia e la Macedonia. Per questo viaggio abbiamo portato un carico di donazioni ricevute da persone interessate al progetto, quali in particolare dagli abitanti della Val Susa, grazie al supporto del gruppo scout lì attivo e degli studenti del Liceo Spinelli di Torino, in cui abbiamo svolto delle lezioni di sensibilizzazione sul nostro progetto.
Una volta arrivati nel campo profughi di Idomeni, che contava all’incirca 3000 persone, abbiamo collaborato con l’associazione Intervolve, occupandoci di dare vestiti a donne e bambini.
Mi ricorderò sempre la foto che ho scattato di una donna che stendeva le mutande e la maglietta del proprio bambino sul filo spinato ed è stato incredibile notare come i migranti siano stati in grado di ricreare il luogo, dandogli la parvenza di una casa.
Successivamente abbiamo operato nell’Eko Refugee Camp localizzato tra Idomeni e Polykastro, un campo di 800 persone circa, collaborando con Medici Senza Frontiere e con la Lighthouse Relief, e svolgendo mansioni quali la distribuzione dei pasti, di latte in polvere e pannolini ai bimbi del campo.

Nel secondo viaggio intrapreso a maggio 2017, siamo invece entrati in contatto con le associazioni che prestavano soccorso lungo la rotta balcanica, quali Save The Children, BelgrAid, Medici Senza Frontiere e l’ONG Legis, la prima ONG che ha accolto i migranti in Macedonia.
Durante questo secondo viaggio in Grecia, ho anche rivisto una persona che avevo conosciuto a Idomeni, un migrante che sento ancora adesso. E’ stato molto commovente.
L’ultimo viaggio è stato infine a Strasburgo nel settembre 2017, dove abbiamo presentato la nostra esperienza nella mostra fotografica temporanea di due fotografi, Igor Čoko e Robert Atanasovski, che con le loro foto descrivono le realtà nei campi migranti.

-In che modo avete operato in Italia e più nello specifico a Ventimiglia?
A partire da luglio 2016, per tutto l’anno, abbiamo svolto attività di volontariato e sostegno per donne e bambini presso il campo della Caritas allestito nella chiesa di Sant’Antonio a Ventimiglia, che ospitava 1100 migranti. Abbiamo portato anche donazioni consistenti in prodotti per l’igiene personale, giochi per i bambini e cibo. Attualmente il Comune ha dato obbligo di chiusura il 14 agosto 2017, quindi la chiesa non può più accogliere donne e bambini e si sono ridotte le attività di volontariato.
Personalmente mi ha molto colpita la situazione di Ventimiglia perché è una realtà che si trova a davvero pochi chilometri dalle nostre città e lì i migranti affrontano quotidianamente una situazione drammatica, vivendo in 100, 200 sotto il cavalcavia in attesa di proseguire con scarse speranze verso la Francia.

-Quali sono le iniziative e le attività che il Pulmino Verde svolge attualmente sul territorio e quali sono i prossimi progetti per il 2018?
Il primo progetto a cui stiamo lavorando è un workshop sulla cittadinanza attiva composto da quattro incontri, all’interno di due o tre scuole di Torino. Si partirà da discussioni e confronti sugli attuali fenomeni migratori, immedesimandoci su cosa vuol dire essere siriano, della costa d’avorio o un rifugiato politico. Inoltre i ragazzi si focalizzeranno sulla realizzazione di un video sul tema dell’immigrazione sotto la supervisione di un regista, in conclusione del lavoro svolto.
Un altro progetto verrà realizzato presso il CAS di Alpignano, dove si prevedono attività di accompagnamento scolastico e un doposcuola. Saranno inoltre impartite lezioni base di educazione civica ed un “Club del libro”, in cui si fornirà ai ragazzi che parteciperanno un libro da leggere nella loro lingua e che si dovrà poi discutere in italiano. La nostra idea è molto semplice: usare la cultura come strumento per favorire l’integrazione.  
Un ultimo progetto è quello che stiamo portando avanti a Bardonecchia, in cui siamo in contatto col Soccorso Alpino e Rainbow For Africa, per dare sostegno ai migranti che arrivano alla stazione. Ci piacerebbe inoltre dare vita ad un polo informativo a Porta Nuova, per comunicare ai migranti le problematiche relative al tema della montagna quali il pericolo neve, le temperature, il rischio di slavine.

-Cosa ti ha motivata ad intraprendere questo percorso e quale messaggio vorresti trasmettere alle persone?
Quando ero a Lubiana in Slovenia, ho visto arrivare fiumi di persone che giungevano dalla Grecia a piedi, camminando nei prati. Mi ricordo che la gente del posto li aveva soprannominati “Lubianika umano”: il Lubianika è il fiume di Lubiana e lì si era creato un vero e proprio fiume di persone che camminavano. Il problema è che a ottobre 2015 ha piovuto per venti giorni di seguito, ed è stato proprio drammatico vedere i migranti che arrivavano stremati in questi campi. In quel momento mi sono detta “si puo fare di più”.
Si può offrire un sorriso ed un sostegno alle persone che arrivano esauste e sconfortate, accoglierle positivamente e sostenerle in maniera solidale nei diversi e nuovi progetti locali, intervenendo nei punti caldi dell’immigrazione, prestando aiuto materiale e cercando un dialogo con chi abita e vive lo stesso territorio.

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