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26 Giu 2019

Mafia, ma esiste veramente solo al sud?

Scritto da: Redazione

Pubblichiamo l’elaborato realizzato dai ragazzi della classe 3D1 dell’Istituto Tecnico Industriale P. Hensemberger di Monza nell’ambito del progetto di educazione alla legalità “Facci Caso!”, realizzato da Co2 Crisis Opportunity Onlus in collaborazione con Italia che Cambia e Cross – Osservatorio sulla Criminalità Organizzata Università degli studi di Milano; con il supporto di Assolombarda Confindustria Milano, Monza, Brianza e Lodi.

“Mafia in Lombardia, quinta regione italiana per edilizia, movimento terra e rifiuti”. Ecco cosa cita uno dei quotidiani online più famosi del capoluogo Lombardo, “MilanoToday”. Ma noi lombardi siamo davvero estranei a questo fenomeno? O ci riguardo davvero da vicino? La nostra regione è quasi capolista nella classifica per infiltrazioni mafiose nel settore del movimento terra. Si posiziona davanti alla Sicilia e subito dietro alle altre tre regioni di tradizionale insediamento mafioso come Campania, Calabria, Puglia.

 

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In Italia lo smaltimento dei rifiuti è un vero e proprio business. Il mercato illegale che si nasconde dietro al ciclo dei rifiuti vale miliardi di euro, in aumento ogni anno. Nella provincia di Milano secondo i dati elaborati dal comando provinciale dei vigili del fuoco sono, infatti, ben 185 gli incendi nel 2017 legati allo smaltimento di rifiuti.

 

Questo fenomeno si sta diffondendo ad una velocità impressionante sul nostro territorio e prende il nome di ECOMAFIA. In breve l’ecomafia è quell’organizzazione criminale che si occupa dello smaltimento illecito di rifiuti. Il problema alla base di questo fenomeno rimane, come sempre, la corruzione. Lo schema è quasi sempre lo stesso: le organizzazioni mafiose offrono agli imprenditori un costo nettamente vantaggioso rispetto allo smaltimento legale. Talvolta pagano le forze dell’ordine per evitare controlli; talvolta dalla classe politica ottengono l’autorizzazione per bonifiche o la gestione di aree per lo smaltimento rifiuti. Talvolta, attraverso la forza di intimidazione si servono dell‘omertà delle persone. Spesso stoccano rifiuti all’interno di vecchi stabili e capannoni e li incendiano per accelerare il processo.

 

Uno degli incendi più eclatanti è stato quello di Cinisello Balsamo del 2 ottobre 2017: il capannone era gestito dalla Carlucci s.r.l.. Le autorità competenti hanno rilevato che l’impianto risultava privo di un certificato di prevenzione incendi (CPI), costringendo la società a sospendere immediatamente qualsiasi attività connessa alla ricezione, stoccaggio, smaltimento e recupero rifiuti. Restano ancora dubbie le modalità con le quali è stato appiccato l’incendio, nonostante sia chiaro il carattere intenzionale e doloso dello stesso. Le aziende che gestiscono rifiuti, non indirizzando essi ad adeguati impianti di smaltimento, trovano più conveniente.

 

In conclusione, cosa si potrebbe fare per eliminare o perlomeno ridurre questo fenomeno? La risposta non è ancora ben chiara alle autorità. Tendenzialmente gli incendi si sviluppano nei capannoni abbandonati; è chiaro che se non vengono segnalati, difficilmente l’Arpa e gli altri enti di controllo riescono ad  intervenire. Quindi, oltre alle indagini della magistratura è auspicabile una attenta sorveglianza “civile”, ossia la denuncia di cittadini che riescono ad osservare e intervenire sul proprio territorio.

 

Leggi l’articolo di Daniel Tarozzi sul progetto Facci Caso!

 

 

#IoNonMiRassegno 23/1/2020

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