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26 Feb 2020

Vovolina: il piccolo paradiso culinario a offerta libera e consapevole

Scritto da: Charlotte Cecchi

Vi portiamo a visitare Vovolina, progetto di riscoperta della cucina naturale e tradizionale che si trova sulle colline marchigiane e ha una particolarità: non c'è menù, cibo e bevande si scambiano e il prezzo lo decidono gli avventori! Ciò che si mangia qui è autoprodotto grazie a un orto sinergico e un boschetto di piante selvatiche commestibili.

Non è la prima volta che vado a trovare Alessandro e Sara con i loro cuccioli di 7 anni e 6 mesi, nell’entroterra senigalliese. Una vecchia casa bianca dalle persiane azzurre sorge alla fine di una piccola e contorta strada sterrata, a venti minuti dal centro di Senigallia. Quasi introvabile senza indicazioni molto precise (il navigatore serve a ben poco), sulla strada ci si perde facilmente, ma l’avventura ne vale tutta la pena!

Ecco il racconto-intervista di Vovolina, un luogo, un’esperienza, una storia da vivere e rivivere per chiunque si trovi in territorio marchigiano.

Alessandro, ci racconti cos’è Vovolina? Da dove viene questo nome?

«Vovolina significa Nonna Lina, dal brasiliano “Vovò”, nonna, e Lina, che era il nome di mia nonna. Era una signorona che viveva nell’Appennino della provincia di Bologna, una donna di casa che cucinava venti ore al giorno, con mille pentole sulla stufa sempre accesa. Non sono cresciuto vicino a lei, ma è sempre stata un grande punto di riferimento per me. Ho sempre cucinato io in casa, anche per i miei genitori, fino a che durante i miei viaggi in Brasile, è arrivata l’opportunità di aprire un ristorante tutto mio, a Vale do Capão, e mi è subito venuta in mente lei! Tornato in Italia, dopo diciotto anni all’estero, ho deciso di trasportare il progetto qui: una cucina vegana/vegetariana a base di erbe spontanee, radici, ispirata alla cucina tradizionale e a tutta la conoscenza culinaria accumulata nei vari posti vissuti “on the road” in Sud America. Per varie sincronicità, proprio grazie all’eredità ricevuta dopo la morte di nonna Lina, i miei genitori avevano deciso di comprare questa casa in campagna, da affittare in estate. Appena l’ho vista ho capito che Vovolina poteva trasferirsi qui, un luogo perfetto per coniugare la vita campestre con il buon cibo».

È diventato quindi un piccolo business… ma come funziona Vovolina?

«È diventato un progetto di sopravvivenza! Produciamo oppure scambiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno, e non ci facciamo mancare niente. Abbiamo la nostra bella cucina, i nostri orti sinergici, 3000 m² di piante selvatiche commestibili e con questo offriamo pranzi e cene. Gli invitati possono degustare un menù ben variato e creativo, vegetariano e vegano, tutto creato con prodotti biologici a km zero. I prodotti, se non sono del nostro orto vengono da amici e vicini, tutto è coltivato nelle terre intorno a noi. Ma la particolarità di Vovolina è che non fissiamo noi il prezzo della degustazione. Il valore dei nostri piatti, preparati con mesi di cura, raccolta e lavorazione, è deciso dalle persone che vengono qui, che lasciano un’offerta libera e consapevole. Lasciamo la possibilità agli ospiti di portare da casa bevande alcoliche, mentre noi offriamo estratti di frutta e verdura, acque aromatiche, kombucha, kefir, sciroppi…».

Alessandro, uno dei fondatori di Vovolina

Com’era la tua vita prima di Vovolina?

«Ho avuto la fortuna di emigrare presto in Spagna, avevo ventidue anni e mi ritrovati a passare otto anni cucinando fra Barcellona, Granada e la Costa Brava. Proprio grazie a nonna Lina era cresciuto sempre più in me l’interesse per la cucina. Quando tornavo da scuola, già dai tredici anni, ero sempre io a far da mangiare per tutta la famiglia. Da lì è nata una passione, che si è poi sviluppata in Spagna, dove c’era una certa facilità nel trovare lavoro. Dopo otto anni decisi poi di conoscere il continente Sud Americano, in modo un po’ differente: presi una bicicletta e cominciai ad attraversarlo tutto, 50mila km fra Argentina, Cile, Paraguay, Uruguay, Perù, Bolivia e poi quattro anni in Brasile. Viaggiando mi sono sempre sostenuto con cucina, baratto e ovviamente spendendo molto poco. Ho anche lavorato per un hotel in Argentina, poi un ristorantino rastafariano in Chile, ho venduto pane per strada a Santiago per 4 mesi, fatto teatro di strada per due anni e mezzo, gestito un ristorante a Bahia. Nei villaggi ovviamente ero un extraterrestre, un bianco, arrivato con la bici, e lì l’ospitalità della gente mi offriva tutto il necessario. Arrivato in Perù poi ho deciso di tornare in Italia, dopo diciotto anni».

Com’è nato il tuo primo ristorante Vovolina, in Brasile?

«Ero appena arrivato in questo paesino, Vale do Capão, nella Chapada Diamantina, nello stato di Bahia, un posto paradisiaco abitato da 600 persone, ma molto frequentato da trekker da tutto il mondo, perché all’entrata di un parco nazionale. Il primo giorno conobbi per caso, in piazza, un signore cileno sulla sessantina, che abitava lì già da trent’anni ed da un po’ di tempo non aveva più voglia di gestire il suo ristorante. Mentre gli facevo le lasagne, parlavamo del carnevale, che sarebbe cominciato qualche giorno dopo, e che in Brasile significa una settimana di festa, grande movimento, nessuno che lavora…lì decidemmo di provare ad aprire insieme il ristorante. Aprimmo una piccola società per cui io cucinavo e lui mi dava lo spazio per farlo. Rimasi un anno e mezzo. Sperimentavamo con i prodotti della foresta, come nessuno aveva mai fatto in quella zona. Per esempio, avevamo cominciato a fare l’hummus di semi di jackfruit (ndr. frutto di una pianta tropicale), a cui nessuno aveva mai pensato prima, e tutti assaggiavano meravigliati. Fu un successo, e questo concetto ho voluto riportalo qui, creando un’unione con gli ingredienti tradizionali della cucina italiana».

Cosa ti ha riportato in Italia?

«Non avrei mai pensato di voler tornare, ma dopo otto anni da nomade andai a trovare mia sorella, che abitava a Lima da un anno, e sarebbe tornata in Italia a breve. In quel momento decisi che sarei tornato anche io a casa, per qualche mese, e presi il biglietto per Roma, ma anche quello di ritorno per Lima. Quando arrivai in Italia, mi portarono a vedere la casa in collina, e lì mi arrivò l’idea di riaprire Vovolina. Voleva essere un home restaurant, ma in sud America è facile, si mette un tavolo e due sedie fuori e nessuno dice niente. Ho passato del tempo a capire come potesse funzionare in Italia, cucinando prima per amici e famigliari, poi con il passaparola ho visto che il concetto cominciava a funzionare. Passati sei mesi avevo il biglietto di ritorno per Lima, con la bici, la tenda, le borse che mi aspettavano lì, ma decisi di rimanere. Non avevo però ancora voglia di fermarmi così tanto, infatti dopo qualche mese andai a fare un giro del Messico, in bicicletta ovviamente. Arrivato al confine con il Guatemala, dovevo decidere se scendere in Colombia, quindi continuare il mio viaggio per qualche anno, o tornare a casa e continuare con Vovolina, un altro tipo di viaggio. Al mio ritorno conobbi Sara, portata da un’amica ad una delle mie degustazioni. Nel frattempo abbiamo avuto un bebé, sono arrivati i gatti, la yurta, una storia molto bella…».

Qual è il messaggio di Vovolina per il mondo?

«Il messaggio è molto semplice: “mangiare bene non è equivalente a spendere soldi”. Poi c’è il nostro stile di vita, il cercare di vivere coltivando il proprio cibo, il vivere in armonia con quello che si ha intorno».

Ci son visioni future per Vovolina?

«Vogliamo diventare sempre più autonomi e autoprodurre tutto ciò che ci serve per vivere, trasformare sempre di più i nostri alimenti, e non scartiamo l’ipotesi di diventare azienda agricola, agriturismo. Non sarà qui però, ma dove Nonna Lina aveva la terra, vicino a Bologna, ci sono diversi ettari, coltivabili e di bosco, il fiume, e ci si potrebbe immaginare un progetto insieme ad altre famiglie, non essere soli in questo cambiamento. Un’altra possibilità è che Vovolina diventi “Vovolina on the Road”».

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