27 Apr 2020

Il turismo di prossimità sarà la chiave per far ripartire la montagna

Scritto da: Lorena Di Maria

Dalla Valle d’Aosta al Piemonte echeggia l’appello di montanari, escursionisti e cittadini che, dopo questi mesi di chiusura forzata, rivendicano l’importanza del contatto con la natura, coi boschi e con l’aria pulita di montagna, perchè le attività all’aperto saranno la strada vincente per il nuovo turismo montano post Covid. All’appello ha partecipato anche Uncem Piemonte, ricordandoci che ci sono intere comunità e negozi di prossimità che nei prossimi tempi avranno bisogno di essere sostenuti per continuare, come da sempre fanno, a tenere in vita i territori.

«In Valle d’Aosta siamo un popolo di montanari. Siamo abituati alle fatiche e alle restrizioni, al lavoro manuale, al freddo e alla solitudine, ma non a vivere lontani dai nostri boschi, dai pascoli, dai torrenti. Un montanaro chiuso in casa si ammala nel corpo e nello spirito».

Questo è l’appello dei cittadini della Valle d’Aosta che, in queste settimane e in attesa della fase 2, avevano mandato alla Regione, per veder restituite loro le montagne e tutte quelle attività che, seppur con la dovuta attenzione nelle misure per il contenimento dell’emergenza, possono essere facilmente svolte nelle terre alte.

E proprio ora le misure annunciate per la fase 2, che avrà inizio dal 4 maggio, hanno fatto intravedere un’apertura sulla possibilità di svolgere passeggiate e attività sportiva all’aperto, che dovranno essere effettuate individualmente.

L’appello dei cittadini, in queste settimane, si è incentrato sulla specifica richiesta di adottare, per la montagna, misure diverse rispetto a quelle della città, dal momento che tali limitazioni dovrebbero essere adeguate ad un territorio e alla sua popolazione. Per questo motivo sostengono che per i territori montani non avrebbe senso applicare delle misure che sono invece indispensabili per prevenire i contagi nelle aree urbane ad alta densità.

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A questo appello si aggiunge quello di Uncem Piemonte, l’Unione nazionale  comuni, comunità, enti montani, che appoggia la petizione online “Lasciateci camminare in montagna” lanciata da guide, sci alpinisti, escursionisti che, sulla piattaforma Change.org, hanno unito le loro voci, ricordando che l’outdoor è l’unica strada vincente per un nuovo turismo montano post covid-19.

Chi andrà a camminare, in bici o a svolgere altri tipi di attività nelle zone montane, non dovrà infatti dimenticare che lì c’è un paese, una comunità, un territorio che deve vivere, così come negozi ed esercizi commerciali di prossimità che andranno sostenuti.

Come riporta l’appello, «impegniamoci a non portarci tutto da casa – panino, acqua, prosciutto, formaggio, crostata comprati in un supermercato della città – e invece compriamo i prodotti per la gita (e da riportare a casa) in un Comune montano. 10 euro a testa non sono molti, a ogni escursione. 10 euro, in un negozio del paese delle valli alpine e appenniniche che tocchiamo. Non carità, non una questua. Ma una opportunità per un patto di territorio che fa bene all’economia della montagna e delle comunità».

Una risposta al turismo di prossimità arriva da uno studio dell’Università di Torino in collaborazione con la Camera di Commercio dove un team di ricerca, coordinato dai professori Paolo Biancone e Silvana Secinaro del Dipartimento di Management, sta lavorando ad un progetto legato alla rivitalizzazione delle aree montane pensato come risposta alla crisi del turismo legata alla pandemia di Covid-19.

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In futuro, per far ripartire ristorazione, residenzialità, intrattenimento e shopping alimentare si vorrebbe creare un circuito di percorsi tramite app che possano essere messi a disposizione dei turisti fornendo proposte sulla scelta dei percorsi, per evitare assembramenti e garantire un turismo di prossimità in sicurezza.

Come riportato da Unito News, «Uno dei problemi principali – hanno affermato i docenti – sarà la disponibilità economica del turista. Nell’immediato futuro ci saranno meno soldi per fare le vacanze, che quindi saranno concepite in modo diverso rispetto al passato. Bisogna considerare tutti questi aspetti e i rischi che ne deriveranno. Per i proprietari di seconde case, ad esempio, il rischio è perdere il potere d’acquisto; per i comuni invece il rischio è perdere i turisti, soprattutto i turisti “d’albergo”, a meno che non si creino alberghi diffusi. Ma l’alternativa potrebbe proprio essere che, chi ha la seconda casa e non ci vuole o non ci può andare, potrebbe contribuire alla creazione di un albergo diffuso. In gioco nella Fase 2 non ci sarà l’interesse dell’amministrazione comunale contrapposto all’interesse del privato cittadino, ma l’interesse condiviso di pubblico e privato per far fronte all’emergenza».

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