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30 Giu 2020

Le scarpe di Micky

Scritto da: Emanuela Sabidussi
Illustrazioni di: Silverio Edel

Gli oggetti che abbiamo vicino, che usiamo ed indossiamo quotidianamente che ruolo hanno, se ce l’hanno, nella nostra vita? E se qualcuno di essi volesse guidarci a nostra insaputa verso la realizzazione dei nostri sogni? La storia di quest’oggi ha come protagonista un paio di scarpe un po’ speciale, dimenticato, poi riusato e poi abbandonato di nuovo, che di emozioni ne prova eccome...

Un interno cremoso. Era ricoperto da una glassa di cioccolato, che rendeva la grande torta scura e lucida alla vista. Era poggiata su un vassoio bianco di qualche centimetro più largo della torta.
Micky, i suoi genitori e il fratello Tommaso erano intorno al tavolo rettangolare che la contemplavano con uno sguardo sognante: un vero capolavoro della pasticceria “Da Mery”.
«Tanti auguri a te…».
Un soffio appena accennato e lungo spense tutte le 12 candeline verdi sorrette dalla crema color miele della grande torta al centro del tavolo.
Seguì un applauso da parte del papà, poi un abbraccio forte della mamma. Anche Tommaso volle a suo modo fare gli auguri: si avvicinò a Micky per dargli una pacca sulla spalla, ma capendo che non ci arrivava, dovette accontentarsi della schiena.


«Ora i regali!» disse la mamma con un sorriso enorme, e il tono pieno di eccitazione.
Il padre andò nella stanza a fianco e ne uscì con tre pacchi. Micky adorava le sorprese, e ancor di più aprire pacchetti!
Prese in mano il primo. Era voluminoso e morbido. Micky sperò che non si trattasse di una sciarpa fatta all’uncinetto dalla nonna. Ne aveva già ricevute tre e non ne aveva mai usata neanche una.
Sospirò dalla troppa emozione che precedeva l’apertura di ogni regalo e poi iniziò a sciogliere il fiocco rosso a gran velocità. Ne estrasse una grande e spessa felpa blu e nera, con al centro un disegno bianco che raffigurava l’uomo ragno!


Guardò il regalo con occhi luccicanti, ringraziò a bassa voce i genitori e poi si avventò sui restanti pacchetti: il secondo, tondo e pesante, nascondeva al suo interno una palla da basket marrone e nera. Micky dall’emozione l’abbracciò, la appoggiò a terra e prese il terzo e ultimo pacco. Lo studiò con attenzione; era rettangolare e leggero. Strappò la carta, aprì il coperchio bianco e le vide: un paio di scarpe da ginnastica alte sino alla caviglia. Erano verdi e blu.

«Erano mie alla tua età…!» Iniziò a raccontare il padre «Me le aveva regalate tua nonna al mio tredicesimo compleanno. Le avevo ai piedi quando ho vinto la coppa come miglior atleta dell’anno. E anche al mio primo concerto. Mi hanno portato molto fortuna, e non ho mai voluto buttarle! Certo, sono un po’ usate, ma sono integre e vorrei che le avessi tu!»
Poi, vedendo lo sguardo esterrefatto del figlio aggiunse «Sempre che tu lo voglia! Non sei obbligato a metterle» ma non aveva ancora finito la frase che Micky si era già sfilato la pantofola, per provare una scarpa.
Sollevò poi la testa, contento che fossero della sua stessa misura e andò ad abbracciare il padre felice con un sorriso raggiante!
I festeggiamenti continuarono con giochi da tavola, una coppa di gelato grande per tutti, e il film preferito di Micky, che videro insieme, abbracciati stretti sul divano.

Micky quella sera entrò nella sua cameretta con i suoi tre regali stretti tra le braccia. Aveva il cuore ancora pieno di eccitazione e felicità per quella giornata così speciale appena vissuta.

Si sdraiò sul letto e li studiò uno ad uno nei più piccoli dettagli.
«Wow…. sono bellissime!» Si soffermò in particolar modo ad osservare da vicino le scarpe appartenute al padre: chissà com’era lui alla sua età, quali sogni aveva, quali paure. L’idea di avere con sé qualcosa che era appartenuto al suo papà lo emozionava: da grande sognava di diventare una persona brillante, sicura, e amorevole come era suo padre. Forse quelle scarpe erano lì per mostrargli quali passi compiere.
Si addormentò guardando la sua nuova palla da basket sul comodino, felice di quella giornata così speciale appena finita!

Passarono diversi giorni. Micky non si separava mai dalle sue nuove vecchie scarpe. Aveva dato loro persino un nome: le aveva soprannominate “stelle”, per i disegni un po’ sbiaditi ma ancora visibili che avevano sulla suola. Con il passare dei giorni, a Micky era venuto naturale iniziare a raccontare alle scarpe ogni suo pensiero, ogni preoccupazione. Ogni sera, quando la mamma chiudeva la porta dietro di sè della sua camera, Michy iniziava a ripensare alle avventure vissute a scuola e in compagnia degli amici e a raccontare le sue emozioni a quel nuovo amico così particolare che si trovava davanti. Sapeva che Stelle non poteva udire, alla fine era solo un paio di scarpe, ma gli piaceva l’idea che potesse ascoltarlo, come forse aveva fatto in passato con il padre.

Le indossava ovunque andasse, e le aveva mostrate molto orgoglioso ai suoi migliori amici, e a chiunque dava anche un minimo cenno di interesse verso le sue scarpe: non erano particolarmente vistose, anzi, ma c’era qualcosa in loro che attirava l’attenzione di tutti.

E purtroppo tra quei tutti, vi era anche quella della mamma, che un sera di metà primavera arrivò arrabbiata nella sua stanza: «Sono stanca di trovare le tue scarpe sempre in camera. Ieri sera erano addirittura sul letto. Da oggi appena entrato in casa ti toglierai le scarpe e le metterai anche tu nella scarpiera dello sgabuzzino. Come fanno tutti! E non voglio sentire discussioni!»
Chiuse la porta e se ne andò. Micky arrabbiato con la madre, si alzò, prese le scarpe sbuffando, le fissò con affetto, e le portò, come gli era stato chiesto, nella scarpiera.
«Ci vediamo domani mattina! Mi spiace, ma devo lasciarti qui questa notte»
Chiuse la porta e se ne tornò in camera a dormire.

Passarono attimi forse lunghi, o forse no. E poi una voce stridula e impaurita si fece strada nel silenzio totale calato nella casa:
«Oh no, qui è tutto buio. C’è qualcuno?»
«Mi hanno tirato fuori dopo anni e anni di sonno profondo da quella scatola puzzolente, per poi rinchiudermi di nuovo al buio dentro a questa scarpiera? Ma un cuore non ce l’ha quella donna?»
Silenzio. Tutto intorno tacque. Fu Patry a rispondere dopo qualche minuto, sperando così di far tacere quelle scarpe che continuavano a lamentarsi.
«Non sei solo, ma se continui così lo diventerai»
«E tu chi sei?» e senza aspettare la risposta proseguì «Piacere io sono Stelle. Sino a poco fa dormivo in camera con il mio nuovo amico, ma poi quella donna alta e antipatica ha deciso che devo stare qui.»
E con tono arrabbiato sospirò.
«Io sono Patry. Piacere. Mi hanno parlato di te le scarpe che mi hanno preceduta qui. Lo dicevano che eri un gran chiacchierone.» Poi sorridendo un po’ imbarazzata continuò:
«La donna che hai visto è la madre di Micky, il ragazzo che ti indossa. Comanda lei qui, da sempre ordini a tutti. Non è cattiva, basta che ti fai sempre trovare pulito e in ordine…»
«Perché?»
«Perché? Altrimenti nel migliore dei casi ti pulisce lei, e ti increma di una sostanza spessa che ti ricolora. Ma tu sei di stoffa, nel tuo caso ti butta in una macchina che ti fa girare tanto da farti venire la nausea. Lì è tutto pieno di acqua e sapone. Ti avverto: fai in modo di rimanere più pulito che puoi!»
Poi concluse:
«Ora è meglio che dormi, altrimenti qui sveglierai tutti.»
Micky cercò di capire da dove arrivava la voce femminile che udiva. Si cercò di spostare verso la fine della scarpiera in cui si trovava e, attraverso una fessura, la intravide al piano inferiore: era un paio di scarpe decolletè da donna blu, con un tacco basso. Semplici, ma eleganti, come il tono della sua voce. Si emozionò nello scrutarla silenziosamente, e si addormentò sereno anche quella notte. Era contento: aveva vicino qualcuno di simile a lui che lo poteva udire. Si era dimenticato in tutti quegli anni cosa si provasse.

I mesi successivi furono per Micky e le sue scarpe nuove vecchie meravigliosi: il primo era migliorato tantissimo nel giocare a basket. Era riuscito addirittura a battere in una partita Ross, il bimbo che viveva oltre il suo viale che aveva ben due anni in più di Micky.
A scuola i voti migliorarono: persino matematica, che sino a pochi mesi prima era stata la materia più difficile per lui!
Stelle, le scarpe, invece, ogni sera nel tornare nella sua nuova camera da letto all’interno della scarpiera, scopriva nuovi amici dalle forme più diverse: tappeti, appendini, giacche, cinture, calzature, alla chiusura della porta dello sgabuzzino ogni giorno prendevano vita e si raccontavano l’un l’altro le loro giornate vissute, ma non solo: erano tanti i racconti delle emozioni e dei segreti che ognuno di loro aveva da narrare sugli umani della casa e sulle esperienze vissute.

Tutto sembrava andare per il meglio, quando un giorno dal cielo grigio qualcosa cambiò!
Micky e il suo amico Ross erano nel campetto davanti a casa a giocare, quando sentirono ridere Alex. Micky si voltò, ritrovandoselo proprio davanti.
Era poco più alto di lui, ma molto più robusto. Alex e i suoi amici si divertivano spesso a tormentare i bambini più piccoli, e sembrava che avessero un particolare gusto nel dar fastidio a Micky e Ross.
«Eccoli qui i due perdenti della via! State giocando a far finta di giocare a basket vedo…»
Una rumorosa risata seguì le sue parole. Erano i suoi due inseparabili guardaspalle: Gabriele e Carlo.
«E guarda qui cosa vedo…» continuò divertito Alex «una vera palla da basket… Chissà come starebbe bene a casa mia…» Micky fece un passo avanti per prendere la palla che nel frattempo si era fermata sotto al canestro. In quel momento lo sguardo di Alex passò dalla palla a Micky e infine alle scarpe che indossava.
«E che scarpe! Le hai rubate in un museo di antiquariato per caso? » gli amici risero.
«Volevi far colpo sulla tua nonnina eh….»
«Basta!» gridò Ross e con fare deciso prese il braccio di Micky, che ne frattempo dalla rabbia si era come impietrito, raccolse la palla e trascinò entrambi fuori dal campo.
«Noi ce ne andiamo! Cercatevi qualcun altro a cui rovinare il pomeriggio.»
Ross lasciò il braccio dell’amico solo raggiunto l’ingresso di casa, dall’altra parte della strada.
«Tutto bene?» gli chiese con aria preoccupata. Non era la prima volta che Alex dava loro fastidio, ma era la prima volta che vedeva Micky reagire così.
«Sì, tutto bene! Meglio che vada a casa. Ci vediamo domani…»
E salutando l’amico con un cenno, si voltò e chiuse la porta alle sue spalle.

Micky si chiuse in camera sua, si tolse le scarpe e si sdraiò nel letto, coprendosi il viso con il cuscino. Aveva una grande rabbia dentro. Sapeva che Alex era solo alla ricerca di qualcuno da prendere in giro, ma allora perché quelle parole avevano avuto in lui così tanto effetto?
Perché era rimasto fermo, immobile e non era riuscito e rispondere a tono?

La mattina seguente, alzandosi sorrise pensando a quanto era accaduto. La rabbia sembrava essere passata. Si vestì, fece colazione, e tornò in camera per recuperare lo zaino e le scarpe che aveva lasciato lì. Ma quando si avvicinò a queste ultime la rabbia riemerse e con lei la vergogna. Le prese senza guardarle, le portò nella scarpiera e le ripose, prendendo in cambio il paio di scarpe da ginnastica all’ultima moda che le aveva regalato la nonna mesi prima, e che non aveva sino ad ora mai usato.

«Ma perché preferisce loro a me? Fino a ieri gli andavo bene così com’ero. Poi quel bambino l’ha preso in giro e ora…» tuono Stelle appena chiuse la porta.
«Non te la prendere… è un ragazzo! Ha bisogno di avere amici, di essere accettato da tutti.»
«E cosa centrano le scarpe che indossa?»
«Non centra, ma centra. Non te la prendere, dai! In fin dei conti cosa ti interessa? è meno lavoro per te. Potrai stare qui, senza dover andare in giro tutto il giorno per strade dure.»
«Mi interessa eccome!»
«Ah, sentitelo un po’: si è affezionato al ragazzo!»
«No, cioè… non lo so! Ok, è pur sempre lavoro. Ma alla fine, passandoci insieme tutto questo tempo, sai sono cambiato anche io.
Ho iniziato a sentire i suoi pensieri, non solo quelli ad alta voce. Sai, quando la sera rimaneva solo nella sua camera, lo sentivo. Quando tutto era in silenzio riuscivo a percepire le sue paure, i suoi desideri. E… mi sono promesso che l’avrei aiutato a realizzarli. D’altronde avevo provato a fare la stessa cosa con il padre, e ci ero riuscito!»
«Non puoi sostituirti a loro Micky, lo sai: è la regola! Supportare, indirizzare, guidare, ma mai decidere per loro!»
«Lo so, lo so!» disse Stella sconfortato.
«Ma questo non vuol dire che un piccolo aiuto non possa darglielo!»

Passarono diversi giorni: ogni mattina quando Michy apriva la scarpiera per prendere le sue nuove scarpe, Stelle si mostrava più bello e brillante che mai. Ma non servì a nulla.
Michy era distratto, e sembrava non ricordare neanche di aver riposto le sue nuove vecchie scarpe lì.
Allora Stelle provò a cambiare strategia, provò a pensare intensamente ogni giorno per i pochi attimi che Michy entrava nello sgabuzzino ai momenti vissuti insieme, cercando così di far riaffiorare nella memoria dell’amico umano l’attimo in cui si erano visti per la prima volta, il giorno del suo compleanno. Ma nessuno sforzo sembrava riscuotere alcun tipo di effetto in lui.
Di giorno in giorno le sue speranze di poter riacquistare l’amicizia di Micky diminuivano sempre più. E così la notte, invece di dormire, iniziò a lamentarsi.
«Non lo capisco proprio. Cosa troverà in lui che io non ho!»
«Qui vogliamo dormire!» tuonarono gli oggetti compagni di stanza.
«Anche io vorrei dormire, se solo Micky mi volesse di nuovo con lui! io vedi, saprei come poterlo aiutare… invece lui non ne vuole proprio sapere più nulla! So che ogni volta che mi vede, gli torna quella rabbia provata con quel tizio lì, quell’Alex, ma io non centro nulla… »
«Ok, senti» disse sfinita di sentirlo parlare e lamentarsi Patry «Se ora mi lasci dormire, domani mattina ti prometto che ti aiuterò a risolvere la situazione».
Stelle acconsentì e smise di parlare. Quella Patry aveva mille capacità nascoste.

La mattina seguente, con l’aiuto di Patry e di tutti i nuovi amici riflettereno, come promesso, sul da farsi. Ognuno aveva qualcosa da dire e da proporre: avevano sentito la tristezza sincera di quel nuovo amico e cercavano di dare il loro contributo per risolvere la situazione.
«Propongo di entrare nella sua stanza durante la notte e di dirglielo nel sonno» disse dopo qualche minuto dall’inizio della discussione l’appendiabiti.
«No, non funzionerebbe» disse scrollandosi il portaombrelli «e poi il rischio è troppo alto»
«Ha ragione!» annuì sicura Patry. «Vista la situazione di emergenza io propongo di nascondere il nuovo arrivato, per far sì che il ragazzo sia obbligato ad indossare di nuovo Stelle» disse indicando il paio di scarpe alla moda regalate dalla nonna a Micky.
Ma lui non era d’accordo «Io non centro nulla con i vostri problemi e non voglio essere coinvolto.»
Continuarono a confrontarsi, ma man mano che il tempo passava Stelle era sempre più triste. Si sentiva rifiutato dal ragazzo. Senza il suo ruolo da guida all’umano si sentiva inutile, e aveva tanta paura di tornare di nuovo in quella vecchia scatola puzzolente, dimenticato su un armadio in cantina.



E così iniziò a piangere. Inizialmente furono solo poche lacrime quasi silenziose, ma poi la tristezza iniziò a prendere sempre più il sopravvento e le lacrime crebbero di attimo in attimo. Gli amici rimasero in silenzio, inermi, non sapendo come poter placare la tristezza e lenire il dolore. E fu in quel momento che Micky entrò nella stanza. Erano tutti in silenzio, tutti tranne Stelle: preso dal dispiacere, non si era reso conto di quanto stava avvenendo intorno a lui.
«Ma cosa succede qui?» Michy, pur non riuscendo ad udire la voce delle scarpe, nel totale silenzio ne percepì il dolore. Con stupore e curiosità si avvicinò, per capire cosa stesse avvenendo e fu in quel momento che vide delle gocce trasparenti percorrere la scarpiera davanti a lui. Si avvicinò ancora di più e allungò il braccio per aprirla.
Le gocce continuavano a cadere, percorrendo l’intera superficie, sino a toccare a terra.
«Stelle, sei tu?» disse d’istinto Micky trattenendo il fiato. Aprì lo sportello del mobile e vide le sue nuove vecchie scarpe totalmente bagnate.
Non capì mai esattamente cosa era accaduto. La mente di Michy continuava a ripetergli che non era possibile che le scarpe piangessero, ma forse non era neanche importante.
Micky aveva allontanato Stelle, per paura. L’aveva rifiutato, sperando così di sbarazzarsi con lui della paura di non essere adeguato, della vergogna provata a causa di Alex. Perchè se una parte di sé non piaceva ad Alex, avrebbe potuto non piacere anche ad altri.
Micky prese in mano le scarpe e le guardo, poi preso dall’emozione di ritrovare un vecchio amico che aveva cercato di dimenticare esclamò «Che sciocco che sono stato! Vieni qui»
E strinse a sé le scarpe.
Un amico non si buttava via, nè tanto meno si dimenticava. da quel giorno Micky quando non le portava con sé, faceva visita a Stelle nello sgabuzzino, dove senza sapere bene il perché gli raccontava le avventure vissute e le mille scoperte.

Stelle invecchiò, Michy crebbe, ma nulla impedì ai due, di continuare a volersi bene. L’uno poteva udire l’altro, mentre Stelle apparentemente silenzioso continuava a guidare Micky, come ogni buon amico fa, verso la realizzazione dei propri sogni, anche da lontano.

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