23 Mar 2021

Covid: la terapia domiciliare è più efficace di quella indicata dal Ministero?

Scritto da: Veronica Tarozzi

Una parte della comunità medica ritiene che lo schema terapetutico domiciliare precoce che è stato messo a punto nei territori per curare i pazienti Covid sia più efficace rispetto al protocollo indicato dal Ministero. Ne abbiamo parlato con il Dott. Paolo Gulisano, medico attivo nella Sanità Pubblica ed epidemiologo, che ci ha raccontato la sua esperienza con la "terapia domiciliare precoce". Lo abbiamo incontrato in occasione della “conferenza a cielo aperto” tenutasi sabato 20 marzo all’Arco della Pace a Milano, dal titolo “Covid: rinasceremo con le cure”, organizzata da un gruppo di cittadini attivi sul territorio col supporto del Comitato Liberi Cittadini.

Il tema delle cure domiciliari precoci per il Covid-19 dovrebbe essere ormai noto, in quanto è quasi un anno che un numero crescente di medici su tutto il territorio nazionale vi si dedica anima e corpo, contravvenendo ai protocolli ministeriali diffusi dal Ministero della Salute e dall’Aifa. Tali protocolli sono stati messi in discussione dal recente provvedimento cautelare del Tar del Lazio e sono ritenuti controproducenti dai medici che attuano le suddette cure, fra cui figura l’epidemiologo Paolo Gulisano, che abbiamo intervistato per farci spiegare i dettagli.

Dott. Gulisano, nell’ultimo anno oltre a svolgere il suo lavoro ordinario come medico epidemiologo si è dedicato alla cura dei pazienti Covid come volontario: ci potrebbe raccontare come si è avvicinato alla “Terapia domiciliare precoce” e in cosa consiste?

Mi sono reso conto che le cure esistevano, era sufficiente scavare un po’ nel passato: sono andato a vedere cosa era stato fatto nel 2002/2003, l’anno della prima epidemia di Sars da Covid, che venne contenuta e sconfitta e dopo un anno era completamente sparita: cos’era stato impiegato all’epoca? E ancora: cosa si usa quando c’è una polmonite bilaterale? La risposta è antibiotici, cortisonici e antinfiammatori. Quindi i farmaci c’erano, anche se a livello ministeriale sono sempre state messe in discussione le possibilità di cura e si è cercato di smontare farmaco per farmaco tutti i presidi terapaeutici che venivano rilevati e identificati tramite l’esperienza sul campo.

Paolo Gulisano
Il dottor Paolo Gulisano

Anche per me è stata una sorpresa vedere che questo morbo non era invincibile e i pazienti di Covid si possono curare e salvare. D’altra parte, il 95% dei positivi è asintomatico, quindi per la stragrande maggioranza della popolazione questa malattia passa in maniera quasi invisibile. Eppure abbiamo visto come è stata in realtà amplificata diventando questo “mostro” che ha giustificato i lockdown e le misure di isolamento di cui ancora facciamo le spese.

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Anziché aumentare il consumo dei farmaci contro il Covid, abbiamo visto l’esplosione dell’uso di ansiolitici, perché la gente vive in uno stato di grande ansia, che tra l’altro non farà che provocare altre malattie. Tra l’altro una strategia incentrata sulle cure ospedaliere sta portando anche a dei ritardi nell’attività diagnostica: gli oncologi hanno già segnalato l’aumento di morti di tumore proprio perché non si arriva per tempo a fare diagnosi e a curare altre malattie. A mio avviso però la possibilità di uscire dal tunnel dell’epidemia c’è e si chiama “cure domiciliari precoci”.

Com’è arrivato a questa conclusione?

Ricorderete che a marzo 2020 si parlava di ospedali e terapie intensive pieni… anch’io dunque all’epoca mi domandai se non si potesse curare da casa. Mi resi conto che era possibile curando con successo una persona anziana malata di Covid: bastò semplicemente documentarmi sulla storia della medicina poiché, come dicevo, quasi vent’anni fa c’era già stata un’epidemia da Coronavirus, la prima Sars. Scoprii che a quei tempi erano stati utilizzati alcuni farmaci, tra cui la famosa idrossiclorochina, quindi sfruttando le esperienze precedenti cominciai a curare e ancora oggi curo a casa i malati.

La sorpresa è vedere che questo virus non è invincibile e constatare che per mesi è stato detto che non esiste una cura, ci è stato solo ordinato di chiuderci in casa e di utilizzare protocolli terapeutici ministeriali che prescrivevano tachipirina e “vigile attesa”, espressione un po’ particolare. La tachipirina va bene per un raffreddore e non certo per una polmonite, quindi utilizzando i farmaci che ci sono, io e tanti altri colleghi medici con un’esperienza ormai diffusa sul territorio di cure domiciliari abbiamo curato i pazienti a casa loro.

Incredibilmente, quella che avrebbe dovuto essere una bella notizia per tutti non è mai stata diffusa, il sistema ha semplicemente negato che queste cure funzionassero e che questi farmaci andassero bene. Al contrario, ritengo che l’esperienza maturata – che mi piace chiamare “real life research”, cioè una ricerca compiuta non sui banchi dell’Università o nei laboratori, ma una sul campo – ci abbia dimostrato che determinati schemi di cura funzionano e debbono essere usati.

Vuole lanciare un messaggio ai colleghi che continuano a seguire i protocolli ministeriali?

Sì, vorrei semplicemente dire: “Cari colleghi, fatevi una domanda: come mai il nostro è il paese al mondo con il più alto tasso di letalità? Perché la gente in Italia muore più che in altri paesi? Evidentemente a livello di strategia c’è qualcosa che non ha funzionato e allora cambiamola e ragioniamo! Può essere davvero sufficiente un antipiretico per affrontare una polmonite bilaterale? Ovviamente no! I farmaci esistono, non dobbiamo avere paura di farne uso, ci sono anche evidenze scientifiche, parliamo di medicina basata sull’evidenza, quindi abbiamo prove sull’efficacia e anche sulla sicurezza di questi farmaci che si possono usare”.

Cosa consiglia a chi ha dei sintomi simil-influenzali? Cosa deve fare, a chi deve rivolgersi?

Teoricamente dovremmo dire di rivolgersi al medico di base, nella speranza che questi possa visitarlo o dare consigli aldilà di questi famosi protocolli. Potremmo dire anche di cominciare a prendere farmaci antinfiammatori, come ad esempio l’aspirina. Questa funziona sia come antinfiammatorio che come antiaggregante, prevenendo le trombosi, e sappiamo che proprio le trombosi sono le complicanze più letali di questa malattia. Suggerirei quindi di partire subito con l’aspirina, ma sempre sentendo il proprio medico, in quanto curarsi con il fai da te non è mai consigliabile.

È tuttavia essenziale che il paziente – che magari è anche molto spaventato – trovi un interlocutore che gli risponda e che gli dia i consigli giusti. Nel caso in cui ciò non avvenisse, il consiglio è di rivolgersi al Movimento IppocrateOrg (che raggruppa una rete internazionale di Medici e Ricercatori, ndr), che tra l’altro prende il nome dal padre della medicina basata sulla visita, sulla cura, non solo sui protocolli. Poi c’è il gruppo di medici coordinato dall’Avv. Erich Grimaldi “Terapia domiciliare Covid-19”, queste realtà hanno i loro siti, le pagine Facebook, numeri di telefono reperibili e sono le principali associazioni a cui rivolgersi.

terapia domiciliare 3
La conferenza a cielo aperto “Covid: rinasceremo con le cure”, tenutasi sabato 20 marzo all’Arco della Pace a Milano

Lei cosa pensa del fatto che sia gli enti regolatori per i farmaci che la politica dicono all’unisono che l’unica via d’uscita sia il vaccino?

Si deve chiedere – così come a qualunque azienda, non solo farmaceutica – quali sono l’efficacia e la sicurezza di un prodotto: chi mangerebbe un cibo della cui sicurezza non siamo certi? Cosa sarebbe di un prodotto che ha provocato migliaia di reazioni avverse? Certamente ci si farebbe delle domande e in tempi congrui esso verrebbe ritirato dal mercato. Non si capisce invece perché negli scorsi giorni abbiamo assistito al ritiro precauzionale di Astra-Zeneca, che è stato poi riammesso dopo tre giorni, un lasso di tempo che francamente mi sembra troppo breve per avere dei nuovi studi e delle nuove prove di sicurezza e di efficacia.

Il vaccino è un presidio importantissimo: io mi occupo di vaccini da tanti anni, ma so che per metterli a punto ci vuole tempo, non bisogna fare in fretta. La fretta è nemica del bene, oggi siamo ancora in una fase sperimentale, sono annunciati anche nei prossimi mesi altri vaccini, c’è questa corsa ansiosa come se poi non ce ne fossero più. Ritengo invece che ne verranno realizzati anche altri e che la ricerca farmaceutica ci darà sicuramente anche prodotti migliori.

La cosa più sbagliata è vedere il vaccino in un’ottica fideistica, come se fosse davvero una sorta di divinità indiscutibile, un “dio”che ci salva, che ci libera, che ci fa tornare a come eravamo prima. Esso è invece un farmaco come tanti e come tutti gli altri farmaci deve essere efficace e sicuro. Normalmente per la sua approvazione sono necessari diversi anni. Paradossalmente abbiamo assistito al manifestarsi di due pesi e due misure: questa estrema severità nei confronti dei vecchi farmaci di cui ormai conosciamo tutto rispetto all’efficacia e ai possibili effetti collaterali e dall’altra parte, invece, un atteggiamento di fiducia incondizionata verso farmaci nuovissimi, sviluppati con nuove tecniche sperimentali.

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