9 Nov 2021

Il giardino della Kolymbethra, storia della rinascita di un bene comune siciliano

Un luogo che per secoli ha ospitato storie e personaggi della tradizione agricola siciliana è rinato grazie all'impegno di alcuni visionari e al sostegno della popolazione. Insieme al suo direttore Giuseppe Lo Pilato vi portiamo a passeggio fra gli alberi di agrumi del giardino della Kolymbethra, una perla della Sicilia salvata dall'abbandono e dalla speculazione.

Agrigento, Sicilia - Siamo ad Agrigento, nel cuore della Valle dei Templi, uno dei parchi archeologici più conosciuti al mondo con più di un milione di visitatori l’anno. Qui è incastonato un gioiello paesaggistico e agricolo, il giardino della Kolymbethra, che custodisce 2500 anni di storia.

Sui resti dell’antica città di Akragas si è generata un’agricoltura che protegge le rovine e che, al contempo, parla di tradizioni, usanze e varietà agricole di una Sicilia dimenticata. Un paesaggio che è mutato nel tempo e con il tempo, dove le tradizioni millenarie di popoli diversi si incontrano ancora oggi per far splendere questo giardino incantato che stupisce per la bellezza e la ricchezza delle sue colture.

Il “custode” del giardino della Kolymbethra

Ad accompagnarci alla scoperta della Kolymbethra è Giuseppe Lo Pilato, il suo direttore, che ha dedicato anni importanti della sua vita e della sua carriera al recupero e alla valorizzazione di questo unicum. Era la metà circa degli anni ‘80 quando venne chiamato dall’ultimo contadino che se ne occupava, prima che il giardino venisse abbandonato, per una consulenza.

Da allora la sua vita professionale e quella del giardino sono indissolubilmente legate. «Abbiamo ricostruito di memoria in memoria il paesaggio perduto: abbiamo ripristinato quella parte di agrumeto che era andata persa, abbiamo messo a dimora alberi di arance amare, innestato gli alberi più vecchi. Ma non volevamo fermare il tempo. La storia di questo luogo è in continuo movimento», ci racconta.

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giardino della kolymbethra 2
Il direttore Giuseppe Lo Pilato insieme alla nostra Elisa Cutuli

La storia

Il giardino della Kolymbethra è un paesaggio molto particolare generato dall’uomo e fondato sull’acqua. La valle, dove oggi sorge il giardino, venne trasformata 2500 anni fa in un grande lago che aveva la funzione di fornire l’acqua agli abitanti della città di Akragas. Il lago era chiamato kolymbethra, in greco “piscina”, e serviva a raccogliere e conservare l’acqua evitando che scorresse a valle.

L’afflusso era garantito un sistema di acquedotti detti feaci – dal nome dell’architetto a cui si deve la loro invenzione – che sfruttava gallerie scavate nel sottosuolo. Le gallerie ritrovate sono tredici, ma secondo lo storico Diodoro Siculo dovevano essere diciotto in totale. Oggi gli acquedotti ancora funzionanti sono due e servono a fornire l’acqua usata per l’attività agricola che arrivò nell’area della Kolymbethra in epoca medievale grazie ai monaci circestensi, che vi impiantarono un orto frutteto.

Nel 1700 l’orto venne trasformato in un giardino di agrumi ricco di varietà all’epoca conosciute, tra cui l’arancio biondo comune o il portogallo, il primo arancio dolce utilizzato nell’alimentazione umana, grazie al quale è nata l’agrumicoltura. Prima infatti gli alberi di agrumi erano puramente ornamentali, da qui la consuetudine di chiamare “giardini” gli appezzamenti dove venivano coltivati. Nella seconda metà dell’800 vennero aggiunti i mandarini e nei primi vent’anni del ‘900 i mandaranci.

L’agricoltura, dall’epoca medievale fino a oggi, si è servita quindi di un’opera idraulica greca per garantire l’irrigazione che – grazie a un impianto tipicamente arabo, attraverso vasche, canalette o saje – permette all’acqua di arrivare ai piedi di ogni singolo albero. «L’acqua è l’elemento che unisce, fondamentale nella storia della Kolymbethra, che nasce come riserva idrica per poi diventare un’area agricola, in un intreccio di storia e cultura».

«Le coltivazioni sono rimaste ferme nel tempo. La campagna ci racconta com’era la terra prima del processo di modernizzazione iniziato a partire dagli anni ‘60. Intorno agli anni ‘80 venne meno il lavoro dei vecchi agricoltori e il giardino perse forza perché le varietà coltivate non avevano mercato e venne di conseguenza abbandonato», ci racconta il direttore Lo Pilato.

Oggi il giardino della Kolymbethra è un sistema policulturale assai interessante ricco di tante specie di agrumi a partire dall’arancio – tredici varietà antichissime tra cui il capostipite dell’attuale navel, un arancio brasiliano da cui si è generata una mutazione genetica spontanea che produceva frutti senza semi. Così è nata l’agrumicoltura contemporanea. E ancora limoni di due diverse varietà, due tipi di mandarino, mandarancio, cedri, pompelmi, bergamotti, chinotti. Un patrimonio genetico di grande importanza scientifica tant’è che, nel 2019, l’orto botanico di Palermo ha realizzato uno spazio dedicato alla collezione delle antiche varietà agricole provenienti dalla Kolymbethra.

giardino della kolymbethra 2
Foto di Vincenzo Cammarata

Il recupero

Bisogna arrivare alla metà degli anni ‘90, quando Giuseppe Lo Pilato ritorna per caso al giardino, ritrovandolo completamente infestato di vegetazione spontanea e con molte piante secche e malate. La valle era diventata una discarica e il torrente una fogna a cielo aperto.

«Ho avuto il desiderio di impedire che un luogo così bello e ricco di storia e valori si perdesse completamente. Ne ho parlato con il Professor Giuseppe Barbera e con la soprintendente di Agrigento. L’idea era quella di sviluppare un’associazione culturale a cui affidare i lavori di recupero, ma non si trovavano sostegni economici. Dopo un po’ di anni passati invano, scopro dell’esistenza della fondazione FAI. Da quel momento è iniziata la rinascita», racconta Lo Pilato.

Nasce così l’idea di una convenzione tra la Regione Sicilia e il FAI, a cui viene affidato in concessione il giardino per 25 anni. Proprio in questi giorni di novembre si celebrano i vent’anni dall’apertura al pubblico della Kolymbethra. Era il 9 novembre del 2001. Si è trattato di un recupero agronomico e paesaggistico del giardino, non tanto per riprendere la produzione delle arance, cosa che di fatto pure è avvenuta, ma per conservare la storia che lo ha generato e che permette di raccontare generazioni di contadini siciliani.

«Narriamo come i contadini vivevano la terra, le tradizioni, la fatica del lavoro e l’allegria delle feste in campagna. Ai nostri visitatori, oltre ai tour guidati, proponiamo anche esperienze, che vanno dal pranzo rustico con i cibi di un tempo alle manifestazioni dedicate al ciclo delle colture: a luglio, per esempio, si raccoglie il frumento ed è l’occasione perfetta per parlare degli antichi grani siciliani; settembre è dedicato ai pistacchi; ottobre alle olive; a novembre c’è il vino nuovo».

Queste sono attività necessarie anche al mantenimento del giardino della Kolymbethra, dato che le istituzioni non hanno mai fornito alcun finanziamento. Grazie alla generosità di alcune aziende importanti, di privati e alle raccolte FAI di primavera e autunno, sono stati effettuati dei lavori fondamentali al recupero e alla conservazione dell’intera area.

Da quattro anni a questa parte, alle spese di gestione ordinaria del giardino contribuisce anche la produttività degli alberi stessi, che hanno ripreso anche la loro funzionalità economica. Vengono realizzate le marmellate di arance amare, dolci e rosse, mandarino, mandarancio, limone, bergamotto che vengono poi distribuite nei negozi dei principali siti FAI aperti al pubblico in Italia. Se ne vendono circa 40.000 vasetti l’anno. Si raccolgono anche i mandaranci a dicembre e poi il resto degli agrumi da febbraio a metà maggio per essere venduti a molti visitatori del nord Italia che ne hanno fatta esplicita richiesta.

«Sono moltissimi i fondi arrivati dal Nord Italia per la tutela del giardino della Kolymbethra. In un’epoca storica in cui si fomentano le divisioni, le differenze, l’odio, per me è un bellissimo segnale. Le differenze non sono di carattere geografico, ma sono di altro tipo. Tra chi ha sensibilità e tiene alla storia e chi vive solo di interessi materiali», sottolinea il direttore.

Il futuro

Tra i prossimi obiettivi c’è il restauro delle case da poco acquistate che un tempo erano dei contadini che lavoravano alla Kolymbethra e che si trovano proprio sopra il giardino. L’idea è trasformarne una parte in un centro di servizi di accoglienza per i visitatori e un’altra parte in museo con un’installazione multimediale che racconti la storia del paesaggio della Valle dei Templi.

«Non avrei mai immaginato che saremmo arrivati a realizzare tutto questo. È stata una scommessa. C’era chi voleva la lottizzazione di questi terreni per trasformare la Valle dei Templi in un grande complesso edilizio residenziale, che avrebbe creato ricchezza per pochi e impoverito, di fatto, il territorio. Noi abbiamo recuperato un bene paesaggistico, curando le nostre risorse culturali e ambientali, generando una nuova economia e una ricchezza che rispetta i luoghi. La parte più importante della popolazione ha scommesso credendo in questi valori. Era questo uno degli obiettivi che avevamo in testa con il professor Barbera sin dal principio di questa avventura», conclude Lo Pilato.

La storia recente del giardino della Kolymbethra è la dimostrazione concreta di cosa possono fare la tenacia, la passione, l’impegno e l’aspirazione ai più nobili valori. Un piccolo paradiso archeologico e agricolo, un museo a cielo aperto dove perdersi tra l’ombra degli ulivi secolari e il profumo degli agrumi.

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