27 Gen 2022

PachaMama: “Grazie alla pet-therapy dono una seconda vita ad animali abbandonati”

Scritto da: Valentina D'Amora

Ortaggi, frutti antichi, canapa e la luffa, una spugna naturale. Ma anche uno spazio didattico dove portare avanti attività di pet-therapy con asini e cavalli. Tutto questo è PachaMama, un'azienda agricola naturale e sostenibile di Vezzano Ligure. Abbiamo conosciuto Silvia, che ci ha raccontato i suoi tanti progetti e il suo intento di fare rete con altre realtà dello spezzino.

La Spezia - In lingua quechua Pacha Mama significa Madre Terra, divinità venerata dagli Inca e da altri popoli andini: la dea della terra, protettrice dell’agricoltura e della fertilità. In Liguria PachaMama è una piccola azienda agricola di Vezzano Ligure, nata circa un anno fa. A gestirla ci sono Silvia e il suo compagno, che hanno scelto un’agricoltura naturale e sostenibile, nel rispetto della natura in ogni sua forma.

«Volevamo crearci un’alternativa lavorativa ma anche abitativa», spiega Silvia. «Qui stiamo costruendo casa e creando uno spazio ad hoc per i nostri progetti. Siamo convinti che non siano solo terra e uomo a dover stare in equilibrio, ma che questo principio si debba espandere anche al rapporto con gli animali».

Silvia lavora come educatrice e operatrice pet-therapy: si occupa di ippoterapia, attraverso interventi assistiti con animali, finalizzati a migliorare la salute e il benessere delle persone proprio con l’ausilio dei cavalli. Per portare avanti le sue attività, nel 2013 ha aperto lassociazione Equi-libri, che oggi ha sede nell’azienda agricola.

PACHAMAMA E LA PET-THERAPY

«Negli anni mi sono sempre appoggiata a maneggi e associazioni del territorio, ma le necessità dei bambini che frequentano i miei corsi a volte cozzano un po’ con quelli delle strutture. Anche per questo abbiamo deciso di progettare un nuovo spazio su misura, sia per i cavalli che per i ragazzi».

Silvia Bertuccelli cavallo pet
Silvia di PachaMama

Al momento da PachaMama non ci sono ancora cavalli, ma una volta costruite le stalle, Silvia si attiverà per “riempirle”: «Abbiamo pensato di incominciare con un piccolissimo branco, formato da due cavalli e un asino».

Mentre con l’ippoterapia si lavora per lo più con la messa in sella del bambino, puntando molto sul movimento, Silvia racconta che l’asino sarà invece il protagonista di progetti educativi che coinvolgeranno bambini e scuole, in esperienze cui non è necessaria la “salita”, ma attività di avvicinamento all’animale.

Con quale criterio si sceglieranno i componenti dello staff di PachaMama? «Noi non compriamo gli animali, tutti i nostri cani e gatti sono stati adottati e provengono da situazioni particolari e vorrei trasmettere questa idea anche ai bambini e ai ragazzi che verranno qui».

L’intento di Silvia è donare una seconda occasione a cavalli destinati al macello oppure che hanno lavorato tutta la vita e sono stati abbandonati, magari dopo una lunga carriera agonistica. «Anche quando la società ci scarta, possiamo rinascere grazie a una seconda opportunità: lo ritengo un valore aggiunto».

Mantenere gli animali però costa molto e Silvia non lo nasconde, ma non intende consentire che questa necessità si ripercuota sui più piccoli: «Quando presentiamo i progetti alle scuole proponiamo quote di partecipazione sostenibili, perché voglio che il figlio dell’operaio e il figlio del medico abbiano la stessa opportunità di godere di questa esperienza, senza distinzioni. Trovo che sia un approccio equo nei confronti della collettività».

La squadra si allargherà? «Se il Comune appoggerà i nostri progetti, potremo ampliare la stalla con altri animali per dare spazio anche ad altri terapisti a quattro zampe, come i conigli».

pachamama
PACHAMAMA, UN’AZIENDA AGRICOLA SOSTENIBILE

Silvia definisce l’approccio agricolo di PachaMama “elementare”, incentrato sui principi di agroforestazione e consociazione e senza utilizzo di mezzi meccanici, opere di diserbo, pesticidi o altri interventi artificiali che possano compromettere la biodiversità e l’equilibrio della terra.

Prima del lockdown, quando Silvia ha visto lo spazio per la prima volta, se ne è innamorata subito, nonostante fosse completamente sommerso da rovi, infestanti ed edera. «Durante il periodo di chiusura abbiamo studiato tutti i permessi di cui avevamo bisogno e a maggio abbiamo deciso di comprarlo. Ci è costato grandi sacrifici, ma eravamo decisi a intraprendere questo progetto». Così, con una piccola roulotte del ’75 come pied-à-terre, hanno dato il via ai lavori.

I ragazzi, armati di vanga, zappa, olio di gomito e pazienza, hanno impiegato più di un anno a pulire e rendere coltivabile il terreno. Ora Silvia e il suo compagno stanno rimettendo in sesto l’uliveto, con i suoi 150 ulivi secolari abbandonati da più di vent’anni, e hanno avviato le prime coltivazioni di ortaggi. Nel frattempo hanno comprato cinquanta piante di gelso, giuggiole, sorbole e mele cotogne, che daranno presto vita a un frutteto “d’altri tempi”.

orto pachamama

«L’anno scorso abbiamo sperimentato la coltivazione della canapa a cui abbiamo deciso di dedicare uno spazio più grande, con l’intento di creare prodotti come tisane, creme e oli essenziali». Silvia racconta che in progetto c’è anche l’apertura di un piccolo laboratorio per la trasformazione di prodotti, per poter produrre autonomamente marmellate e tisane con canapa e la loro frutta essiccata.

«E poi – sorride – ci piacerebbe moltissimo dedicarci alla coltivazione di una spugna naturale, la luffa. Silvia la descrive: «Somiglia a una zucchina, infatti fa parte della famiglia delle cucurbitacee: con una rete di sostegno, lei cresce e si arrampica proprio come fa il cetriolo. Una volta cresciuta e fatta seccare sulla pianta, si raccoglie e si sbuccia». Il suo interno è una spugna naturale. Si tratta di un’alternativa ecologica, poiché molto durevole, e biodegradabile.

In pentola poi bolle l’idea di costruire anche un “pollaio sociale”, i cui abitanti piumati vivranno in serenità e moriranno di vecchiaia. Sarà dotato di sportelli laterali alla portata sia di bambini che di adulti, che potranno vedere le galline, raccogliere le uova o aiutare a pulire gli spazi.

E poi, sulla grande piana dell’uliveto Silvia sta costruendo un’aula didattica e un orto didattico, il tutto a misura di sedia a rotelle. Il percorso prevede un sentiero con autobloccanti, in modo che chiunque possa svolgere tutte le attività proposte all’interno della fattoria. «Crediamo in un’alimentazione sostenibile, ma soprattutto nella collaborazione sinergica rispettosa tra uomo, natura e animali. Questo è il futuro e va coltivato adesso!».

Articoli simili
Marta Mingucci sulle caretta caretta: “Mettiamo da parte il nostro ego e rispettiamo la schiusa”
Marta Mingucci sulle caretta caretta: “Mettiamo da parte il nostro ego e rispettiamo la schiusa”

La Biblioteca del Lupo: alla scoperta dei selvatici, i veri abitanti della valle
La Biblioteca del Lupo: alla scoperta dei selvatici, i veri abitanti della valle

Anguilla europea a rischio estinzione: per MedReAct è necessaria una moratoria sulle catture
Anguilla europea a rischio estinzione: per MedReAct è necessaria una moratoria sulle catture

Mappa

Newsletter

Visione2040

Mi piace

No, la Cina non ha voltato le spalle alla Russia – Io Non Mi Rassegno #590

|

Salute e sostenibilità, al Parlamento Europeo si gettano le basi per un modello a misura di persona e di ambiente

|

Ti mangio il cuore: la storia di una donna e della sua battaglia con la quarta mafia

|

In val di Vara uno storico mulino del settecento tornerà a macinare castagne e cereali

|

Scegliere: la piccola rivoluzione di chi decide come vuole costruire la propria vita

|

La storia di Roberta, da Genova alla val Borbera: “La mia nuova vita circondata dalla lavanda”

|

Dal kintsugi al boro sashiko, le arti giapponesi che insegnano a ricomporre gli oggetti rotti valorizzandoli

|

Decennale di Italia Che Cambia: le emozioni di una settimana speciale