7 Giu 2022

Terra Terra: due giovani a piedi lungo gli Appennini per riscoprire la vita nelle terre alte

Terra Terra è un viaggio, un racconto, un'esperienza. È il progetto di Marta Sparvoli e Francesco Tavoloni, che sono nel pieno di un lungo cammino che li sta portando attraverso tutta Italia, da nord a sud, seguendo la dorsale appenninica per raccontare le realtà e le persone che hanno deciso di abitare quelle che vengono oggi considerate aree marginali. Lunedì 13 giugno il viaggio ricomincerà e Italia Che Cambia lo seguirà con una serie di articoli di approfondimento e aggiornamenti social.

Una ragazza e un ragazzo risalgono a passo lento i crinali degli appennini in un viaggio durante il quale le lancette si fermano. Non solo perché è un’occasione per un tuffo nel passato, per recuperare usanze e volti retaggio di anni e secoli trascorsi, ma anche perché Marta e Francesco vogliono prendersi tutto il tempo che occorre per assaporare il cammino, i luoghi in cui esso li condurrà e le persone che li porterà a incontrare. Questa idea è ben sintetizzata dal nome che hanno scelto per il loro progetto: Terra Terra.

«Gli studi umanistici mi hanno sempre spinta verso un interesse per le tematiche antropologiche e sociali», racconta Marta. «Quando ho iniziato a viaggiare in Italia e oltreoceano ho sempre cercato di mescolarmi al tessuto che mi avrebbe accolta, tra la gente, le usanze, le memorie personali di chi ho incontrato. Erano talmente tanti i “bagagli” che raccoglievo durante i viaggi che ho sentito la voglia e la necessità di restituirli sotto forma di storie, di immagini, e da qui la scelta del mezzo fotografico per poterli diffondere».

terra terra2

Anche Francesco ho cercato sempre di affinare lo sguardo, specialmente verso le cose che sembravano distanti da lui: «Sono nato al mare, in una città di porto, ma con uno sguardo curioso verso la montagna. I primi sentieri e cammini li ho fatti con lo scoutismo, poi li ho percorsi da me, ricercando il dialogo silenzioso delle terre alte. La necessità di unire la curiosità verso la montagna e i suoi abitanti, al lavoro di reportage, si è fatta strada dentro di me in modo dirompente nell’ultimo periodo. L’essere umano e le sue manifestazioni sociali hanno sempre suscitato in me un interesse profondo, che ho osservato e assimilato attraverso la narrazione».

Com’è nato il progetto Terra Terra?

Il progetto Terra Terra nasce dal desiderio di vivere e conoscere sempre più da vicino le storie e in generale la vita rurale che lega l’essere umano alla natura. L’opportunità di raccontarle, è nata dopo aver frequentato entrambi la scuola di letteratura e fotografia Jack London, dove abbiamo trovato gli strumenti necessari per poter diffondere la nostra ricerca.

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In che modo siete arrivati a definire i contorni dell’idea di viaggio che avevate in testa?

L’Appennino ha un’eco che risuona dentro fino anche ai margini della costa e solo percorrendolo a piedi è possibile ascoltarlo, per poterlo poi raccontare. Ora siamo in viaggio lungo queste montagne perché vogliamo conoscere da dentro la porzione di mondo a cui siamo più affezionati e crediamo che ci siano molte cose che appartengono alle nostre radici, ma soprattutto alle storie di persone che della bellezza fanno un modus vivendi. E lungo queste alte vie di bellezza ce ne è moltissima.

Perché la scelta di un viaggio lento?

Il viaggio a piedi è il manifesto di un andamento lento, che si avvicina il più possibile al tempo della natura. È secondo noi il modo giusto e più vero per avvicinarci alle persone che raccontiamo, alle loro attività e ai loro luoghi. Il viaggio a piedi è una dimensione meditativa, che ci permette di abbandonare il superfluo e concentrarci su quello che incontriamo lungo il percorso. Il cammino ci dà la possibilità di assimilare le storie, valorizzarle e prepararci a una dimensione di ascolto, ogniqualvolta arriviamo da nuove persone.

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Parlateci brevemente di chi avete incontrato sinora. Anziani o anche giovani? Nuclei familiari o singole persone? Contadini da generazioni e gente che ha deciso di cambiare a un certo punto della propria vita?

Abbiamo incontrato un ampio ventaglio di generazioni. Spesso la comunità di villaggio è l’organizzazione con la quale le persone intendono vivere, una condivisione di spazi e di progetti. I percorsi di vita che abbiamo ascoltato sono diversi tra loro. Chi ha fatto una scelta opposta e di rottura con il passato, venendo da un percorso di vita che non lo rispecchiava più.

Ma c’è anche chi ha ereditato la scelta della sua famiglia portandone avanti i valori e il sentimento di custodia della tradizione o chi si è innamorato di un territorio e ne ha voluto preservare la ricchezza e l’amore che ha ricevuto in cambio. Abbiamo incontrato tante mani grandi e segnate da anni di dedizione e impegno e mani più piccole e curiose che si avvicinavano alla scoperta di questo mondo per le prime volte.

Attraverso i vostri scatti cosa cercate di immortalare?

Lo scatto è la fase finale di un processo di osservazione: nasce sempre da una suggestione che crea in noi la luce naturale e la porzione di realtà che illumina. È un’epifania, un’istante in cui il soggetto e l’ambiente su cui pongo l’attenzione creano una storia eterna.

Secondo voi esiste una convivenza possibile fra il mondo moderno e gli scorci di realtà antiche che avete incontrato e incontrerete lungo la strada? Se sì, in che modo?

Abbiamo avuto moltissime risposte a questa domanda che è stata la nostra stella cometa dall’inizio del viaggio. Effettivamente le persone che riescono a vivere in modo autosufficiente e in un rapporto reciproco e rispettoso con la natura guardano molto alle modalità di lavoro e di vita che c’erano nel passato. L’autosufficienza alimentare, spesso anche energetica, rispecchia sempre un modello sostenibile che si contrappone a quello moderno cittadino ed è l’aspirazione di molti che si avvicinano alla vita rurale. E la cosa interessante è vedere quanto la creatività giovanile, lo studio di nuove tecniche apportano alle saggezze antiche una ricchezza che tende un filo continuativo e fruttuoso col passato.

L’Appennino ha un’eco che risuona dentro fino anche ai margini della costa e solo percorrendolo a piedi è possibile ascoltarlo, per poterlo poi raccontare

C’è un aneddoto, una persona, un’immagine, un odore, un suono che vi ha colpito particolarmente sinora e che a vostro avviso ben rappresenta il vostro progetto?

I silenzi dei pascoli d’alta quota che si spezzano con i soli suoni degli animali e del vento, l’odore delle greggi e dell’erba che brucano. Questi stimoli ci hanno accompagnato lungo tutto il cammino. Ma anche il calore dei camini nelle case delle persone che ci davano ristoro nei momenti più impervi.

Nella nostra raccolta, uno scatto in particolare racconta il nostro viaggio. Camminavamo da due settimane sotto la pioggia in Liguria quando, in un tratto di appennino disabitato, lungo il sentiero abbiamo trovato la testa di un forcone conficcata in un palo di legno, ultimi resti di una cascina abbandonata. L’immagine dello strumento agricolo che resiste sul rudere è diventata per noi un simbolo delle storie di resistenza che abbiamo incontrato e che vogliamo continuare a raccontare.

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