29 Luglio 2025 | Tempo lettura: 5 minuti

E se iniziassimo a parlare di leggere come un diritto fondamentale?

In Argentina nasce una piattaforma che unisce le persone attraverso i libri che amano. Non si cercano corpi, ma storie. Un progetto dove leggere diventa anche simbolo di giustizia sociale e resistenza culturale.

Autore: Michela Calledda
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In breve

Un “Tinder dei libri” per garantire a tutte le persone il diritto di leggere

  • Il pubblicista argentino Nacho Damiano ha inventato Pila de libros, una piattaforma di scambio per persone appassionate di lettura che col tempo è stata soprannominata “Tinder dei libri”.
  • Leggere può essere un gesto di cura, un atto d’amore e persino di resistenza. Un diritto da rivendicare.
  • La lettura è ancora troppo spesso legata al ceto sociale: i libri da un lato vengano considerati, dall’altro sono un lusso per tanti.
  • Perché la lettura sia un diritto garantito, l’accessibilità delle biblioteche appare particolarmente strategica.
  • Secondo i dati ISTAT relativi al 2021, solo il 40,8% degli italiani dai 6 anni in su ha letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti. L’Italia è tra gli ultimi Paesi in Europa per numero di lettori.

In Argentina un uomo ha inventato una piattaforma dove le persone si incontrano sulla base dei libri che amano. Una specie di Tinder per lettori, ma con una differenza sostanziale: qui non si cercano corpi, ma storie. Si fa match con chi ha letto lo stesso autore, con chi ha amato un certo personaggio, con chi ha sottolineato le stesse frasi. La frase che ha fatto il giro del mondo è semplice e per questo potente: nunca te vas a quedar sin leer porque no tenés plata – “non resterai mai senza leggere solo perché non hai soldi”.

In questa frase c’è tutto. Un’idea di mondo, di società, di giustizia. Una posizione politica e insieme affettiva. Perché leggere, in fondo, è anche un gesto d’amore. E privare qualcuno della possibilità di farlo, solo perché non ha denaro, è una è una rinuncia imposta. Una privazione che si consuma ogni giorno, silenziosamente, nelle pieghe della povertà culturale. Nelle librerie indipendenti di periferia o di provincia, queste parole assumono ancora più forza. Perché ogni giorno qualcuno ci dice che aspetterà o che tornerà. Non per scelta, ma per necessità. E poi ogni tanto ci sono gesti meravigliosi: chi regala, chi lascia in sospeso, chi presta. Piccole reti di resistenza che si costruiscono nel quotidiano.

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Immagine di repertorio Canva

Leggere per amore

Il progetto argentino non nasce come provocazione, ma come risposta concreta. E funziona. Perché funziona sempre quando si parte dalla fiducia, dalla gratuità, dalla cultura come bene comune. Chi legge, chi ama leggere, spesso è anche disposto a condividere. Perché sa che un libro prestato non è un libro perso, ma un seme che germoglia altrove. E questo “altrove” è proprio il senso più profondo del fare cultura.

Nel nostro mondo iper-digitale, dove ogni desiderio viene trasformato in consumo, quest’idea sembra quasi naïf. E invece è la più sovversiva. Perché dice una cosa semplice e dimenticata: che non tutto si compra. Che si può costruire un legame non basato sulla moneta, ma sulla memoria. Che si può amare qualcuno per quello che legge, non per quello che ha.

Eppure in Sardegna, in Italia – come altrove –, la cultura resta spesso appannaggio di chi può permettersela. Nonostante le biblioteche pubbliche, le scuole, gli sforzi di tanti operatori culturali, spesso l’accesso ai libri è ancora una questione di classe. Lo è quando le librerie chiudono nei paesi e restano solo nei centri città. Lo è quando si considera un libro un “bene voluttuario”. Lo è quando una famiglia deve scegliere tra pagare le bollette o comprare un romanzo. Lo è quando si pensa che “chi ha fame non legge”, dimenticando che la fame, spesso, è anche di parole. Una fotografia drammaticamente realistica sul tema la scatta questa inchiesta di OpenPolis sull’accesso alle biblioteche.

Ma davvero i libri possono cambiare la vita? Non lo fanno sempre, è vero. Ma possono indicare una via

Per questo quel progetto argentino ci riguarda. Perché ci dice che un altro modello è possibile. Che i soldi non bastano senza un’idea buona e condivisa. Che i libri possono essere strumenti di giustizia, se smettono di essere merci e tornano a essere legami. Certo, si potrebbe obiettare: ma davvero i libri possono cambiare la vita? Non lo fanno sempre, è vero. Ma possono indicare una via. Possono mostrare mondi, aprire domande, accompagnare nei momenti difficili. E in certi casi, possono persino salvare.

Chiunque abbia letto in una stanza d’ospedale, in un carcere, in una casa che cadeva a pezzi, lo sa. I libri non sono innocenti, né neutri. Sono carichi di senso, di ideologia, di visioni. Per questo chi detiene il potere li teme, li censura, li brucia o li rende inaccessibili. E per questo le persone, da sempre, si organizzano per farli circolare.

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Immagine di repertorio Canva

Sul diritto alla lettura

Ci piacerebbe che anche qui nascesse un “Tinder dei libri”, ma più ancora ci piacerebbe che si parlasse di diritto alla lettura con la stessa forza con cui si parla di altri diritti fondamentali. Che si riconoscesse che la cultura non è un lusso, ma un bene primario. Che si smettesse di premiare solo chi vende tanto e si cominciasse a sostenere chi condivide. Chi costruisce luoghi di lettura nei quartieri. Chi inventa biblioteche mobili, scambi tra condomini, scaffali gratuiti. Chi crede che leggere non sia un privilegio, ma un gesto di cura.

E allora sì, tutto il mondo è paese. Perché la povertà culturale attraversa le frontiere. Ma anche la voglia di resistere, di creare alternative, di fare della lettura una forma di giustizia sociale. Chi legge, difficilmente resta solo. E se il mondo continua a produrre disuguaglianze, allora le librerie, le biblioteche, i lettori stessi possono diventare rifugi. Perché nessuno, mai più, rimanga senza un libro da leggere. Nemmeno quando non ha un euro in tasca.

Questo articolo fa parte della rubrica “Tutto il mondo è paese” a cura di Michela Calledda della Libreria La Giraffa di Siliqua.