25 Novembre 2025 | Tempo lettura: 6 minuti

25 novembre è il grido di tutte quelle donne che più non hanno voce. Come Barbara Locci

In occasione del 25 novembre pubblichiamo la nostra intervista a Francesca Olia, attrice sarda che interpreta Barbara Locci nella serie Il Mostro.

Autore: Sara Brughitta
barbara locci 25 novembre
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Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale femminicidi, lesbicidi e transicidi di Non Una Di Meno, in Italia nel 2025 le morti causate da violenza di genere ed eterocispatriarcale sono 89. Non numeri, ma ottantanove persone che non hanno più voce. Ed è uno degli slogan portati in piazza dalle femministe di questa giornata a squarciare questa assenza: “Siamo il grido altissimo e feroce di tutte le donne che più non hanno voce”. Tra queste voci c’è quella di Barbara Locci, cagliaritana emigrata in Toscana e poi uccisa nella notte tra il 21 e il 22 agosto del 1968.

Fu il primo delitto attribuito al Mostro di Firenze. Quella di Locci è una figura che ritrova – e riprende – spazio nella serie italiana Netflix de Il mostro, in cui si indaga la cosiddetta pista sarda. Una produzione che tesse la storia della sentenza di morte inflittale da un assassino mai identificato, a cui si sommano sentenze morali che si trascinano fino a oggi. Ad interpretare Barbara Locci nella serie è l’attrice sarda Francesca Olia. Se una voce di Locci non può essere realmente restituita, è lei – grazie anche alla scrittura del regista Stefano Sollima – a darle un volto e la dignità che un sistema patriarcale e machista ha cercato troppe volte di negarle.

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Barbara Locci nella serie Il Mostro, interpretata da Francesca Olia – foto di Media Vision Artists

Francesca Olia, com’è iniziato il suo percorso artistico?

Sono nata a Cagliari e fino ai 18 anni ho vissuto a Dolianova. Ho studiato violino al Conservatorio, anche se fin da bambina una vocina mi diceva che avrei dovuto fare recitazione; con il tempo è diventata una possibilità. A 18 anni mi sono trasferita Roma per studiare all’Accademia internazionale di teatro e ora sono quasi dieci anni che vivo qui. Qui ho avuto più possibilità di creare connessioni, ma non voglio assolutamente dire che per fare l’attrice è necessario lasciare l’Isola: Valentino Mannias è un esempio di come sia possibile farlo anche in Sardegna.

È poi arrivata l’interpretazione di Barbara Locci; conosceva già la sua storia?

In realtà ignoravo la pista sarda, ho dunque iniziato a documentarmi e studiando mi sono resa conto che su questa donna non ci son tantissime notizie e quelle che ci sono, sono filtrate da uno sguardo maschile. Di conseguenza ne viene restituita una versione parziale, giudicante; abbiamo cercato con la serie di restituirle una voce, anche per fare in modo che emergesse una sua volontà. È stata una donna fortemente giudicata, basti pensare che veniva definita l’ape regina, in tono fortemente dispregiativo.

Lei non è una donna che ha subito, è una donna che ha provato ad autodeterminarsi

La figura di Barbara Locci è stata fagocitata da una serie di pregiudizi misogini che ancora continuano a esistere, manifestandosi in quella che oggi chiamiamo violenza secondaria. Pensa che il racconto della serie possa colmare, almeno in parte, quella parzialità creata dal sistema patriarcale?

C’è sempre la tendenza ad aggiungere una nota di giudizio come per giustificarne l’uccisione. Nella serie ci abbiamo provato in base anche alle diverse angolazioni da cui viene vista. A mio avviso lei è una vittima, ma non è solo vittima: è una donna con tante sfaccettature, che ha fatto delle scelte per andare contro il ruolo che volevano attribuirle e che evidentemente non le calzava.

Parlo del ruolo che la donna doveva avere soprattutto sui tempi, ma vorrei anche dire che non è troppo diverso dai tempi attuali. Lei non è una donna che ha subito, è una donna che ha provato ad autodeterminarsi: ha cercato di scappare dal matrimonio, ha scelto di avere delle relazioni extraconiugali per essere libera. Barbara Locci è un personaggio tridimensionale, anche se poi la violenza ha avuto la meglio.

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Francesca Olia – foto di Media Vision Artists

Com’è stato interpretarla? 

Molto interessante, perché non sono tanti i personaggi femminili così descritti. Stiamo parlando di una persona esistita davvero quindi la tridimensionalità è dovuta anche a questo. Abbiamo una doppia natura di vittima e ribellione, e vediamo il personaggio in diverse fasi della sua vita: una fase di giovinezza, la fase depressa e quella in cui rifiorisce. E oltretutto non è un personaggio lineare: ribelle verso il marito, o verso il suocero, estremamente dolce con Francesco Vinci; come nella vita, noi siamo tante cose.

La serie è ambientata negli anni ’60 e ’70, un’epoca che sembra lontana da noi. Eppure quella dimensione di controllo e giudizio sulle donne non si è mai davvero chiusa. Guardando alla storia di Barbara Locci, quanto pensa che il passato continui a parlare del presente?

La serie riporta una dimensione molto reale e contemporanea, lontana dai sensazionalismi. L’attualità sta nel dire che il mostro potrebbe essere chiunque. I mostri infatti sono persone vicine a noi: potrebbe essere il vicino, qualcuno che frequenti o che incontri per strada. Pensare che sia un qualcosa di lontano è un modo di sottovalutare il problema. E bisogna capire che la violenza patriarcale è un problema di tutti. Ora abbiamo più diritti rispetto al passato, ma quello che fatichiamo a ottenere è una responsabilità collettiva: è un problema sociale, educativo. Perché sì, abbiamo dei diritti, ma il problema del “eh ma come era vestita”, ad esempio, permane.

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Barbara Locci nella serie Il Mostro, interpretata da Francesca Olia – foto di Media Vision Artists

Valentino Mannias – l’attore sardo che interpreta Salvatore Vinci, “Il Mostro” – ha dichiarato che il vero mostro è il patriarcato. Nella mia percezione, senza niente togliere alla professionalità e all’importanza delle dichiarazioni rilasciate, l’impressione però è che si continui a voler dare in un modo o nell’altro più spazio a voci che però non sono quelle di chi è vittima o sopravvissuta – o di chi le interpreta. Pensa che questa disparità rifletta, in qualche modo, un sistema patriarcale?

Io non ho avuto una grande percezione di questo. Lui si è esposto, ha un certo tipo di personalità e ognuno ha la propria. Reputo positivo che un uomo si esponga, anzi spesso quando a farlo è un uomo effettivamente c’è un po’ più di attenzione; ma voglio vederlo come qualcosa di incoraggiante. Io personalmente non la percepisco negativamente: ci sono tante componenti che fanno in modo che una persona parli.

Reputo importante che, nel momento in cui hai uno spazio, lo si usi per parlare di temi come il problema della cultura patriarcale. Qualora un uomo si permettesse di dare giudizi proverei disappunto, ma in questo caso è bene includere anche il maschile, perché la parità è il riconoscere che ci siano delle problematiche nella nostra società che riguardano tutti e tutte.

Nelle piazze del 25 novembre, il grido quindi si alzerà anche per Barbara Locci.

Lei non ne ha avuta una di voce, quindi sì. Possiamo restituirle un volto e spero che in quest’opera le sia restituita dignità.