Casa M e la finestra che da Siddi si apre al mondo
A Siddi, Casa M torna a vivere grazie a Matteo Tiddia e Michele Pala. Non un B&B né un centro culturale tradizionale, ma uno spazio di vita, laboratori, cibo e relazioni, radicato sul territorio e aperto alla comunità.
Nella Marmilla, a Siddi, piccolo centro dell’entroterra sardo di poco più di quattrocento abitanti, una casa rimasta chiusa per oltre vent’anni è tornata a respirare. Oggi si chiama Casa M ed è molto più di uno spazio fisico: è un progetto in divenire, un luogo abitato prima ancora che raccontato, nato dal desiderio di due sardi, Matteo Tiddia e Michele Pala, di tornare alla propria terra dopo una lunga esperienza all’estero.
Casa M non si presenta come una struttura ricettiva tradizionale né come un centro culturale nel senso canonico del termine. È, piuttosto, «una finestra aperta sul mondo che la circonda», spiega Tiddia. Un punto di incontro tra pratiche quotidiane, relazioni, cibo, arte e paesaggio, in cui l’idea di ospitalità si intreccia non solo con quella di condivisione, ma anche di scelta consapevole.

Il ritorno e la scelta di Casa M
Matteo Tiddia e Michele Pala hanno vissuto per molti anni a Londra. Entrambi sardi, hanno trascorso gran parte della loro vita adulta fuori dall’isola, costruendo un percorso professionale che ha permesso loro di acquisire competenze, visioni e solidità economica. Il desiderio di tornare in Sardegna esisteva da tempo, inizialmente immaginato come un progetto lontano, quasi un approdo finale. Poi la Brexit ha accelerato i tempi e reso più urgente una domanda rimasta a lungo sospesa: dove e come tornare. «Ogni weekend passavo ore a cercare un luogo che potesse contenere tutto ciò che ci piace», racconta Tiddia.
La ricerca non era orientata a una semplice casa, ma a uno spazio capace di accogliere idee, passioni, relazioni, senza dover scegliere un’unica etichetta che avrebbe comportato delle limitazioni. Siddi arriva quasi per caso, un luogo che non avevano mai visitato prima di fare un’offerta per l’acquisto della casa. Un gesto che qualcuno ha definito impulsivo, ma che per loro, invece, si è rivelato profondamente coerente. Casa M è diventata fin da subito qualcosa di più di un investimento: una scelta di vita. «Non c’è stato un solo giorno in cui ci siamo pentiti», raccontano, parlando di una casa che sembra averli attratti prima ancora di essere scelta.
L’uso di materiali naturali è soprattutto legata alla salute e alla volontà di recuperare pratiche tradizionali spesso dimenticate
Una casa abitata, non un progetto confezionato
Quando i due hanno acquistato Casa M, l’edificio era disabitato da circa vent’anni. I lavori di ristrutturazione sono durati quasi un anno e hanno riguardato aspetti essenziali: impianti elettrici, acqua, fognature. Un processo lento, affrontato con coerenza rispetto ai valori che oggi definiscono il progetto, infatti anche le scelte legate al restauro rispondono a un’idea di sostenibilità e benessere: l’uso di materiali naturali, come la terra cruda negli intonaci, è soprattutto legata alla salute e alla volontà di recuperare pratiche tradizionali spesso dimenticate.
«È paradossale che in un’isola con una forte tradizione di terra cruda si parli così poco di questo materiale», osserva Matteo Tiddia. Casa M è prima di tutto il luogo in cui vivono e in secondo luogo è uno spazio aperto agli altri. «Non volevamo costruire qualcosa di artefatto», spiegano. Anche la comunicazione segue questa linea: nessun sito web ufficiale, poche tracce online, una presenza volutamente discreta. Una scelta etica e politica, che rifiuta alcune piattaforme globali al fine di privilegiare relazioni dirette, reti di prossimità, incontri reali.

La residenza poi offre una serie di laboratori che riflettono le passioni dei suoi proprietari. Tra questi, un ciclo dedicato alla fermentazione, condotto da due chef olandesi. Un tema che potrebbe sembrare lontano dalla cultura sarda, ma che in realtà dialoga profondamente con pratiche tradizionali come la conservazione delle olive o dei pomodori secchi. Le verdure utilizzate provengono da un campo vicino, a sottolineare il legame con il territorio e la volontà di creare rete fra le attività locali in maniera concreta.
Accanto ai laboratori esiste anche una dimensione di ospitalità, tuttavia, non è il fulcro del progetto. «Non ci interessa essere un classico B&B», spiegano. Il rischio, secondo loro, è quello di trasformare una passione in un prodotto standardizzato, perdendo il senso di ciò che si fa. Il cibo, ad esempio, è centrale ma non codificato: colazioni sempre diverse, sperimentali, mentre per i pasti principali ci si affida ai ristoranti del territorio, creando uno scambio reciproco.
Il paese, tra realtà e possibilità
Siddi è parte integrante del progetto, non solo come sfondo geografico, ma come spazio umano e sociale. Un paese che ospita eventi culturali, una summer school internazionale, rassegne cinematografiche. «Il concetto di paese come spazio limitante va rivisto», osserva Tiddia. «Senza idealizzazioni: vivere in un piccolo centro comporta difficoltà concrete, legate ai servizi, alla sanità, all’insularità. L’errore, secondo me, è romanticizzare la Sardegna rurale come un paradiso». Eppure, esiste una dimensione relazionale che altrove sembra essersi persa, ad esempio racconta di un amico inglese rimasto colpito dal fatto che qui le persone si salutino per strada.

Partire e tornare possono essere spesso scelte influenzate da fattori di natura economica. E alla domanda se dietro la scelta di creare Casa M ci fosse anche privilegio economico, rispondono con onestà: sì. «Abbiamo lavorato quindici anni e ne è valsa la pena, ma sono certo che se non avessimo avuto uno zoccolo duro sul quale contare, avrei comunque trovato un modo per tornare. Ecco, magari non saremo partiti con Casa M, anche se avere le nostre famiglie qui sarebbe stato comunque un privilegio».
Un privilegio trasformato in occasione comunitaria. E guardando al futuro i proprietari di Casa M desiderano continuare a muoversi lungo una linea fluida. Sono in programma nuove giornate di sensibilizzazione sui materiali naturali, altri laboratori, collaborazioni per un’idea di viaggio lento e sostenibile, capace di raccontare ciò che si vede e ciò che lo rende possibile: dal mulino locale al pane sfornato con grani del territorio. Uno spazio quindi che permette a ciascuno di coltivare ciò che ama, un punto di riferimento aperto, una casa che non promette un paradiso, ma offre la possibilità di abitare il tempo e il luogo in modo etico e consapevole.










Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi