12 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 10 minuti

Tra gli ulivi della Cisgiordania e la violenza sionista: la testimonianza di una volontaria

Pubblichiamo la testimonianza di A., volontaria delle brigate internazionali per la Cisgiordania, sulla raccolta delle olive e le violenze subite dalle persone palestinesi.

Autore: Redazione Sardegna che Cambia
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In breve

La raccolta delle olive si è conclusa tra Sardegna, Palestina e Cisgiordania. Una testimone ci racconta com’è andata.

  • Nell’isola siccità e temperature sempre più alte hanno prosciugato gli invasi e assetato gli ulivi: il calo della produzione si avvicina al 60%.
  • In Palestina invece non è stata solo la crisi climatica a minare la raccolta: la cultura degli ulivi infatti “è presa di mira con particolare violenza”.
  • Secondo il ministero dell’Agricoltura palestinese a Gaza, circa il 74-75% degli uliveti sono stati distrutti da ottobre 2023.
  • In Sardegna come in Palestina, la terra racconta chi siamo, cosa facciamo e quanto valore diamo al lavoro, alla memoria, alla continuità. La perdita di un albero, di un uliveto o di un raccolto diventa la misura di ciò che difficilmente può essere sostituito, e di ciò che non può essere ignorato.

Il 13 novembre 2025 Issam, dopo un mese di coma, è morto a causa dell’attacco dei coloni israeliani e dell’esercito israeliano che ha fatto uso di gas lacrimogeni a Beitar. Issam Jihad Ma’ala aveva 13 anni, stava partecipando alla raccolta delle olive con la sua famiglia insieme ad altre famiglie di agricoltori. Non era a Gaza. Si trovava nella zona B della Cisgiordania, sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese e il controllo militare delle forze di occupazione.

All’inizio di ottobre 2025 sono andata in Cisgiordania per partecipare alla campagna Harvest Zeytoun con l’UAWC. L’UAWC, con sede a Ramallah, è un’organizzazione che aiuta gli agricoltori e agricoltrici della Cisgiordania. Esiste dal 1986 ed è affiliata alla Via Campesina. Il programma Harvest Campaign viene rinnovato da diversi anni e ha lo scopo, grazie alla presenza dei volontari e volontarie internazionali, di consentire alle famiglie palestinesi di effettuare la raccolta delle olive di fronte alle continue aggressioni dei coloni israeliani. BAQA – قاءب – parola araba che significa “rimanere”, simbolo di fermezza, radicamento e resistenza all’occupazione e alla violenza dei coloni – è il nome dato a questa campagna.

Cisgiordania palestina olive
Issam Jihad Ma’ala

Questi attacchi mirano innanzitutto a terrorizzare le famiglie degli agricoltori palestinesi per impedire loro la raccolta delle olive e spingerli così ad abbandonare le loro terre. Si tratta anche di rendere inutilizzabili le terre, in questo caso gli uliveti. Ulivi secolari o ripiantati vengono sistematicamente sradicati o bruciati dai coloni. Gli attacchi violenti e quotidiani dei coloni contro le famiglie palestinesi si sono intensificati negli ultimi tre anni. Secondo l’agenzia ufficiale palestinese WAFA, dal 7 ottobre 2023 al 16 novembre 2025, 52.300 ulivi sono stati distrutti a Gaza e in Cisgiordania.

Nei primi otto mesi del 2025, l’esercito israeliano ha emesso vari ordini di abbattimento di alberi su una superficie di 681 ettari nei territori palestinesi occupati. Il rapporto di ottobre del Consiglio per le violazioni israeliane indica che, con il sostegno dell’esercito israeliano, i coloni hanno sradicato o danneggiato 1.200 ulivi sui terreni palestinesi. La distruzione quasi sistematica degli ulivi da parte dei coloni priva i palestinesi di una delle loro risorse essenziali. Ma contribuisce anche, sin dall’inizio del progetto sionista in Palestina, all’affabulazione di una terra senza popolo, una terra vuota. Cancellare ogni traccia di una presenza precedente all’arrivo dei coloni é una costante dal 1948.

Il lavoro delle persone volontarie

Noi volontari e volontarie, partiti e partite per cercare di fermare la macchina infernale della distruzione, ogni mattina andavamo in piccoli gruppi ad aiutare le famiglie per la raccolta delle olive. La maggior parte delle volte l’intervento dei coloni ci ha costretto ad abbandonare gli uliveti. Ma quando ciò non avveniva, era una festa! Finire la raccolta, mangiare insieme, a volte anche ballare. Spesso bisognava fare in fretta, in silenzio, come tante piccole formiche al lavoro per ingannare la vigilanza dei coloni, e finire prima dei loro attacchi. Giovedì 16 ottobre 2025, ci siamo recati in un uliveto vicino a Huawara in presenza di una consigliera comunale, ma siamo stati nuovamente aggrediti e cacciati dai coloni e dall’esercito.

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Immagine di repertorio Canva

Ci siamo recati e recate in un altro uliveto all’ingresso di Burin, situato proprio sul bordo della strada, di fronte alla casa del proprietario. Molto rapidamente è arrivato l’esercito che ci ha intimato di andarcene, cosa che abbiamo fatto; siamo andati dal contadino che ci ha invitato a entrare a casa a bere un caffè, un tè e ci ha servito dei dolci. Con il pretesto che avevamo violato una zona militare l’esercito è entrato nel cortile; dopo circa un’ora è ritornato con una mappa dichiarando che quell’oliveto, compresa la casa del contadino, era stato dichiarato zona militare quella stessa mattina, come mostrava la mappa che era stata presentata poco dopo.

È così, a passi felpati, che avanza la colonizzazione: dichiarazione di terre come zone militari, confisca, spoliazione e infine l’insediamento dei coloni sulle terre. Durante le discussioni lunari con l’esercito, ho parlato con il proprietario e con sua moglie. Vedendo la fascia ricamata che le cingeva il capo mi sono estasiata davanti alla bellezza dei ricami, lei ha allora chiamato le sue figlie; sono arrivate portando dei magnifici abiti ricamati e una cintura ricamata con i nomi delle città della Palestina. Ci ha mostrato il sito del suo negozio pieno di meravigliosi abiti ricamati.

In un certo senso parlavamo di vestiti; l’esercito intanto ci circondava nel cortile e lei ci disse che «per noi è così tutti i giorni: entrano, perquisiscono la casa con il pretesto che siamo terroristi, a volte ci arrestano. Noi possiamo vivere con tutti – cristiani, ebrei, musulmani – ma loro no, loro non vogliono. Vogliono essere soli sulle nostre terre, ecco perché ci perseguitano». Poi è arrivata la polizia e siamo stati portati e portate via dopo essere stati debitamente filmati da un colono, dall’esercito e dalla polizia. Ho stretto in un forte abbraccio queste donne ricamatrici della loro storia e ho raggiunto i miei compagni sull’autobus; anche il proprietario e un altro agricoltore sono stati portati via.

Si tratta di una questione economica volta a soffocare l’economia palestinese in Cisgiordania

Storie di oppressione quotidiana

Nell’autobus una soldatessa mi spiegherà che questa donna è una terrorista, che avevo abbracciato una terrorista, che tutta la sua famiglia lo è, compreso il ragazzino che ci serviva il caffè e il tè e si prendeva cura di noi. Dopo tre interrogatori, il rilevamento delle impronte digitali, le foto, un viaggio al confine giordano, un passaggio alla polizia di frontiera, l’autobus ci porterà nella prigione di Givon. Ne usciremo solo la mattina di martedì 21 ottobre con l’accusa di violazione della zona militare, partecipazione a un gruppo terroristico e minaccia all’ordine pubblico. Abbiamo saputo che anche i due agricoltori erano stati rilasciati lo stesso giorno, però non siamo riusciti a sapere dove erano stati rinchiusi.

Si tratta di una questione economica volta a soffocare l’economia palestinese in Cisgiordania, ma anche di alimentare la menzogna storica forgiata dal sionismo e dai suoi alleati occidentali sin dall’arrivo in Palestina: «La Palestina era un deserto, noi l’abbiamo trasformata in un frutteto». La realtà è ben diversa e invece di un frutteto, ne hanno fatto un inferno. I frutteti, le coltivazioni a terrazza con i muri a secco costellano colline e valli; gli abitanti alacri e laboriosi si fondono nel paesaggio luminoso. Nella valle della Qana si accede agli uliveti tramite un sentiero sassoso poiché la strada è vietata dai coloni, attraverso campi di aranci, di limoni, di melograni, di alveari; ancora vi passano greggi di capre.

Uno dei contadini che abbiamo aiutato per la sua raccolta, membro del Partito Comunista Palestinese, ci indica sul versante opposto della collina l’antica casa in pietra dove viveva prima del 1967, data dell’invasione delle forze di occupazione israeliane. Ci spiega che, essendo quel territorio sotto il protettorato giordano, prima dell’invasione possedeva una carta d’identità giordana. Il giorno dell’invasione gli è stata confiscata dalle forze di occupazione. La Giordania ha combattuto per un giorno, ci dice, poi se ne sono andati e ci hanno lasciato sotto i bombardamenti israeliani.

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Tessuti palestinesi, immagine di repertorio Canva

«Da allora, gli insediamenti si sono moltiplicati e viviamo sotto la minaccia costante dei coloni»; ci indica le costruzioni che ricoprono le cime delle colline come macchie che si estendono, come una cancrena che è impossibile eliminare. Il 10 ottobre 2025 ero negli uliveti di Beitar insieme alle famiglie palestinesi e a decine di altri volontari internazionali per raccogliere le olive. Ero presente al momento dell’attacco.

Issam Jihad Ma’ala

Scrivo con l’urgenza che la morte di Issam, a soli 13 anni, non sia che un numero in più aggiunto a una lista infinita. Non sarà l’ultimo, lo so; altri sono già morti e morte da allora. Altri palestinesi moriranno ancora sotto gli attacchi dei coloni e gli interventi delle forze armate di occupazione. E altri palestinesi rimarranno sulle loro terre come fanno da millenni. Durante l’attacco del 10 ottobre, in un momento di tregua, ho continuato ad aiutare una famiglia palestinese a raccogliere le olive e a insaccarle. Parlando con una donna le ho chiesto, in un inglese rudimentale, cosa ne pensasse del cessate il fuoco a Gaza.

Dopo avermi risposto ridendo «your english is broken!», mi ha detto tranquillamente, continuando a raccogliere le olive: «Non hanno mai rispettato un solo accordo e non rispetteranno nemmeno questo». Poi l’attacco dei coloni è ripreso. Questa volta erano più numerosi e più violenti. Scendevano precipitosamente dalle colline urlando, lanciando pietre, sparando, bruciando le auto. I bambini gridavano «Allah Akbar!» e le loro voci rimbalzavano da una collina all’altra come se le loro grida potessero respingere la barbarie in cui erano nati. Grida contro i massacri, grida per proteggere le loro terre, i loro fratelli, le loro sorelle, le loro madri, i loro padri.

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Coloni in Cisgiordania, frame allegato alla testimonianza

Grida per difendersi da una barbarie che dal 1948 porta via le loro famiglie, le loro case, i loro raccolti, inghiotte le loro terre, vomita morte, sotto lo sguardo indifferente, a volte falsamente imbarazzato, quando non accusatorio, di tutti quegli occhi occidentali che intimano loro di tacere, di scomparire, senza rumore, soprattutto in silenzio. Non appena i coloni hanno iniziato a scendere dalle colline, l’esercito che si era posto tra noi e loro ordinandoci di andarcene, ci ha immediatamente lanciato i gas lacrimogeni. Issam ha respirato uno di questi gas e ne è morto.

I palestinesi, per proteggerci, ci hanno chiesto di ritirarci. Raccogliendo in fretta le ultime olive e riempiendo ancora qualche sacco, abbiamo iniziato a ritirarci, a malincuore, ma l’abbiamo fatto. Siamo partiti e mentre un compagno volontario mi diceva: «Noi ce ne andiamo, loro restano», arrivavano auto sgangherate piene di palestinesi che cercavano di frenare gli attacchi dei coloni scatenati. Quel giorno, i coloni hanno bruciato una decina di automobili, ribaltato un’ambulanza e causato più di 35 feriti, tra cui un giornalista palestinese corrispondente dell’A.F.P. Allora decido di scrivere, di raccontare almeno un po’ di quello che ho visto.

Tanti altri certamente l’hanno fatto prima di me, perché anche se tutto è inutile bisogna pur fare qualcosa. Issam non è più l’ultima vittima delle atrocità commesse da uno Stato criminale concepito da Stati nati da genocidi e/o loro complici. Ma sarà anche quello di una lunga lista di volti, di vite che non cedono, che rifiutano di arrendersi, che non si vendono, che continuano a gridare al mondo che vivranno. Che gli ulivi rifioriranno, che il raccolto sarà bello e l’olio verde e brillante come la terra che lo ha prodotto. Che queste parole siano come macchie indelebili, rosso sangue, tatuate sulle fronti sprezzanti, ancora altezzose e disumane dei genocidi e dei loro complici in tutto il mondo.