29 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / Meme!

Il meteorologo Matteo Tidili e il ruolo dei social nell’era dei cambiamenti climatici

Il meteorologo, climatologo e divulgatore sardo Matteo Tidili ci spiega l’importanza della divulgazione – anche attraverso i social – dei temi legati a clima, eventi estremi e cambiamento climatico.

Autore: Claudia Piras
matteo tidili

Qualche tempo fa abbiamo incontrato Matteo Tidili, meteorologo del telegiornale sardo di Rai3, divulgatore molto seguito sui social e volto che molte e molti hanno imparato a conoscere in occasione del ciclone Harry, che ha colpito nei giorni scorsi Sardegna, Sicilia e Calabria. In un’epoca in cui la vita di milioni di persone è sempre più caratterizzata dagli effetti del cambiamento cilimatico e meteorologia e climatologia si ritagliano spazi sempre più ampi nel dibattito pubblico, figure come quella di Matteo Tidili – che a studi e competenze scientifiche uniscono un incessante lavoro di divulgazione – sono sempre più dei punti di riferimento.

Matteo Tidili, la divulgazione sui social è complicata?

Sì, lo è. Confrontandomi anche con colleghi di RaiMeteo che fanno divulgazione nelle loro regioni, mi rendo conto che non è solo un problema sardo. Nei commenti si nota spesso una forte conflittualità: persone che vanno contro a prescindere, complottisti, polemiche continue. È un fenomeno nazionale, direi anche internazionale. I social danno voce a chiunque, quindi bisogna farsi un po’ la pelle dura.

Questo è l’aspetto negativo, ma ci sono anche quelli positivi. Tu però non sei un content creator in senso classico, sei un professionista con una specializzazione molto specifica. Com’è nata l’idea di divulgare sui social?

Io nasco come meteorologo e, con gli studi più recenti, anche come climatologo. Ho quindi un approccio scientifico molto legato ai dati e ai modelli previsionali. La meteorologia però è sempre stata una passione: da bambino, al liceo scientifico, poi all’università. Mi rendevo conto che nei media tradizionali lo spazio dedicato a questa materia era molto ridotto e per me era quasi una mortificazione. All’inizio avevo aperto un piccolo blog con un compagno delle superiori, Sardegna Clima, era il 2008. Già allora avevamo raccontato eventi importanti come l’alluvione di Capoterra. Con l’arrivo dei social, tutto si è spostato lì in modo naturale.

Matteo Tidili
Matteo Tidili

Cosa hanno aggiunto i social rispetto ai media tradizionali?

Soprattutto l’immediatezza. La meteorologia non vive solo di previsioni, ma anche di aggiornamenti in tempo reale. In TV puoi dire al mattino che la sera arriverà un peggioramento, ma sui social puoi pubblicare subito un’immagine satellitare mentre una linea temporalesca si sta avvicinando. Se sei davvero appassionato, lo fai col cuore. Per me è anche un servizio di pubblica utilità: ogni post diventa una conversazione, quasi un forum.

Nonostante il pubblico ampio, usi un linguaggio molto tecnico. È una scelta voluta?

Sì. Cerco di semplificare, ma senza perdere precisione. All’inizio mi seguivano solo appassionati, quindi il linguaggio era molto tecnico. Con il tempo il pubblico si è ampliato e qualcuno storce il naso, soprattutto quando uso termini specialistici durante eventi importanti. È sempre una mediazione: rendere l’informazione accessibile senza svilirla. Molti termini, soprattutto sui temporali violenti, sono in inglese, quindi devo usarli e poi spiegarli. La spiegazione non manca mai, ma oggi lo span dell’attenzione è molto basso.

E questo favorisce anche la diffusione di fake news.

Esatto. Chi urla per primo spesso non ha fatto un’analisi approfondita. E oggi la meteorologia è entrata nel dibattito pubblico e politico, soprattutto per via degli eventi estremi legati al cambiamento climatico. A fronte di centinaia di studi riconosciuti dall’IPCC e di dati oggettivi – che io stesso analizzo lavorando sulle serie storiche regionali – è evidente che le temperature stiano aumentando e che l’energia disponibile per eventi estremi sia maggiore. Eppure c’è ancora chi parla di complotti, scie chimiche, manipolazioni climatiche. Nei commenti leggo davvero di tutto.

Da quando lavori in Rai la responsabilità è aumentata?

Sì, moltissimo. Da quando lavoro per RaiMeteo e per la TGR Sardegna devo stare molto più attento alle parole. I post possono diventare virali in pochissimo tempo, quindi devo evitare ambiguità e fraintendimenti. La chiarezza è fondamentale.

Matteo Tidili

Nel frattempo hai dovuto imparare anche a gestire lo strumento social.

Con gli anni sì. Non uso strategie particolari, ma seguo un ritmo. E poi non mi limito alle previsioni: pratico storm chasing [caccia ai temporali, ndr] da decenni. Quando ci sono eventi violenti mi piace entrare nel cuore della tempesta.

Una pratica piuttosto rara in Sardegna.

Sì, nel Nord Italia esiste, ma qui no. Per esempio, durante l’evento delle trombe d’aria sulla costa meridionale, avevo appena finito la trasmissione del mattino. Ho guardato satelliti e modelli, ho preso drone e macchina fotografica e sono andato a Tuerredda. In mezz’ora ne ho viste cinque. Eventi simili sono sempre esistiti, ma vederne così tante in una sola mattinata è stato eccezionale.

E anche molto virale.

Certo. Le trombe d’aria colpiscono chiunque, anche chi non ha competenze. E pubblicare contenuti in tempo reale, quando sei l’unico sul posto, fa la differenza. Questo aiuta anche a dare visibilità alla Sardegna a livello nazionale e internazionale.

Hai notato anche effetti positivi sul pubblico?

Sì, soprattutto tra chi mi segue da anni. C’è più sensibilità sul cambiamento climatico e sull’estremizzazione degli eventi. Molti mi raccontano anche esperienze personali. In generale noto che i giovani sono più propensi ad approfondire, mentre chi ha una certa età tende più facilmente a fermarsi alla prima notizia letta.

Oggi la meteorologia è entrata nel dibattito pubblico e politico, soprattutto per via degli eventi estremi legati al cambiamento climatico

Quindi si è creata una community.

Sì. Ci sono utenti ricorrenti e quando i temi sono rilevanti arrivano commenti anche dall’estero. Mi seguono dal Nord Africa, dalla Libia e dalla Tunisia. Le carte meteo includono anche quei territori, quindi è normale che ci sia interesse.

È anche un modo per inserire la Sardegna in un dibattito più ampio.

Esatto. Penso al ciclone Daniel del 2023: avevo pubblicato le mappe previsionali 24 ore prima e molti libici avevano commentato. A Derna morirono più di 10.000 persone. È stato un evento devastante per tutto il Mediterraneo ed era importante parlarne.

Anche perché la Sardegna, per posizione geografica, è spesso più legata ad altre aree del Mediterraneo che al resto d’Italia.

Sì. Molti sistemi temporaleschi che colpiscono la Sardegna meridionale si originano sulla costa nordafricana. Per capire certi eventi dobbiamo guardare a sud-ovest, verso l’Algeria. Questa specificità emerge solo se c’è attenzione sul territorio: altrimenti rischiamo sempre di essere marginali.