15 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 5 minuti
Ispirazioni / Io faccio così

Silvia Medda racconta Planu e Mesu, l’agriturismo vegetariano che coltiva il tempo

A Capoterra, l’azienda agricola Planu e Mesu porta avanti da generazioni un modello di agricoltura lenta e consapevole. E con Silvia Medda è nato l’agriturismo vegetariano.

Autore: Sara Brughitta
planu e mesu agriturismo vegetariano
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C’è un’agricoltura che corre, che misura il successo in ettari coltivati e velocità di rotazione. E ce n’è un’altra lenta, fatta di gesti quotidiani e attese lunghe, dove il limite non è un ostacolo ma parte del processo. Planu e Mesu, azienda agricola e agriturismo vegetariano, appartiene alla seconda categoria. Quattro generazioni, quattro sguardi diversi, e oggi è Silvia Medda a provare a capire non solo come produrre cibo, ma anche come stare dentro la terra, gli animali che la vivono e il tempo che la scandisce.

Planu e Mesu è un’azienda agricola di Capoterra che nella sua storia ha attraversato diverse fasi senza mai perdere il legame con il territorio. «Ogni generazione ha portato delle innovazioni», racconta Medda. «Necessarie perché i tempi cambiano, ma anche perché ogni innovazione porta con sé un messaggio». Quello dei suoi genitori è stato il laboratorio di trasformazione: marmellate, conserve e sott’oli. Un passaggio per dare valore al lavoro su piccola scala, senza inseguire logiche di mercato che privilegiavano quantità e velocità. Oggi quella stessa logica di adattamento continua, ma si muove dentro confini sempre più consapevoli: non lavorare con l’ingrosso, trasformare i prodotti, la stagionalità ed essere un agriturismo vegetariano.

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Foto dell’azienda agricola e agriturismo vegetariano Planu e Mesu

Mangiare senza sfruttare

Aprire un agriturismo vegetariano non è stata una scelta strategica né un gesto identitario. «Non nasce da un’impostazione ideologica – chiarisce Medda – ma da una rilettura di ciò che già esisteva». L’alimentazione contadina era prevalentemente vegetariana: legumi, zuppe, verdure, piatti che richiedono tempo di preparazione, di attesa e di cura. La maggior parte degli ospiti, racconta Silvia Medda, non è vegetariana e spesso non avverte l’assenza della carne. L’attenzione qui si sofferma sulla qualità delle materie prime, sulla stagionalità e sulla coerenza tra ciò che viene coltivato e ciò che viene cucinato. Pane, farine e verdure provengono da produttori locali o direttamente dall’azienda.

Il cibo diventa così un’esperienza che parla del luogo e della stagione. Una scelta lavorativa che si interseca con quella personale di Medda di non mangiare vegetariano. «Io ho sempre mangiato carne, poi mi hanno regalato due caprette che ho allevato. Il solo pensiero di ucciderle o cibarmene era impossibile». Un inizio al quale sono seguiti l’arrivo di altri animali e un processo di ripensamento graduale. «Oggi non mangio più carne». Planu e Mesu non ha mai allevato animali per la produzione alimentare, l’unica eccezione sono le galline: «Prendo le loro uova, sì, ma sono libere e non ho controllo su di loro». Un rapporto fatto di rispetto, non di dominio.

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Foto dell’azienda agricola e agriturismo vegetariano Planu e Mesu

Autosostenersi senza forzare

Planu e Mesu resta un’azienda agricola. «Dobbiamo autosostenerci», spiega Medda. «È ovvio che facciamo delle previsioni: abbiamo una serra, mettiamo a dimora le piante, cerchiamo di capire cosa ne ricaveremo». Il punto non è eliminare ogni forma di intervento, ma decidere fino a dove spingersi. «Il risultato che voglio ottenere non si può raggiungere con trattamenti che vanno contro la nostra salute o i nostri principi. Ogni coltura cerchiamo di seguirla con coscienza, anche perché siamo i primi a mangiarla». Un confine tra necessità e sfruttamento che non è fisso ma continuamente rimesso in discussione.

Per Medda nella grande distribuzione «ci sono logiche diverse e lavorare sulla quantità significherebbe rinunciare a quella coerenza che, nel tempo, è diventata la vera struttura portante dell’azienda». Quando la terra non viene pensata come qualcosa da piegare alle logiche del mercato, la trasformazione diventa sopravvivenza. «L’unico modo che ho trovato è dare un valore aggiunto alla materia prima. Nel periodo delle melanzane – ricorda – i miei genitori invece di venderle al mercato ortofrutticolo hanno scelto di farle sott’olio».

Oggi parte delle trasformazioni storiche è diminuita, non per rinuncia, ma perché i prodotti trovano spazio diretto all’interno dell’agriturismo vegetariano, chiudendo un ciclo più breve. Pur essendo un’azienda agricola però Silvia Medda racconta di sentirsi quasi più vicina all’hobbistica che a un’azienda strutturata. «Con il minor sforzo devo massimizzare il valore di quello che ho». Da qui l’attenzione agli allestimenti, all’estetica, ma soprattutto alla trasparenza: «Quello che metto nei piatti viene dichiarato in maniera estremamente chiara. Non ci sono ingredienti nascosti».

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Foto dell’azienda agricola e agriturismo vegetariano Planu e Mesu

Allearsi al tempo

Mangiare, in questo contesto, diventa inevitabilmente un atto che va oltre il gusto. «L’atto politico per me è non far morire le piccole realtà». Una scomparsa che porterebbe a un sistema alimentare sempre più opaco, fatto di prodotti lontani dall’origine e difficili da decifrare. Mangiare cibi prodotti in maniera etica e sostenibile oggi però può risultare costoso sia in termini economici che di tempo. «Banalmente, mettere una fettina di carne in padella è più veloce rispetto a cucinare una zuppa, lo comprendo, siamo tutti di fretta. Tuttavia con consapevolezza si può rinunciare a qualcosa per mangiare meglio». Non come giudizio, né come accusa, ma come invito a interrogarsi sulle proprie priorità e le proprie scelte.

Il tempo in questo quadro resta l’elemento più ambivalente. «Il tempo è amico, ma ci tiene svegli». I cicli produttivi sono lunghi: i pomodori raccolti oggi sono stati piantati mesi prima. «La vita in campagna viene romanticizzata come lenta ma la società ti chiede comunque di essere veloce e io mi sento perennemente in ritardo». Tensioni dentro le quali Planu e Mesu esiste e resiste. Non come modello, né come soluzione, ma come esperienza che mostra quanto sia complesso oggi tenere insieme lavoro, etica, tempo e sopravvivenza. Restando, semplicemente, nel limite.