La poesia di Anna Segre e l’amore per chi ci fa del male
Con la psicoterapeuta e poetessa Anna Segre parliamo della sua ultima raccolta “Onora la figlia”, una straordinaria testimonianza della capacità dell’essere umano di guardare in faccia la sofferenza, ma anche di trasformarla in bellezza.
L’aspetto che prediligo, nella stesura della mia rubrica World in progress – che Italia Che Cambia ha la gentilezza di ospitare mese dopo mese ormai da oltre due anni – sono gli incontri che mi permette di vivere. Dunque sono particolarmente felice di cominciare il 2026 con un incontro che mi ha toccato più degli altri, dal punto di vista umano prima ancora che contenutistico. Quello con Anna Segre, psicoterapeuta e nota poetessa, che ha dato alle stampe numerose e premiate raccolte su temi molto personali come il rapporto con la religione ebraica, con la sua omosessualità, con i genitori, in particolare con un padre aggressivo, violento, svalutante che ha profondamente segnato la sua giovinezza.
La più recente di queste raccolte, pubblicata l’anno passato da Interno Poesia, è Onora la figlia ed è proprio questa la ragione del nostro incontro. Non per discutere di poesia, argomento sul quale confesso tutta la mia impreparazione fin dalla prima domanda che le rivolgo, bensì delle ragioni che hanno portato Anna a scrivere quest’opera – e forse tutta la sua opera. Della sua volontà, cioè, di guardare in faccia il dolore che ha attraversato, persino nei suoi aspetti più tormentosi, ma allo stesso di non fermarsi a soffrire e basta, bensì dare un senso a questo vissuto, trasformarlo in bellezza.
«Nella nostra vita, dare senso significa dare nerbo all’esistenza», mi spiega. «Altrimenti, per quale motivo esistiamo? Il mio lavoro quotidiano di psicoterapeuta è una continua ricerca dei semi di questo senso. Intendiamoci, non sono d’accordo con chi dice “un giorno tutto questo dolore ti sarà utile”. La sofferenza che ho vissuto per i problemi psichiatrici di mio padre, che la società gli dava licenza di manifestare, non mi è servita affatto. Semmai sono stata io, come facciamo noi esseri umani, a dare senso a ciò che mi è capitato, a mettere a frutto tutti gli ostacoli che ho incontrato, sia pratici che emotivi».

Un illustre collega della Segre, James Hillman, sosteneva del resto che “ognuno ha bisogno di qualcuno che gli rovini la vita per diventare se stesso”. «Amo Hillman e in effetti in un certo senso ha ragione», risponde Anna Segre. «In un altro senso ti posso dire che io sono anche il risultato di tutti quelli che invece mi hanno teso la mano, del mondo intorno a me che mi ha aiutato, delle letture che mi hanno consigliato o regalato».
Certamente non bisogna nemmeno cadere nell’eccesso opposto: sarebbe assurdo sostenere che tutto il senso derivi solo dal male. «Però un po’ sì», chiosa l’autrice. Quantomeno ce lo possiamo trovare anche laddove sembra non esserci e questo, come ha già sottolineato Anna Segre, è un processo attivo, che richiede fatica e impegno da parte nostra, ma straordinariamente creativo e generativo. Non solo è possibile, in ogni caso, ma ne vale anche la pena.
«Alla grande. Digerire quello che mi è successo nella mia infanzia e adolescenza mi ha fatto molto bene, anche fisicamente. Dopo avere sofferto, fino alla morte di mia madre, di quattro malattie autoimmuni conclamate e quasi mortali, oggi procedo verso una vita tranquilla, serena e priva di disturbi. Questo è impressionante, ma è stato possibile perché – al contrario di mia sorella, che non ricorda l’infanzia – io non ho rimosso»
Anzi, Anna Segre ha «affannosamente mantenuto viva in me la memoria, come anche il disagio, l’odio, l’impotenza, la frustrazione. Invece di farmi le canne, o bere alcolici, ho preferito alterare la mia coscienza con la lettura. Ciò mi ha permesso di raccogliere l’ispirazione da molti modelli: ho un intero scaffale di libri di scrittori russi deportati in Siberia. In quanto sopravvissuti, li ho amati, hanno rappresentato una speranza per me. Mi hanno insegnato che la scrittura è la vendetta, la narrativa è la cura».
La stessa inclinazione di Anna verso la poesia nasce dal rapporto – o piuttosto dovrei dire dalla mancanza di rapporto – con suo padre: in particolare, dalla necessità di trovare una lingua e una sintesi che le permettessero di comunicare con lui: «Per rimanere sulla metafora della Russia, lui somigliava molto al governo sovietico. Ogni volta in cui presentavi un documento, non era mai quello giusto. Metteva in atto una forma di dittatura burocratica che non permetteva l’accesso alla ragionevolezza del sistema».

«Quando provavo a comunicare con lui – continua la poetessa – mi proibiva di usare i gesti e di dilungarmi. Così, a forza di esercitarmi, sono diventata un mostro di sintesi. Scrivo molto anche in prosa, ma ne ho pubblicata meno, perché la poesia è il mio non verbale, un linguaggio spurio: un urlo, che pure conserva una sua decodificabilità, perché desidero essere capita da chi legge».
Attraversare il dolore per trasformarlo – ognuno in qualcosa di diverso, non per forza in un’opera d’arte poetica – è anche uno straordinario antidoto al vittimismo. Quel riflesso condizionato, particolarmente tipico della nostra epoca, che ci porta invece a crogiolarci nella sofferenza, a coltivarla, a renderla carburante per il fuoco del rancore, del risentimento, dell’invidia, che non ci fanno crescere ma anzi finiscono per distruggerci dall’interno.
«La vittima è convinta che ciò che vive le sia stato fatto, non è mai lei a farlo: ma questo pensiero è tossico, perché ti porta a concepirti in chiave passiva e in funzione dell’altro», spiega Anna Segre. «Mi sono resa conto che non era ciò che volevo, perché io, pur senza negare ciò che mi è accaduto, intendo essere creatrice della mia stessa vita. Non arrendermi, al contrario continuare sempre a lottare: ma non lottare contro, bensì lottare per».
Come scrive la stessa Segre nella poesia che dà il titolo all’intera raccolta, ciò significa che «sarò me malgrado te», che continuerà a esprimere la propria natura a dispetto di qualunque aspettativa abbiano potuto coltivare i suoi genitori: «Non so precisamente che idea si fossero fatti loro, ma di sicuro volevano inscatolarmi dietro a un’etichetta, a cui io non ho corrisposto. Ho fatto di tutto per accontentarli, ammetto, ma non mi si poteva chiedermi di mettere i tacchi, vestirmi da donna, amare gli uomini, assoggettarmi a un ruolo per me intollerabile».
Come faccio sempre in questa rubrica, stuzzico anche Anna con una domanda sull’evoluzione della società intorno a noi. In questo caso, in particolare della famiglia, che sta visibilmente modificando via via la sua struttura, la sua organizzazione, ma anche il suo ideale e la sua concezione, allontanandosi sempre di più dalla dittatura del padre padrone che l’autrice ha vissuto sulla propria pelle.
Invece di farmi le canne, o bere alcolici, ho preferito alterare la mia coscienza con la lettura
«Quel sistema non è più funzionale, quindi si sta operando un tentativo di cambiamento», risponde Anna Segre. «Non vogliamo più questo genere di padri, ormai è chiaro a tutti. Da psicoterapeuta detengo un osservatorio privilegiato su queste dinamiche e mi rendo conto che oggi per famiglia non si intende più soltanto ciò che intendeva mia madre, bensì una pluralità di variazioni sul tema: famiglie amicali, di sostegno solidale, artistiche, che sono in ogni caso reti di persone a cui rendiamo conto».
Il gigantesco processo di elaborazione che ha coinvolto l’intera vita di Anna Segre ha riguardato anche l’elaborazione per eccellenza, quella del lutto dei suoi genitori: «Il lutto non è solo una malattia che ha le sue fasi, dalla rabbia all’incredulità, dalla tristezza all’apatia. Significa anche che tutta la relazione che c’era prima con l’altro rimane a me. L’altro vive in me, tramite ciò che mi ha lasciato, e io costituisco la voce di entrambi».
«Per questo avverto la responsabilità dell’onestà intellettuale, come anche la necessità di salvare il salvabile dei miei genitori, per salvare il salvabile che c’è in me. Per esempio continuo a fare tesoro degli ottimi consigli che mio padre mi ha dato, della sua educazione, degli avvertimenti nei confronti del mondo. Certo, il mio sentimento nei suoi confronti rimane ambivalente, come del resto quello che lui provava per me. Tendenzialmente lo odio, ma a questo punto posso anche permettermi di amarlo impunemente, perché lui non può più rispondermi in maniera odiosa come ha fatto per tutta la vita». Amare «impunemente» chi ti ha fatto del male: ci sono parole migliori per iniziare questo nuovo anno?









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