2 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Il paradigma dell’auto elettrica: ecco perché la tecnologia non potrà mai sostituire lo sviluppo sociale

Auto elettriche, 5G, intelligenza artificiale: la spinta propulsiva della tecnologia oggi è fortissima, ma ci sono alcuni aspetti da tenere d’occhio secondo lo sviluppatore sociale Francesco Bernabei.

Autore: Francesco Bernabei
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Non so se vi è mai capitato di salire su di un’auto elettrica di ultima generazione, non dico proprio una Tesla – marchio ormai politicamente attenzionato –, ma semplicemente uno dei modelli abbordabili ma con una tecnologia avanzata. A parte l’assenza di rombo e di maschia prestazione, l’auto sembra possedere non solo una motorizzazione ma proprio una logica diversa: la sensazione è quella di essere su di un’astronave, la massa di lucine, spie e altro è abbastanza impressionante. Si è catturati dalla quantità di informazioni che l’auto restituisce.

Non solo. Se metti una ruota fuori dal seminato, una mano invisibile ti riporta sulla carreggiata. Insomma tutto pulito, perfetto, pratico; certo, c’è il difettuccio che, se non ricarichi abbastanza spesso, ti ritrovi fatalmente a piedi e nemmeno una lucina ti potrà più aiutare. Ma – non siamo ingiusti – siamo davanti a un nuovo modo di stare alla guida, molto diverso da quello delle automobili tradizionalmente intese e promettente. La sicurezza viene prima di tutto e le velocità sono da citycar perché le prestazioni risultano limitate al bisogno di stare in ambienti urbani.

Quello che è curioso però è che il conducente è solo un trasportato, completamente tagliato fuori dal controllo del motore e dalle logiche interne del sistema operativo. Non c’è accesso al vano motore e non si può interagire con il software di gestione nemmeno se si prega e praticamente restano solo due opzioni: guidare e chiamare qualcuno di costosamente competente che possa intervenire sul mezzo se questo dovesse avere problemi. Tra poco probabilmente anche guidare sarà un’opzione relativa perché con la guida automatica non ce ne sarà più bisogno. A quel punto il conducente non esisterà più e con esso la patente di guida e tutta l’esperienza che abbiamo fatto dell’automobile negli ultimi cento anni.

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Tutto sembra ragionevole, perché se è vero quello che dichiara l’ISTAT – cioè che sono morte oltre 3000 persone nel 2024 in Italia per incidenti stradali e altre 250.000 sono rimaste ferite – allora come non occuparsi di tutto questo? Ma se rimaniamo sul sensazionalismo, allora vale tutto. Vale anche che togliamo la patente a tutti per lasciarla solo ai più meritevoli in termini di mancanza di incidenti.

Invece per la risposta che stiamo dando collettivamente e inconsapevolmente è che, mentre siamo distratti dalla quantità di optional del mezzo, non ci rendiamo conto che per la nostra sicurezza – adagio ormai che si ripete troppe volte nella convivenza civile a giustificare qualsiasi cosa – stiamo perdendo opportunità di esperienza. Meglio limitare la libertà degli utenti che lasciare che possano eventualmente farsi del male. E poi – continua il ragionamento a favore della limitazione – che cosa se ne farebbero di tutta quella libertà gli eventuali amanti della guida spericolata? Vogliono davvero sporcarsi di grasso, rotolare sotto il motore, puzzare di sudore e combustibile, rimanere esposti agli elementi quando capiterà di non riuscire a rimettere in moto il mezzo?

Le visioni diventano opposte. Da un lato, per la sicurezza si impone qualsiasi prezzo. Dall’altro però è irrealistico immaginare di passare senza ulteriori step intermedi alla macchina a guida autonoma. C’è tutto uno spazio, forse non molto ampio, di valutazioni che sono state fatte da ingegneri, imprenditori, pubblicitari, politici, senza tenere conto del soggetto più importante: la persona del conducente e i suoi interessi. Non le è stato chiesto nulla e è stata degradata al ruolo di utente passivo.

Il danno che il 5G potrebbe procurare alla società, oltre agli inevitabili aumenti dell’elettrosmog, è che si sta togliendo di mezzo il ruolo del cittadino come essere umano, non c’è più attenzione alla persona. Con il 5G, le macchine potranno “parlarsi” di tutto quello che ci riguarda senza curarsi di privacy, interessi personali o aspetti delicati che implicano cosette come la qualità dell’esistenza. Possono imparare, se glielo imponiamo, a rispettarci, ma il dato rilevante è che sono ripetitori, non pensatori. Abbiamo insegnato loro molte cose, ma non hanno imparato, hanno acquisito.

È quindi necessario trovare un nuovo modo di essere parte del cambiamento in atto, altrimenti corriamo il rischio di essere letteralmente guidati da questa intelligenza artificiale che è, in ultima analisi, semplicemente una calcolatrice, qualcosa che ci permette di raccogliere ed elaborare fatti e dati molti più  velocemente e ampiamente di quanto faremmo da soli, ma che non produce contenuti nuovi. Può assemblare pezzi, operare sintesi, tradurre praticamente, gestire con efficacia, ma non veramente pensare ed è per questo che resta un contesto subalterno all’umano. Esattamente come una calcolatrice.

Il danno che il 5G potrebbe procurare alla società, oltre agli inevitabili aumenti dell’elettrosmog, è che si sta togliendo di mezzo il ruolo del cittadino come essere umano

Spesso non ci si rende conto che, senza la partecipazione dell’essere umano, il risultato sarebbe un inferno tecnologico a detrimento dello sviluppo sociale, che richiede invece una partecipazione sottile e non mediata da parte di tutti. Da molto tempo stiamo mormorando che il rischio di una società ipertecnologica è banalmente quello di mettere in riga gli umani e farli ubbidire a paradigmi antisociali.

Eppure penso che sia proprio venuto il momento di portare alla  pubblica attenzione il fatto che senza di noi niente è veramente significativo. La macchina non fa esperienza e non la trasmette, simula tutto questo ma non è autocosciente e non è nemmeno in grado di rigenerarsi creando diversità: può riprodurre schemi in modo randomico ma non è minimamente in grado di capirsi e capire.

Ci sarebbe molto da dire sul perché abbiamo scelto di generare macchine e androidi invece di “fare” società e potremmo cominciare con il sottolineare che è molto più semplice costruire un esercito di robottini piuttosto che avere a che fare con esseri umani. Tuttavia non credo che queste considerazioni servirebbero a molto se non ad attribuire responsabilità, cosa che adesso non ci è utile. È invece importante accorgerci che servono persone attente, indipendenti e autonome, in grado di partecipare con la propria umanità. Con il cuore e la mente al posto giusto. E per fare questo bisogna crescere, crescere come forse non abbiamo ancora mai fatto.

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