A Torino un gruppo di camminatori urbani sta cambiando lo sguardo delle persone sulla città
Solo Cose Belle è un’associazione torinese che usa le camminate urbane per cambiare prospettiva sui quartieri, creare relazioni e far nascere incontri, progetti artistici e fanzine dal basso.
In breve
Un gruppo torinese usa le camminate urbane per cambiare sguardo sulla città, creare legami e far nascere incontri e progetti culturali nei quartieri.
- A Torino esiste Solo Cose Belle, associazione che organizza camminate soprattutto in città
- L’obiettivo non è turistico o sportivo: il cammino è un pretesto per creare relazioni e riscoprire i luoghi quotidiani
- Le passeggiate diventano un modo per riappropriarsi dello spazio pubblico e cambiare prospettiva su strade e quartieri
- L’associazione sperimenta anche con arte, workshop e fanzine, creando occasioni di incontro tra abitanti, artisti e realtà locali
- Il modello economico punta a tenere molte attività gratuite grazie a bandi e contributi, con alcune iniziative a pagamento per soci Arci
- “Il tesoro è sotto la nostra sedia”: l’idea è che non serva andare lontano per vivere un’esperienza trasformativa
È un sabato pomeriggio di settembre nel quartiere di Vanchiglia a Torino. All’improvviso, una nuvola di persone che cammina – saranno settanta, forse ottanta – “invade” la strada, generando scompiglio in una zona normalmente poco frequentata. Qualche automobilista accenna un gesto di fastidio, retaggio dall’idea che la strada sia una proprietà esclusiva di chi guida un’auto. Altri li osservano da lontano, con sguardi curiosi: non sembrano rientrare in nessuna delle categorie mentali a cui associano abitualmente i gruppi di persone.
Non sono turisti, non hanno l’aria di essere manifestanti. Dunque chi sono? Che fanno qui? La risposta è in realtà piuttosto semplice: camminano. A Torino infatti c’è un’organizzazione che usa la passeggiata urbana come modalità per cambiare prospettiva, creare nuove relazioni e far succedere “cose belle”. Si chiama proprio così: Solo Cose Belle.
Una comunità di persone in cammino
Solo Cose Belle è un’associazione torinese, composta da una decina di persone, che organizza camminate – e come vedremo anche molto altro – soprattutto in città. A differenza di tante organizzazioni che si occupano di camminare però, non è mossa da un obiettivo turistico né da uno sportivo. Camminare è piuttosto uno strumento, quasi una scusa, che serve a cambiare il proprio sguardo sui quartieri, conoscere persone e realtà locali e mettere in moto relazioni.

«Camminare diventa lo strumento per scoprire le cose belle che dai per scontate o non conosci, ma anche un pretesto per permettere ad altro di emergere, di succedere», ci racconta Roberto Vietti, co-fondatore dell’organizzazione. «In fin dei conti noi ci limitiamo a “creare situazioni”, cioè occasioni in cui può succedere qualcosa di impensabile, di inaspettato. E per far questo non c’è bisogno di andare lontano, possiamo viaggiare nel nostro quartiere. Spesso il tesoro è sotto la nostra sedia, basta cambiare prospettiva».
Smettere di fumare
Prima dell’associazione è nata un’idea, prima dell’idea un’esigenza. Roberto Vietti è un videomaker, scrittore, autore torinese classe 1990, che circa tre anni fa voleva smettere di fumare. «Quando sono tornato a vivere a Torino, da Milano», racconta Roberto. «Stavo cercando di smettere di fumare e avevo bisogno di un incentivo per muovermi, fare un po’ di attività fisica e riscoprire il territorio. Erano quattro anni che non vivevo più a Torino: nel frattempo ero cambiato io, era cambiata la città, e molte persone che conoscevo prima erano in giro per il mondo».
Allora ha pensato: proviamo a creare un gruppo dedicato alle camminate. «Credevo di trovare 5 o 6 persone con cui fare giri per Torino o le colline attorno. Ho creato un semplice gruppo WhatsApp e l’ho diffuso su una community torinese molto attiva». La reazione a catena seguita a quel semplice gesto è il classico effetto domino che avviene quando un’esigenza individuale intercetta un bisogno collettivo inespresso. Nel giro di poco tempo il gruppo si popola a livelli inimmaginabili, tanto da raggiungere presto il limite di 1024 utenti consentito dall’app.
Nascono così un secondo gruppo WhatsApp e un gruppo Telegram. «Sono tutti gruppi autogestiti: entri, scrivi “qualcuno vuole fare una passeggiata?” e qualcuno risponde. È una piazza virtuale in cui fare la propria proposta. Ci siamo dati solo alcune regole: scrivere un unico messaggio con tutte le informazioni, specificare se è a pagamento o gratis e poco altro. Per lo più sono attività gratuite».
Da lì alla creazione dell’associazione il passo è breve. Dopo qualche mese infatti Roberto e un gruppo di amici decidono di dotare questa esperienza di una forma che permetta di curarla, progettarla e renderla ripetibile. All’inizio la struttura è essenziale, ma nel giro di poco tempo si avvicinano alcune persone vogliose di dare una mano. «Oggi – spiega Roberto – il gruppo di organizzatori è composto da 10-12 persone, con livelli diversi di coinvolgimento tra volontariato e progetti specifici».

Il modello economico punta a mantenere le attività il più possibile gratuite o accessibili: quando si riesce, camminate e laboratori vengono sostenuti attraverso bandi e finanziamenti, così chi partecipa non paga o dà un piccolo contributo. Accanto a questo, l’associazione propone anche alcune iniziative a pagamento, soprattutto quando ci sono ospiti, visite o workshop specifici: in quei casi la partecipazione è riservata ai soci Arci e prevede un contributo associativo più una quota.
Il senso di camminare in città
In Europa i trasporti pesano per circa il 28,9% delle emissioni di gas serra e il traffico stradale resta una delle principali fonti di biossido di azoto, un inquinante tipicamente urbano. Senza contare il rumore: l’OMS stima almeno un milione di anni di vita in buona salute persi ogni anno nell’Europa occidentale per esposizione al rumore del traffico. E poi c’è lo spazio: un singolo posto auto può occupare fra i 15 e i 30 metri quadri e complessivamente si stima che fino al 30% del suolo cittadino sia destinato alle automobili.
Così, per fuggire da metropoli sempre più a misura d’auto, chi vuole camminare spesso si dirige altrove. E in effetti all’inizio anche per la community da cui ha preso il via Solo Cose Belle il cammino è stato soprattutto un modo per uscire da Torino. Ma ben presto il baricentro si è spostato, diventando sempre più cittadino.
«Camminare in città è un esercizio di cambio di prospettiva», racconta Roberto. «Se la camminata in montagna spesso è fatta per respirare aria buona, staccare, stare nel verde o ammirare un panorama, quella in città assume dimensioni diverse». Vietti evidenzia alcuni elementi: «Innanzitutto aiuta a cambiare il proprio sguardo, a osservare il posto dove sei sempre stato ma con un’altra prospettiva. Vedi cose che incontri ogni giorno, ma che abitualmente non vedi».
Inoltre c’è una dimensione sociale, quasi politica: «Camminare in città vuol dire risignificare lo spazio pubblico, mettere in campo il proprio corpo all’interno di uno spazio che è di tutti. Spesso non pensiamo a cosa vuole dire vivere lo spazio pubblico. Camminare nel quartiere è un’azione che si rispecchia negli occhi altrui. Gli altri ti guardano e questo genera pensieri e un impatto in loro, anche se non saremo mai in grado di osservarlo né quantificarlo». Vedere un gruppo di persone che “occupa” una strada, ad esempio, può portare a riflettere su come diamo per scontato che le strade appartengano alle macchine.
Roberto ci spiega che un concetto che ha influenzato profondamente l’approccio di Solo Cose Belle al camminare urbano è quello della psicogeografia, una pratica nata negli anni Cinquanta che indaga il modo in cui l’ambiente urbano influenza emozioni, pensieri e comportamenti. Per Solo Cose Belle, portare la psicogeografia dentro una camminata significa fare spazio all’imprevisto.

«Il nostro scopo non è muoverci dal punto A al punto B, ma creare uno spazio in cui possono succedere cose impreviste. Perché noi possiamo organizzare una camminata ben fatta, ma poi le cose vere sono quelle che non controlliamo, che nascono nei pezzi in mezzo: le chiacchiere, i “non sapevo che esistesse”. Se crei un setting positivo, poi nascono mille cose». La città diventa così lo scenario di infinite trame, storie e incontri possibili.
E anche la misura del senso e del “successo” dell’iniziativa torna indietro spesso sotto forma di feedback casuali. Un esempio: lo scorso settembre l’associazione ha organizzato una passeggiata molto partecipata nel quartiere di Vanchiglia, in occasione del Festival delle arti popolari – l’incipit di questo articolo è ripreso proprio da quella occasione. «Ieri mi ha scritto un partecipante – ci dice Roberto – che a distanza di sei mesi mi ha detto che grazie a quella camminata ha scoperto un laboratorio dove si andava a dipingere e mi ha mandato la foto: domenica si è prenotato. Ecco, messaggi come quello per me sono il senso di fare queste camminate».
Camminare in città è anche una questione di corpo e di visibilità. Vietti lo spiega attraverso un concetto che lo appassiona e che incrocia il lavoro di ricerca fatto negli anni scorsi: l’extimité, ovvero “portare qualcosa di intimo nel pubblico”. L’urbanista Cristina Bianchetti parla di tre modalità principali di vivere lo spazio pubblico: l’intimité, che consiste nel passare per strada cercando di essere meno visti possibile; il public, ovvero la partecipazione esplicita, la piazza, la manifestazione; infine l’extimité – concetto ripreso da Lacan – che sta un po’ in mezzo: è scegliere di abitare la città anche nella nostra intimità, ma consapevoli dello sguardo altrui.
È sedersi su una panchina e leggere un libro, è stare, sostare, esporsi e in questo senso anche una camminata collettiva è extimité: mette in campo corpi nello spazio comune, interrompe la routine, produce una presenza che gli altri notano. «Mettere in campo il proprio corpo nello spazio pubblico significa farlo entrare nel regime della visibilità», dice Vietti. E ogni volta che un gruppo attraversa un quartiere in un modo non previsto apre uno spazio all’emergere di domande esistenziali: di chi è la strada? A cosa serve davvero una città?

La dimensione artistica e le fanzine
È piuttosto improbabile che vi sia capitato di camminare lungo le rive della Dora a Torino, ad altezza fiume, passando sotto i ponti. Se però vi fosse successo è possibile che vi siate imbattuti in un nutrito gruppo di persone intente a raccogliere oggetti abbandonati, gettati da qualcuno o recapitati dalle acque del fiume. Oggetti che poi sono stati assemblati in delle lampade, grazie a un workshop artistico. La passeggiata lungo la Dora, finanziata dal Comune, è uno dei tanti esempi di come Solo Cose Belle non sia un’organizzazione che si occupa solo di camminare. «Esistno anche una dimensione artistica e una legata alle fanzine», spiega Vietti.
La dimensione artistica nasce dalla stessa intuizione che anima le camminate: creare contesti in cui persone e immaginari si incontrano e da quell’incontro può emergere qualcosa di nuovo. L’associazione infatti ha costruito un vero e proprio spazio di visibilità per giovani artisti a partire dal Balôn, lo storico mercato delle pulci torinese: una chiamata aperta per condividere banchetti e costi, creare gruppi di esposizione e favorire contaminazioni tra linguaggi diversi. «Torino è piena di giovani artisti che vogliono esporre: in questo modo diamo loro uno spazio espositivo», spiega Vietti.
l’effetto è stato una crescita rapida, da un banchetto a più postazioni fino a decine di artisti coinvolti. «Abbiamo fatto anche una cosa a cui tengo molto: prendere uno spazio del mercato di solito dedicato alla vendita, toglierlo alla vendita e creare un’area benessere, in cui la gente che passeggia per il mercato si può sedere, leggere, parlare». Oggi, grazie a un bando, questa ricerca ha recentemente trovato anche una base stabile nello Spazio Baôm, all’interno del Cortile del Maglio, assieme al collettivo mens.ex.machina, che permette di ospitare workshop, mostre e laboratori, consolidando l’idea di un’arte accessibile, quotidiana e intrecciata al territorio.
Di chi è la strada? A cosa serve davvero una città?
Infine, Solo Cose Belle cura anche delle fanzine – fan e magazine ovvero rivista degli appassionati –, piccole pubblicazioni autoprodotte, fatte di testi, foto e illustrazioni che nascono da un percorso collettivo e servono a raccontare, dal basso, pezzi di territorio. Oggi questo filone continua in più direzioni: una pubblicazione in lavorazione su San Salvario e una fanzine dedicata al Balôn, costruita con una call molto partecipata che ha messo insieme illustratori, fotografi, grafici e redattori in un percorso di incontri al Cortile del Maglio.
Una rete che si allarga
La camminata, l’arte, le fanzine sono in fin dei conti linguaggi diversi per fare la stessa cosa: tessere delle reti invisibili tra chi abita i quartieri e chi li anima con teatri, laboratori, spazi culturali e progetti sociali. «In ogni progetto – conclude Vietti – cerchiamo tre o quattro spazi diversi, radicati, con cui entriamo in relazione». E poi ci sono intersezioni imprevedibili: «Due dei primi soci dell’associazione sono diventati una coppia, lei è l’attuale vicepresidente e lui un fondamentale collaboratore. Lui aveva partecipato ad una camminata, lei esponeva ad uno dei primi Balôn il giorno seguente. Lui è passato di lì, si sono conosciuti, oggi stanno insieme». Camminate e mondo artistico si intrecciano continuamente.
Informazioni chiave
Camminare in città è un gesto culturale
Le passeggiate urbane cambiano lo sguardo su luoghi quotidiani e aprono nuove possibilità di relazione con quartieri e persone.
Le comunità nascono da bisogni semplici
Un’esigenza individuale può diventare “infrastruttura sociale” quando offre a tante persone un modo facile per incontrarsi e proporre attività.
Creare contesti conta più del percorso
Per Solo Cose Belle il punto non è arrivare dal punto A al punto B, ma costruire un “setting” in cui possano emergere imprevisti, scoperte e connessioni.
Dal cammino possono nascere progetti
Workshop artistici, spazi espositivi, fanzine: linguaggi diversi che servono a fare rete e dare visibilità a chi anima il territorio
Questo articolo rientra nella campagna di comunicazione legata al progetto “Io non lascio tracce – Benessere in Movimento Lento”, finanziato da Compagnia di San Paolo sul Bando Sportivi Per Natura.









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