Capire l’arte contemporanea? Ecco come farlo con l’aiuto della filosofia
Spesso l’arte contemporanea viene considerata difficile o impossibile da interpretare. Una chiave la suggerisce, facendo ricorso alla filosofia, Ilda Mauri dell’associazione Filò – Il filo del pensiero.
Che cosa significa “arte contemporanea”? Domanda grande, di quelle che fanno inciampare. Ma forse l’inciampo non è un difetto: è il modo in cui l’arte, da un certo punto del Novecento in poi, ci prende per mano e ci dice: “Non correre, entra”. Siamo abituati a chiederle di spiegarsi come un cartello stradale: freccia, direzione, arrivo. Vorremmo un “messaggio” in busta chiusa, possibilmente con la ricevuta. E invece l’arte contemporanea assomiglia più a una porta socchiusa: non ti consegna un senso pronto, ti invita a spostare il corpo, a cambiare prospettiva, a restare un attimo senza risposta. Ci chiede tempo, corpo, ascolto: una disponibilità speciale, quella di abitare il dubbio senza trasformarlo subito in errore.
Da questa domanda nasce il laboratorio di filosofia al MAMbo di Bologna a cura dell’associazione Filó – Il filo del pensiero, in collaborazione con MIA – Musei Inclusivi e Accessibili, costruito insieme alle operatrici museali Silvia Testino e Ylenia Borgonovo. Un percorso per famiglie in cui il museo non è soltanto un luogo da “visitare”, ma una casa temporanea da abitare: si entra con curiosità, con timidezza, con la voglia di toccare – anche quando non si può. Qui l’accessibilità non è un’aggiunta gentile: è il punto di partenza, perché l’incontro possa avvenire davvero, con i tempi e i modi possibili per ciascuno.

Il laboratorio non comincia davanti a un’opera, ma con due domande semplici, quasi da quaderno a quadretti: che cosa si fa in un museo? Che cosa si fa con le opere? Non sono quiz: sono chiavi. Le risposte arrivano come bigliettini: “Si guarda”, “si impara”, “si sta zitti”, “si cammina piano”, “si fanno domande”. E ogni risposta, invece di chiudere, apre: se in un museo si fanno domande, allora nessuno è “fuori posto” quando non capisce.
E questo vale per grandi e piccoli: la competenza qui è la curiosità. Non serve un dizionario segreto: serve ascoltare quello che succede mentre guardi. Da quel momento il pensiero non cammina da solo: prende il corpo come compagno di banco. I bambini lo sanno già. Gli adulti lo dimenticano spesso, perché hanno imparato a stare immobili davanti alle cose “importanti”. Ma l’arte contemporanea è un’insegnante un po’ munariana: ti propone un esercizio e, mentre lo fai, ti accorgi che hai cambiato metodo.
Con l’architettura cacogoniometrica di Gianni Colombo lo capisci subito. Il pavimento si inclina, lo spazio si deforma, l’equilibrio vacilla come su una barca. C’è chi allarga le braccia, chi ride, chi cerca il muro con la punta delle dita, come per assicurarsi che il mondo non sia scappato via. Non guardi più “l’opera”: ci entri. E allora la domanda arriva da sé: l’opera vive anche quando nessuno la attraversa, oppure si accende soltanto quando qualcuno c’è? Qui l’arte smette di essere oggetto e diventa evento: accade tra te e lo spazio, tra il passo e la stanza.

Poi il ritmo cambia con Alighiero Boetti e Non parto, non resto. Non è più il corpo a guidare: è il tempo. L’opera chiede lentezza, pazienza, una specie di alfabetizzazione dell’attenzione. Il senso non compare subito: si costruisce, si discute, si prova e si riprova. In un’epoca che premia la risposta rapida, Boetti fa un gesto educativo: ci ricorda che capire non è un interruttore, ma un percorso.
Ed è qui che il museo diventa un piccolo laboratorio di cittadinanza: impariamo a non scambiare l’opinione per un verdetto, a non usare “giusto/sbagliato” come martello. La filosofia, in versione famigliare, assomiglia a un gioco di Rodari: prendi una parola, la sposti di posto e improvvisamente cambia tutto. Anche “arte” cambia: non più monumento, ma occasione.
L’opera vive anche quando nessuno la attraversa, oppure si accende soltanto quando qualcuno c’è?
Infine arrivano le Teste di Mimmo Paladino. Volti ripetuti, simili e diversi, come in una classe dove nessuno è la copia perfetta dell’altro. Qui lo sguardo si moltiplica: ognuno vede un dettaglio, un’ombra, un carattere. C’è chi nota una crepa e la chiama “stanchezza”, chi la chiama “storia”, chi la chiama “tempo”. Nessuna interpretazione chiude la partita. L’opera diventa uno specchio plurale: non ti dice chi sei, ma ti fa intuire che esistono molti modi di esserci e di guardare.
Questo percorso al MAMbo non vuole “spiegare” l’arte contemporanea. Piuttosto, vuole creare le condizioni perché accada un incontro. Tra corpi, opere, domande. Filosofia e pratica artistica si intrecciano senza fare la voce grossa: come due fili che, annodandosi, tengono insieme l’esperienza.
Forse, alla fine, l’arte contemporanea è proprio questo: non qualcosa da capire una volta per tutte, ma qualcosa con cui imparare a stare. Come con una stanza leggermente inclinata: ti obbliga a sentire dove metti i piedi, e intanto ti insegna che anche il pensiero ha bisogno di equilibrio, ma non sempre della stessa linea retta. E se esci con una domanda in più, non è un fallimento: è la prova che l’opera ti ha fatto spazio.








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